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A. Franzoni: a oggi non sono state approfondite altre piste.

Lo sfogo di Annamaria Franzoni, che commenta con amarezza le motivazioni della sentenza che l'ha condannata in secondo grado a 16 anni per l'omicidio di Samuele. "Mi è stato tolto un figlio atrocemente e sono ormai 6 anni che vivo con questo dolore reso ancora più dilaniante da un’accusa ingiusta. Il deposito delle motivazioni rinnova in me la profonda delusione per una giustizia che non ha il coraggio di dire: forse sto sbagliando». La solita accusa: l’atteggiamento della giustizia «rende sempre più difficile la ricerca della verità. E’ giusto aver indagato in casa, nella nostra famiglia, ma purtroppo si è rimasti solo dentro questi ambiti, cosicché a oggi non sono ancora state approfondite altre piste. Quindi anche quelle del vero colpevole".

Da La Stampa

“Continuerò per tutta la vita a chiedermi perché non ho il diritto di sapere chi ha ucciso il mio Samuele, nella speranza di trovare quanto prima un magistrato che mi ascolti». Ma oggi quello che la fa arrabbiare di più è vedere «come si possa motivare la sentenza cercando di leggere, o di inventare addirittura, la figura di una donna stressata che ha perso il lume della ragione fino ad arrivare a commettere un omicidio tanto atroce. Questo non c’è nelle carte del processo”.

Nella casa, il cancelletto è aperto: 4 sedie di plastica bianche, vasi di gerani rossi e rosa, un tavolo, e dentro fra le coppe di feltro e la tv, c’è Gioele seduto sul divano. Lei parla dalla finestra, in maglietta e jeans, chiusa da grate di legno come la cella di un monastero, asserragliata dentro l’ombra della casa.

Foto La Stampa

Sono più di 5 anni che va avanti così, affacciandosi ai giornalisti o sfuggendoli inutilmente, per ripetere sempre le stesse cose. E le tracce di questi cinque anni di strenua, disperata difesa e di rotolanti disillusioni si vedono chiaramente nel volto, nella voce, nel portamento, che ha perso ogni volta, in tutto questo tempo, qualcosa della sua sicurezza, della sua lacrimosa sicurezza, anche. Il tono sommesso, spento, la pelle incolore, spremuta, l’abito informe, sempre lo stesso, ma come se avesse ormai assorbito anche lui il suo dolore, non possono essere la conseguenza di un’improvvisa ferita o di una inaspettata condanna, ma vengono da più lontano, distillati da pene incruente, compresse, lentamente corrosive. Se prima era una disperazione che urlava, adesso è qualcosa di più faticoso e di più continuo, che cominci a leggere negli occhi arrossati, come gli anni che passano e stravolgono un viso.

Persino il piccolo paese sembra più solo e più chiuso di qualche mese fa. Non c’è la Betti, la sua amica più cara. Don Marco Baroncini dice solo qualche bugia, che Dio lo perdoni, per evitare di parlare: «Non so niente della sentenza. E Annamaria è un po’ che non la vedo». Anche Stefano, il marito incrollabile, non c’è. Dicono che lui sia quello più cambiato: «La sentenza di sei mesi fa l’ha distrutto, piegato, l’ha profondamente sconfitto». Lo raccontano depresso e chiuso. Poco più in là, a Monteacuto, nella grande villa di Giorgio Franzoni, c’è rimasto solo più lui con la moglie e il figlio più piccolo. Tutti via, gli 11 fratelli. Come se il tempo avesse isolato la loro vita.

Samuele Lorenzi, foto tratta dal sito www.giustiziapersamuele.it