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Stupida puttana: israele in un libro pieno di humour.

Nessuna offesa. "Stupida puttana" è il titolo di un bel libro pieno di humour della scrittrice israeliana Iris Bahr. Una ventenne gira mezzo continente asiatico con un solo scopo: perdere la verginità. Iris ha vent'anni. E' ebrea e vive in Israele. Ha appena finito il servizio militare obbligatorio nell'esercito e decide che vuole partire, andare lontano, vuole cercare una "liberazione psicofisica dopo tre anni di uniforme verde-vomito". Così, con lo zaino in spalla, si avventura per i continente asiatico e gira il Vietnam, il Nepal, la Thailandia e l'Australia.

Autore: Iris Bahr, Edito da Einaudi.

Recensione tratta da QbrMagazine
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Il suo obiettivo, però, non è fare la semplice turista e visitare luoghi e paesi. Lei, in questo viaggio, vuole perdere la verginità. Perché si considera una pseudo-vergine e dice di non aver mai avuto un rapporto completo, tranne che una tragicomica esperienza di semi-coito!

Il libro è spudorato, sfacciato, ma anche, nella sua crudezza, sincero. E anche divertente e ironico. Una ragazza che, con tutta la sue malizia e l’ingenuità dei suoi vent’anni vuole lasciare la sua vita di ebrea borghese piena di complessi e nevrotica. Vuole essere accettata per quella che è. In fondo il suo viaggio ha anche un obiettivo che lei non capisce: conoscere se stessa. Ed alla fine si renderà conto di essere molto più sicura di sé di quanto crede.

Iris vede, esplora conosce. Vive in camere d’albergo thailandesi, attraversa piantagioni di oppio nella giungla e città vietnamite zeppe di motorini che ronzano dovunque. Incontra spogliarelliste, un inglese «feticista di puttane», un malato terminale che la invita nel suo sacco a pelo solo per dormire, un tizio con la chitarra che si crede Freddie Mercury,…

“Stupida puttana” è un memoir pieno di humour che sa far ridere e commuovere.

Il sesso mi ha sempre terrorizzato a morte - sul serio. L’ho fatto solo una volta ed è stato solo “una specie di”. Lui era un paracadutista marocchino, che stranamente si chiamava Patrick. C’eravamo conosciuti alla mia base, una gelida notte, due anni fa. […] Fino a quel momento ero l’unica vergine rimasta tra le mie amiche. Tra le ragazze della mia unità. A essere sinceri, l’unica di tutta quanta la base. […]

[…] Per come la vedo oggi, la mia f**a è diventata la mia personale Striscia di Gaza: contraria all’occupazione, anche se persa senza di lei; incapace di superare la fase della parziale penetrazione; in cerca di un’infrastruttura stabile, di un adeguato sistema di drenaggio, e forse, un giorno, di un centro ricreativo.

Le mie amiche, di contro, non potrebbero essere più sessualmente attive e scoccianti, e io mi ritrovo a sprofondare sempre più nell’abisso dell’amarezza, dell’autocommiserazione e dell’astio.
Alla fine sono arrivata alla conclusione che l’unico modo per uscire fuori da questo opprimente stato di florida frustrazione è iniziare una nuova vita, ovvero andare in un posto così estraneo e in trasformazione da riuscire a dimenticare il mio passato. L’Asia.

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