Riflessioni per i giornalisti anonimi e gli attivisti per i diritti umani, dimenticati dal mondo e dalla stampa.

Sorseggiando un caffè bollente ed amaro, stamani ammiravo, dalla finestra della mia nuova casa, un paesaggio spettacolare, ma inusuale e un po' malinconico. Il mare con tutta la sua grandezza.


Immersa nelle mie solite riflessioni mattutine pensavo a quanto, questo scorcio naturale, d’incredibile bellezza, sia inevitabilmente danneggiato dall’incuria dell’amministrazione comunale e dalle cattive abitudini della gente.
Per le strade l’immondizia non è stata tolta da giorni. Il panorama del mare, visto dalla mia finestra, contrasta con le rovine di un vecchio palazzo sul cui tetto, fino a pochi giorni fa, si accumulava la spazzatura che la gente getta dai balconi delle vicine abitazioni.
Ho chiesto al portiere di ripulire quel tetto. Da prima mi ha guardato un po’ sconcertato. Evidentemente nessuno mai, prima di allora gli aveva rivolto una richiesta simile. Stamani, con la faccia di uno che ha riso di gusto per tanta eccentricità, ha bussato alla mia porta per comunicarmi che il figlio si è arrampicato sul tetto e l’ha ripulito alla meglio. Mi ha chiesto quindi di osservare dalla finestra il lavoro fatto e di comunicargli se sono realmente soddisfatta o se al contrario c’è bisogno di una pulizia più accurata.
Non mancando di sottolineare, con una mimica divertente, quanto quell’impresa abbia rappresentato un pericolo per l’incolumità fisica del figlio mi ha chiesto indirettamente una mancia più che generosa.

Stamani ho aperto tutte le finestre dello studio per far entrare, prepotentemente in casa mia, il Khamisin.
Il Khamisin è un vento caldo che soffia in Nord Africa circa cinquanta volte all’anno. Annuncia l’arrivo dell’estate. Probabilmente sarà un’estate afosa.
Questo vento dispettoso ha fatto volare tutti i documenti che ieri notte avevo disposto in ordine meticoloso sul mio tavolo da lavoro.
Ho lasciato che i fogli di carta cadessero sul pavimento in ordine sparso.
Il vento, cosiccome il mare, mi evoca ricordi d’infanzia. Sono ricordi sereni.
Ero ancora una bambina quando mio nonno paterno mi portava al porto di Piombino a vedere le navi e i gabbiani. Ero affascinata dal volo dei gabbiani e dopo averli osservati a lungo mentre si tuffavano a pescare il loro cibo nelle acque torbide del porto, decidevo di dare ad ognuno di loro un nomignolo, per riconoscerli e chiamarli il giorno dopo. Avevo quattro anni. Sono passati quasi trent’anni da allora.
Stamani mi è venuto in mente di fare un bilancio della mia vita. Dei buoni e dei cattivi esempi che si sono susseguiti nel mio cammino.
L’infanzia è stata felice. L’adolescenza critica come quasi quella di quasi tutti gli adolescenti. A sedici anni ero una ragazza molto timida, ma anche testarda e ribelle. Una ribellione tenuta a freno da un educazione di vecchio stampo. Una madre che per salvaguardarmi dalle brutture della vita, mi costringeva a vivere in un mondo ovattato ma irreale.
E’ stato proprio il conflitto con mia madre a farmi ammalare per un breve periodo di anoressia; il disturbo che oggi colpisce una grossa percentuale di ragazze ed in misura minore anche ragazzi. Avevo sedici anni quando per qualche mese iniziai a mangiare poco.
La dottoressa fiorentina che mi visitò era, in quel periodo, uno dei migliori medici e ricercatori nel campo dei disturbi alimentari.
Si rifiutò di ricoverarmi, disse che non c’era pericolo di vita. Mi prescrisse una cura omeopatica a base di gocce per far ritornare il ciclo mestruale che era scomparso.
Disse a mia madre: “Questa ragazza non smetterà mai di mangiare fino a morire d’anoressia. Vuole vivere. Le sta solo comunicando indirettamente la sua volontà e i suoi desideri. Le sta chiedendo di vivere. La lasci più libera”.

Dopo pochi mesi ricominciai a mangiare. Mia madre mi lasciò più libera di uscire con le amiche,di andare in pizzeria qualche volta la sera, di andare al cinema di domenica.

Mia zia era tutto il contrario di mia madre, emancipata, coraggiosa, impegnata a salvaguardare i diritti dei più deboli, nella piccola ma difficile realtà provinciale nella quale si trovava a lavorare. Ella diventò presto il mio modello di vita. Ho sempre pensato che mia zia, scomparsa pochi anni fa, pur avendo fatto tanto per gli altri abbia avuto pochi riconoscimenti in vita sua. Del resto, nonostante la sua voglia di comunicare, socializzare, conoscere e capire situazioni e persone, ella amava rimanere sempre un po’ ai margini, fuggiva dai riflettori. Se c’era da fare una dichiarazione pubblica su un iniziativa rivolta agli studenti o agli adolescenti, la pensava, la scriveva ma mandava poi altri colleghi a presentarla ed a parlare in pubblico.
Solo da questo forse mi sono discostata da lei. Ho sempre preferito parlare in prima persona.
Ho letto questi giorni un intervista, rilasciata alla stampa, dal neo Osservatorio per i giornalisti minacciati dalla mafia. Sono più di quaranta i nomi dei giornalisti finiti nel mirino della camorra, dell’ ndrangheta, di cosa nostra e di altre associazioni criminali.
Sono quasi tutti nomi “anonimi” o “semi-anonimi”, che trovano poco spazio sulle pagine dei giornali nazionali.
Ripensando all’esempio di mia zia e di tutte quelle persone che, per motivi caratteriali o per altri motivi personali, fanno tanto per la società ma rifiutano di esporsi e lavorano dietro le quinte, ritengo giusta e nobile l’iniziativa di dar loro voce attraverso un Osservatorio.

In questi giorni, navigando su internet, mi è capitato di leggere blogs di cittadini, che attraverso i loro scritti intendono promuovere la legalità e la trasparenza amministrativa nelle realtà provinciali nelle quali vivono.
Riconoscere pubblicamente il coraggio di queste persone rappresenta, a mio avviso, il primo passo per vincere ogni tipo d’intimidazione mafiosa.
Ha ragione il procuratore antimafia Pietro Grasso, quando dichiara che la mafia la si può combattere da ogni postazione, in ogni luogo, in qualsiasi sua forma. E lo dovrebbero fare anche i cittadini non solo i magistrati, i politici e i nomi illustri.

Ma non c’è da ricordare solo chi lotta contro le mafie.
Ci sono anche persone che operano in terre a rischio, dove c’è la guerra.
Coloro che rischiano la vita per difendere il diritto d’informazione e d’opinione in paesi non democratici.
Il ricercatore anonimo, al quale magari viene impedito di pubblicare una ricerca medica, che può salvare tante vite umane, solo per l’invidia e i preconcetti dei colleghi.

Mentre svolgevo attività di ricerca in Medio-Oriente ho visto alcune persone morire, altre rischiare la vita per salvare altre vite umane, altre ancora ammalarsi.
Tornata in Italia ho deciso di sintetizzare la mia ricerca in un libro. Ho voluto raccontare le violenze subite da tante donne anonime. Vicende reali ma sconosciute al mondo. Quando scrivevo ero consapevole della mia incapacità letteraria, di non riuscire con le parole ad emozionare il lettore.
La cosa che mi ha fatto più star male, oltre all’aver visto il dolore e la morte, sono i miei limiti nella narrazione della realtà.
Ho faticato molto per accostare, alle analisi criminologiche di un fenomeno, descrizioni puramente letterarie, in modo da invitare le persone a leggere ed a comprendere in maniera più chiara possibile.
Ammiro molto i romanzi di Nawal El Saadawi, psichiatra,sociologo e scrittrice.
Ne sono affascinata.
Ella è riuscita ad unire, con armonia, l’ analisi tecnica di un fenomeno, (quale la violenza sulle donne), alla sua innegabile dote letteraria.
Non mi sono mai sentita scrittore; scrivo “per necessità”.
Per rendere nota la mia attività di ricerca ad un pubblico ampio. Credo sia il dovere di ogni ricercatore che opera sul campo.
A chi scrive per professione ed ai giornalisti mi sento di dire : non dimenticate le persone semplici, con poche ambizioni, che operano per il bene comune.
A tutta la schiera delle piccole-grandi “persone/ fantasma” invece vorrei dire soltanto: Coraggio! Trovate la forza in voi stessi!

Noemi Novelli

Iolowcost

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