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Le riflessioni di Ugo sul fenomeno della violenza di genere.

Essendo aperti anche a riflessioni, contrarie alle nostre, riporto un articolo, pubblicato oggi sul Blog Giustiziaintelligente. Il blog è firmato da tale Ugo. Ma chi è questo Ugo? Non c'è un indirizzo, un numero di telefono, un curriculum vitae. Questo misterioso scrittore, indubbiamente capace nell'esporre le proprie considerazioni, si è occupato fino a ieri di contestare l'attività delle associazioni che si occupano di abusi su minori.(ad esclusione di una) Ma da stasera Ugo, ritenendo che questo non sia sufficiente, prendendo spunto da un articolo della rivista Donna Moderna, ha deciso di concentrare la sua attenzione sul fenomeno della violenza di genere, contestando l'attività delle associazioni femministe, dei centri anti-violenza, dei gruppi di ricerca sulla violenza di genere e per concludere l'operato del Ministero delle Pari Opportunità. Ma leggiamo il suo articolo....

Dal Bog http://www.giustiziaintelligente.blogspot.com/ 

autore dell’articolo “Ugo”

Una accreditata teoria sociologica individua le radici culturali di molti degli sbagli che il sistema civile ed il sistema giudiziario stanno commettendo nella lotta alla pedofilia, nell’abuso di strumenti ed ideologie derivate da parte della tradizione femminista.
Una delle fonti che accreditano questa teoria è il più citato ed autorevole dei libri sull’isteria SRA:

Satan’s Silence: Ritual Abuse and the Making of a Modern American Witch Hunt”, di Debbie Nathan e Michael R. Snedeker (1996)Di questo volume abbiamo già tradotto alcuni passaggi per un precedente articolo su David Finkelhor, li riproponiamo:

Finkelhor aveva condotto delle ricerche pionieristiche sull’incidenza, prevalenza e conseguenze dell’abuso sessuale. Ma si era anche assestato su posizioni di conservatorismo morale, promuovendo l’idea che la rivoluzione sessuale negli anni ‘60 avesse creato «confusione» che era «in parte reponsabile per l’occorrenza dell’abuso sessuale». Egli aveva anche partecipato ad una pubblicazione sull’abuso sessuale con Diana Russell, la sociologa e co-fondatrice di “Women against Violence and Pornography”, la quale stava portando il caso McMartin come prova che la pornografia infantile fosse un fenomeno rampante ed un probabile generatore di incesto ed altri abusi sessuali.

L’aspetto più ironico di Nursery Crimes è che, se vi era qualcuno che avrebbe dovuto sospettare dei dati, quello avrebbe dovuto essere Finkelhor, il quale in precedenza aveva concordato con Diana Russell che in nessun caso la probabilità che donne molestassero bambini poteva essere pari a quella degli uomini e che quando esse lo fanno, le loro molestie tendono ad essere molto meno coercitive e violente. Invece qui si rappresentavano casi di abuso ritualizzato, il cui il 40% degli accusati erano femmine implicate in atti cruenti di sadismo immorale. Invece di esprimere scetticismo rispetto a questa evidente contraddizione, Finkelhor assunse che gli imputati fossero colpevoli e si impegnò nel definire un nuovo tipo criminale: il nemico sessuale femmina. Come l’agente FBI Lanning alle audizioni della commissione Meese, anche il sociologo del New Hampshire aveva poco materiale prezioso su cui lavorare. Egli non trovò alcuna prova che le donne nei suoi studi avessero precedenti psichiatrici, problemi con abuso di alcool o sostanze, storie di devianza sessuale criminale, o null’altro che potesse segnalare tendenza ad attaccare i bambini. Piuttosto, se le accusate avevano qualcosa in comune tra di loro oltre a condurre un modesta esistenza nella cura dei bambini, era proprio che esse sembravano irreprensibili. Esse certamente non erano le persone che un criminologo si aspetterebbe di vedere improvvisamente stuprare e torturare chicchessia, tantomeno scolari. Eppure, al fine di additarle come abusatrici rituali, Nursery Crimes sostenne che proprio la normalità era una caratteristica delle femmine molestatrici dei centri diurni. O, per dirla in breve: assolutamente chiunque poteva essere un maligno torturatore satanista di bambini, anche la dolce e carina signora dell’asilo. Implicato in questa sociologia paranoide c’era il malcelato timore che la rivoluzione sessuale degli anni ‘60 (e quindi il femminismo che giunse assieme ad essa) avesse generato una nuova donna demone che, per come immaginava Nursery Crimes, era così ossessionata con il potere ed il controllo da non essere soddisfatta dalla dominazione sul maschio, essa doveva perfino impegnarsi nella mortificazione di bambini innocenti. Un simile pensiero rinnova quei miti sull’insaziabile sessualità femminile che giacciono sotto il nucleo delle cacce alle streghe europee. Il fatto che ricercatori di orientamento femminista come Finkelhor li sostenessero era preoccupante. Come i cacciatori di streghe che bruciarono donne in nome di Dio e per proteggere la società, i ricercatori dei tempi moderni erano pronti a svilire le donne al fine di salvare i bambini.Riassumiamo allora tre capisaldi di una forma di pensiero femminista sulla violenza sessuale:

la violenza sessuale come espressione del potere maschile e come tentativo di oppressione su donne e bambini;
la rivoluzione sessuale degli anni ‘60 come matrice della nascita di nuovi demoni (anche femmine);

l’associazione tra [abuso/violenza/stupro] e pornografia.E’ sul terzo punto che vogliamo fissare la nostra attenzione: una delle radici di questo precetto risale proprio alla sociologa femminista Diana E.H. Russell, attivista che ha sempre sostenuto l’associazione causale tra consumo di pornografia e incidenza degli stupri e della violenza sulle donne in genere. Non a caso, una delle fonti preferite dell’abusologia italiana e mondiale, soprattutto quella a senso unico.
Certe posizioni hanno procurato infinite critiche alla Russell, dalle diatribe con gli ambienti accademici fino al disprezzo dei rappresentanti del mondo dell’hard, cui la Russell da parte sua non ha mai risparmiato attacchi diretti (francamente molto traballanti sul piano logico e giuridico). In risposta, nel febbraio 2005 il celebre magnate del porno Larry Flynt, re dei misogini, ha dedicato a Diana Russell l’insulto del premio “Asshole of the month” da parte della propria rivista Hustler (qui la risposta di Russell). Flynt respinge le accuse rivolte contro la pedofilia da parte di coloro che chiama Femi-Nazi: “No sane person believes that HUSTLER endorses or causes rape, child molestation or any of the other crazy things wacko feminists claim”.

Sbaglierebbe di grosso chi pensasse che alcuni temi collegati al femminismo militante della Russell siano lontani dalla situazione italiana e che poco abbiano a che vedere con le nostre vicende legate al problema dell’abuso all’infanzia. Ne scriveva su Il Foglio del 9/02/2008 la prof.ssa Emily Horowitz in un articolo dedicato falsi abusi, dal titolo “Rignano, America”. La Horowitz insegna sociologia al St Francis College di Brooklyn e si è interessata di errori giudiziari e dei rapporti tra l’ideologia femminista e la tutela minorile in ambito giudiziario (”received her Ph.D. in Sociology from Yale University in 2002. Her dissertation focused on the extent to which feminist ideology persists in the institutionalized context of a specialized domestic violence court”). La Horowitz è uno dei Directors del “National Center for Reason and Justice“, da noi recentemente citato in risposta ad alcune ingiustificate e calunniose allusioni ventilate da Massimiliano Frassi.

Femminismo e lotta alla pedofilia in Italia: basta ricordare che attualmente, alla presidenza della maggiore organizzazione italiana di coordinamento degli enti per la tutela del minore e per la lotta alla pedofilia (CISMAI), siede la dott.ssa Roberta Luberti, psicoterapeuta e femminista di lunga tradizione, membro di Associazione Artemisia onlus.
Il femminismo militante trova oggi nella battaglia contro la pedofilia un terreno privilegiato di espressione, fornendo un contributo appassionato alla causa, ma mietendo purtroppo anche parecchie vittime in casi di falso abuso. Basta citare le migliaia di padri che hanno perso la potestà genitoriale (e spesso anche la propria libertà personale), sulla base di false dichiarazioni di abuso pronunciate dai figli nell’ambito di casi di separazione conflittuale, per la cosiddetta Sindrome da Alienazione Parentale (PAS). Denunce che da parte di alcuni operatori sociali e agenzie pubbliche intrise (spesso inconsapevolmente) di ideologia femminista, si tende pregiudizialmente a credere fondate e a non verificare con la dovuta cautela.
E non serve neppure che le accuse siano pronunciate dalla bocca innocente dei figli, basta talvolta solo una accusa di violenze da parte della moglie per perdere il figlio. Citiamo l’agghiacciante vicenda del signor Gianni Furlanetto di Firenze, il cui figlio è stato sottratto e addirittura tenuto nascosto per settimane proprio con la collaborazione degli operatori del centro Artemisia, sulla base di presunte violenze subite dalla moglie (indimostrate) e delle relative presunte esigenze di protezione, senza però alcuna ordinanza in tal senso da parte delle autorità giudiziarie.
L’ideologia femminista dunque come una delle radici alla base di tanti provvedimenti assurdi e antidemocratici, che ci portano alla questione dei falsi abusi e della falsa violenza. Per commentare il pregiudizio sulla “violenza del maschio”, merita la citazione questa accorata protesta del signor Furlanetto:

“qualora il sottoscritto fosse stato e fosse realmente una persona violenta [lo escluderei a priori, ma lascerò che a deciderlo siano le Autorità a ciò preposte) l’unica persona ad aver realmente bisogno di protezione sarebbe proprio la responsabile della Associazione Artemisia, insieme alle operatrici che - d’accordo con mia moglie - in data 01/09/2006 decisero l’allontanamento di mio figlio e mia moglie stessa dalla casa familiare per il giorno 04/09/2006, innescando tutto ciò che a quel primo abuso è poi seguito”.
Femminismo dunque come radice dell’unilateralità di certe istituzioni. Che agiscono ciecamente in nome di battaglie pur giuste (contro la violenza, contro l’abuso, contro la sopraffazione) rinunciando però a comprendere ed a verificare caso per caso. E così, quando il caso è vero e giustificato, aiutano. Quando il caso è falso, non fanno che contribuire alla calunnia ed al danno.

Unilateralità femminista come quella della recente campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani per il settimanale Donna Moderna, contro la violenza sulle donne (di cui abbiamo riportato il manifesto in cima all’articolo). Che si apprezzi o no la provocatorietà di questa campagna, e che si condividano o meno le sue finalità, è innegabile che Toscani in questo manifesto abbia portato alla luce con spietata lucidità il preconcetto sessista alla base di queste battaglie: il maschio stupra, la femmina sarà vittima.
Sono temi civili importanti, se ne discuta sulle pagine di Donna Moderna e nei circoli culturali, se ne porti anche il messaggio alla società. Meglio però se bilanciandola con l’informazione di segno opposto, che ci ricorda quanto diffusa sia anche la violenza femminile sull’uomo. A tale proposito, una fonte preziosa di dati e riflessioni è l’organizzazione Media Radar “Respecting Accuracy in Domestic Abuse Reporting” (cfr. alcuni dati di ricerca). Finchè il dibattito è culturale e scientifico, ben venga ogni contributo, anche se partigiano, soprattutto se non cerca di imporsi con arroganza.
Ma cosa succede quando certe battaglie e certi preconcetti di parte filtrano tra le fila delle autorità giudiziarie e fin dentro ai tribunali? Il disastro della logica e dell’obiettività della giustizia.

Che si tratti di guerra alla violenza sulle donne o guerra alla violenza sui bambini, davvero fa poca differenza, perchè le associazioni ed i modelli culturali messi in campo sono gli stessi. Un trasformismo talvolta evidente anche nei nomi, ad esempio quando l’associazione femminista Inform-Azione Donna (IAD) diventa IAD Bambini Ancora, onlus anti-pedofilia. In altri casi (tra questi Artemisia onlus di Firenze), la stessa associazione si occupa di violenza sulle donne e violenza sui bambini… non si accorgono che manca ancora qualcuno da mettere fra i protetti, per essere davvero “esercito dei buoni a 360°”?

A tale proposito, vogliamo citare il comunicato stampa di Elvia Ficarra “Fermiamo la violenza femminista, stop alla propaganda terroristica di dati falsi e mistificati“, pubblicato il 26/11/2007 dall’associazione “Genitori Separati dai Figli” (GESEF). Nel comunicato si contestano per falsi alcuni dati statistici diffusi sulla violenza alle donne, annunciando il seguente intento del GESEF:

“un’informazione di contrasto alla propaganda mistificatoria inerente la violenza sulle donne. Evidenziando falsità e manipolazione dei relativi dati statistici, diffusi in maniera sproporzionatamente ridicola - senza alcun riscontro - da parte di Ministri, esponenti parlamentari e sedicenti “esperte”, attraverso un martellamento mediatico senza precedenti. Tale propaganda mira a radicare nell’immaginario collettivo l’idea di un ambiente domestico scenario di delitti e terribili violenze, dove vittima è sempre e solo la donna mentre il carnefice è esclusivamente di sesso maschile”.Il GESEF dichiara una mission in fondo non molto diversa da quello del presente blog, nato anche per smascherare alcune bufale allarmistiche sulla diffusione della pedofilia e per stigmatizzare il modo acritico, dannoso e spesso interessato a vantaggi illegittimi, con cui esse vengono propagandate da associazioni private ed anche istituzioni dello Stato. Scrive il GESEF:

“La manifestazione organizzata nella vigilia della giornata preposta dall’ONU, alla luce di siffatte statistiche induce qualche dubbio, poi confermato dagli avvenimenti. Infatti la frangia separatista del femminismo nostrano che ha organizzato l’evento, impossessandosi della tematica “violenza alle donne” l’ha trasformata in violenza maschile alle donne, tappezzando le strade di Roma con manifesti diffamatori contro gli uomini. Gli slogans esibiti ed urlati durante il corteo sono stati una fiorescenza della colorata cialtroneria veterofemminista anni ’70, come qualcuno ha poi scritto. Cui si è aggiunta una vera e propria offensiva misandrica di regime per imporre l’idea che qualunque uomo che si muove tra le pareti domestiche è un potenziale assassino. Viene chiamata in causa non la violenza esercitata da singoli delinquenti, ma quella collettiva che pervaderebbe culturalmente l’intera popolazione maschile. Una manifestazione, dunque, contro gli uomini e contro la famiglia”.A questa dichiarazione, accostiamo la frase finale del brano di Nathan & Snedeker citata in apertura: “Come i cacciatori di streghe che bruciarono donne in nome di Dio e per proteggere la società, i ricercatori dei tempi moderni erano pronti a svilire le donne al fine di salvare i bambini”.
Prosegue il comunicato del GESEF:

“La violenza più subdola sta nella loro campagna di discriminazione e criminalizzazione aprioristica. Mirata a far digerire normative e prassi giudiziarie limitanti la libertà individuale, che decretano il definitivo ritorno alla presunzione di colpevolezza ed al processo inquisitorio. Il cui scopo è quello di porre ciascun uomo - anche delle future generazioni - in una condizione di sudditanza psicologica, emotiva e morale di fronte al potere indiscutibile della percezioni femminile, in base alla quale viene definita la liceità o meno di qualunque comportamento maschile. (…) La violenza non ha sesso: si combatte attraverso l’equilibrata e puntuale applicazione delle norme vigenti, interventi preventivi adeguati che riconoscano le problematiche di entrambe le parti in conflitto, dialogo e confronto culturale. L’arma della colpevolizzazione, umiliazione e vilipendio dell’intero genere maschile non vi pone alcun rimedio: è finalizzata invece ad alimentare l’odio sociale, la guerra tra i sessi, l’insicurezza delle donne da poter così convogliare sotto la “tutela” di avvocate e psicologhe dei centri antiviolenza, l’annichilimento degli uomini da “rieducare”, l’isolamento affettivo degli individui. Un’arma funzionale solo all’affermazione del potere politico-burocratico-istituzionale e l’ottenimento di maggiori finanziamenti pubblici da parte di una esigua ma influentissima schiera di militanti, spinte da torpori di rivalsa distruttiva. (…) Auspichiamo pertanto una nuova fase di impegno istituzionale - più sensbile e collaborativo verso tutte le espressioni dell’associazionismo - orientato a liberare la nostra società da questa cappa di odio sessista, per ricostruire la relazione uomo/donna all’insegna del reciproco rispetto e valorizzazione dei ruoli sociali e familiari, nell’uguaglianza dei poteri e delle responsabilità. Per restituire dignità ad entrambi i Generi, alla Famiglia ed ai nostri Figli”. La critica del GESEF non è però solo ideologica, ma attiene soprattutto alla scarsa validità della metodologia para-oggettiva con cui quei dati allarmistici sono stati raccolti, metodo pensato solo per evitare la sottostima, ma abbastanza incurante del rischio della sovrastima e dell’allarmismo:

“Vengono svelate cifre inquietanti quanto sospette: oltre sei milioni (qualcuno ha sparato 14 milioni) di donne hanno subito violenza da parte di un partner o altro familiare, di cui la metà stuprate. Sulla base di dati statistici pubblicati dall’Istat, dietro incarico della Ministra per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini. La quale ha potuto disporre di un finanziamento doppio per il suo dicastero rispetto a quanto previsto per il suo predecessore. Leggendo tali dati sul sito dell’Istituto si scopre che altro non sono che proiezioni statistiche dei risultati scaturenti da un sondaggio telefonico effettuato lo scorso anno su 25.000 abbonate (v. www.istat.it). La nota metodologica del sondaggio chiarisce che le domande poste alle intervistate evitano volutamente riferimenti espliciti alla violenza fisica o sessuale, ma invitano le stesse a “descrivere concretamente atti e/o comportamenti in modo di rendere più facile alle donne aprirsi”. Ciò per evitare una sottostima del fenomeno, “[…] sottostima che può essere determinata anche dal fatto che a volte le donne non riescono a riconoscersi come vittime e non hanno maturato una consapevolezza riguardo alle violenze subite”. Non sono quindi le donne intervistate ad aver denunciato violenze subite, bensì le loro descrizioni sono poi state catalogate in varie fattispecie di “violenza. Cosicché l’attenzione sessuale diventa molestia, l’esercizio del dovere coniugale dal parte del partner diventa stupro, un banale litigio diventa violenza fisica, una critica al vestito o alla pettinatura é considerata violenza psicologica, un blando rifiuto diventa limitazione della libertà personale, la necessità di chiarire situazioni ambigue diventa violazione della privacy, la richiesta di una equa distribuzione delle risorse familiari diventa ricatto economico”;

“I dati del sondaggio assunti come scientifici – ripetiamo: 25.000 interviste telefoniche “guidate”– oltreché proiettarsi riversati statisticamente sull’intera popolazione femminile italiana di età 16-59 anni, sono costruiti in funzione esclusiva di uno spettacolare allarmismo, e dunque sottratti al rigore della prova dei fatti. Tale metodologia è già stata adottata nel decennio scorso in altri Paesi Europei ed occidentali, e fortemente contestata da femministe storiche dotate di un certo spessore intellettuale (ad es. Francia: vedi Elisabeth Badinter – Il percorso sbagliato)”.Il GESEF sta qui attaccando il report dell’ISTAT, presentato il 21.02.2007 a Palazzo Chigi, su “Violenza e Maltrattamenti sulle Donne”: utilizzo di metodologie soggettive ed interpretative, i cui risultati, pur interessanti, vengono poi però spacciati per dati di fatto oggettivi.
Soprattutto, una ricerca mossa da imbarazzante unilateralità di indagine. Scrive il GESEF:

“La Ministra Pollastrini, titolare di un dicastero definito appunto Pari Opportunità, non si è però mai posta lo scrupolo di richiedere all’Istat analoga ricerca concernente l’eventuale violenza subita dagli uomini”.Un’occasione persa dunque per le “pari opportunità”, termine chiarissimo che non andrebbe mai confuso con “difesa pregiudiziale delle donne” (segnaliamo a tale proposito l’iniziativa del GESEF denominata “Campagna del Fiocco Blu“).

Si tratta dunque di una questione metodologica e scientifica, davvero molto simile a quella da noi sollevata contro i dati diffusi ad es. nel convegno di IAD Bambini Ancora (il mito di “un bambino su sei è abusato“), basati sulle ricerche di Alberto Pellai, replicate in modo inutilmente ossessivo in varie province italiane anche da esperti afferenti al Movimento per l’Infanzia. Abbiamo già segnalato che quelle metodiche non garantiscono affatto validità, che i dati sono interessanti ma privi di oggettività e validità, e anche che essi derivano direttamente dallo stesso protocollo di ricerca già ampiamente utilizzato dai maestri di Pellai: David Finkelhor e Diana Russell, ancora il femminismo, che ritorna nei modelli di indagine sociologica.

Scopriamo inoltre una interessante assonanza tra il mito (da noi sbufalato) del “sorpasso” della pedopornografia sugli altri mercati illeciti, con le modalità allarmistiche delle sparate del ministero riguardo la presunta classifica delle cause di morte femminile:

GESEF: “La Ministra, ed altri esponenti del Governo e dell’Opposizione Parlamentare, oltre a propinarci dati mistificati, azzarda anche impressionanti confronti: la violenza domestica sarebbe la causa principale di decessi ed invalidità, prima del cancro e degli incidenti automobilistici. Auspichiamo che la ventilata riduzione del numero di ministri la coinvolga, stante la sua imperizia a documentarsi: i delitti familiari che registrano una donna come vittima ad opera di un familiare si contano annualmente in numero di 60 a fronte di oltre 10.400 decessi femminili conseguenti malattie cancerogene (per un totale di oltre 18.000 considerate tutte le patologie – v. Istituto Superiore di Sanità) e 600 per incidenti stradali”.