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La decisione di limitare le intercettazioni è in conflitto con l'attivita di contrasto al crimine?

Mettendo per un attimo da parte la polemica che, in questi giorni, è stata indirizzata prevalentemente verso la questione della diffusione del contenuto di intercettazioni (telefoniche ed ambientali) sui media nazionali, dovremmo riflettere di più sulla possibilità che questo nuovo disegno di legge sia realmente d'ostacolo al contrasto della criminalità ed alla ricerca della verità giudiziaria.

Angelo Izzo

Con la nuova legge il PM potrà procedere con l’attività di intercettazione (telefonica e/o ambientale) soltanto dimostrando davanti ad un tribunale collegiale composto da tre giudici, che a carico degli indagati sussistono evidenti indizi di colpevolezza e non più gravi indizi di reato come prevede la norma attuale.
Sono escluse le indagini per mafia, terrorismo, sequestro di persone, riduzione in schiavitù, contrabbando e traffico stupefacenti.
In questi casi infatti al P.M basterà dimostrare la presenza di sufficienti indizi di colpa.
Coloro che hanno lavorato al decreto, sostengono che la decisione di porre un freno alle intercettazioni è indispensabile per garantire il diritto alla privacy di cittadini, continuamente minacciati dall’invasività di qualche giornalista in cerca di scoop o dalle azioni di qualche magistrato in cerca di visibilità.

Non sono dello stesso avviso coloro che operano direttamente in ambito giudiziario: primi tra tutti i magistrati.

L’approvazione di una legge come quella in esame non può essere affidata soltanto ad una rappresentanza politica.

Si dovrebbe tenere in considerazione l’opinione della magistratura, che ha dimostrato ampiamente di nutrire dubbi su quello che in futuro, potrebbe costituire un ostacolo alla ricerca della verità giudiziaria.

A mio avviso, il Presidente Napolitano che valuterà il testo del decreto per decidere di firmarlo o meno, dovrebbe riflettere, mettendo da parte le solite diatribe politiche, riguardo alle conseguenze dell’applicazione di questa nuova legge. Prendendo in esame casi giudiziari reali. Casi di omicidio, di mafia.

Qual è la differenza tra evidenti indizi di colpevolezza e gravi indizi di reato? Sembra una sottigliezza e pure non lo è.

In questi anni, durante la mia attività di ricerca, ho letto decine di fascicoli di atti giudiziari di casi diversi.

Dalla maggior parte della documentazione che ho esaminato si rileva che nella fase preliminare di un indagine, senza la presenza delle contestate intercettazioni è molto difficile, quasi improbabile dimostrare evidenti indizi di colpevolezza.

Spesso la genesi di una grande indagine è nel sospetto di un inquirente, nell’intuizione di un magistrato,nelle rivelazioni di un detenuto. Elementi ,che di per se, non rappresenterebbero evidenti indizi di colpevolezza.

Per chiarire meglio il concetto è utile ricordare il caso di Angelo Izzo e dell’ omicidio di Carmela Linciano e della figlia Valentina Maiorano.
Grazie esclusivamente alle intercettazioni ambientali e telefoniche è stato possibile scoprire, in brevissimo tempo, (anzi in poche ore), il duplice omicidio e gli altri crimini legati e paralleli ad esso.
Probabilmente con la legge che sta per entrare in vigore, quelle intercettazioni, nella peggiore delle ipotesi, non sarebbero state concesse. Nella migliore delle ipotesi l’iter giudiziario, per poterle attuare, sarebbe stato molto più lungo.

Il tempo avrebbe offerto ai criminali la possibilità di fuggire all’estero con documenti falsi, cosìccome avevano programmato.

Nel caso specifico infatti non si stava indagando su un duplice omicidio.
Sono state proprio le intercettazioni ed i pedinamenti a permettere di scoprire il crimine e gli autori del crimine.

Con molta probabilità, senza quella particolare attività investigativa , la scomparsa delle due donne sarebbe rimasta uno dei tanti misteri della cronaca nera italiana.
I corpi delle due povere vittime non sarebbero stati mai ritrovati.
A chi sarebbe venuto in mente di andarne a cercare i cadaveri in una villetta della campagna di un piccolo comune molisano?

Nella casa di villeggiatura di un ragazzo, anonimo, tranquillo ed incensurato?

Val la pena di riassumere brevemente il caso.

Il 21 gennaio del 2005 Angelo Izzo è in semi-libertà, da circa un mese, quando a seguito di una soffiata di un detenuto del carcere di Campobasso, la polizia decide di mettere sotto controllo i suoi cellulari e quelli del suo giovane amico Luca Palaia.

L’informatore aveva riferito alla direzione dell’istituto penitenziario che Izzo stava programmando un attentato ai danni del giudice di Sorveglianza Mastropaolo (che da tempo nutriva dubbi sulla possibilità di concedergli la semilibertà) e della direttrice del carcere.
Lo stesso detenuto faceva riferimento anche all’eventualità che Izzo potesse aver intrapreso attività criminali legate al commercio di stupefacenti.
Dopo un mese di intercettazioni telefoniche sui cellulari di Izzo,(il quale è consapevole di essere sotto controllo), non emergono conversazioni utili a fornire riscontri alle dichiarazioni dell’informatore.
Dichiarazioni ritenute , inizialmente, dagli investigatori alquanto fumose.
L’atteggiamento di Angelo Izzo ed i suoi spostamenti, infatti, non hanno apparentemente nulla di equivoco.
Il 21 Aprile scadono i tempi consentiti per le intercettazioni telefoniche. La polizia dopo quaranta giorni, non ha elementi significativi per chiedere una proroga.
Ma oramai il sospetto si è insinuato nella mente degli agenti che da un mese inistancabilmente lo controllano.
Qualcosa di strano sta accadendo o sta per accadere.
Proprio quel giorno, il 21 Aprile del 2005, quando le indagini rischiano di concludersi con un nulla di fatto, viene intercettata una strana telefonata di Luca Palaia.
Una breve registrazione che consente di mantenere sotto controllo almeno il telefono del ragazzo.
Palaia, parlando con un pregiudicato di Latina fa riferimento alla possibilità di procurarsi un mastice.
I poliziotti non comprendono subito il significato del termine mastice.
Poco dopo verranno a sapere che si tratta di una parola che gergo criminale è usata per indicare un arma da fuoco, una pistola.
Il 29 Aprile, la registrazione di un colloquio telefonico intercorso tra Palaia ed un amico, rivela che i due si sono recati a Bisceglie, in Puglia, e stanno rientrando in città con due auto diverse.
Gli investigatori avvistano le due autovetture, che stanno rientrando a Campobasso con il sistema della staffetta.
L’auto di Palaia transita precedendo l’auto dell’amico, per segnalare l’eventuale presenza di controlli di polizia sulla strada percorsa.
Durante la stessa telefonata, Palaia si lamenta con il complice di avvertire un forte dolore alla mano ed alla spalla.
L’obbiettivo degli investigatori, nell’intraprendono una simile attività di controllo, è quello di studiare i movimenti dei sospettati senza fermarli nell’immediatezza, per ottenere elementi necessari a ricostruire più chiaramente le presunte attività illecite.

Ma questa volta, i due poliziotti, agiscono d’istinto e la stessa sera fermano uno dei complici mentre si accinge a scendere dall’auto per far rientro a casa.
Nel sedile posteriore dell’auto viene rinvenuta l’unità di un computer, all’interno del quale è nascosta una pistola semi-automatica avvolta in carta di giornale.
Il proprietario dell’autovettura, condotto in questura ed invitato a parlare, sostiene di non aver nulla da dichiarare.
Gli investigatori sopettano che il rinvenimento dell’arma da fuoco possa condurre ad importanti rilevazioni sulle attività criminali di Izzo.
La polizia è ancora all’oscuro del duplice omicidio, ma per indurre il sospettato a confessare, gli fa credere di essere a conoscenza dei crimini e lo invita a fornire maggiori riscontri per alleggerire la sua posizione giudiziaria.
Il giovane,convinto che l’entità del crimine sia già nota, risponde di essere disponibile a collaborare ed a condurre le forze dell’ordine “laddove sono state seppellite le due donne”.
Ma non appena percepisce lo stupore, dipinto visibilmente sul viso dei poliziotti, tenta di rettificare inutilmente la sua dichiarazione.
Cambia versione.
Dichiara che non è stato commesso alcun omicidio, sono state seppellite soltanto due pistole nel giardino della casa di sua nonna.
La prima perquisizione alla villetta di Ferrazzano, avviene nel cuore della notte.
Viene rinvenuta una borsa sportiva contenente due pistole, due giacche a vento, due rotoli di nastro adesivo, due carte d’identità contraffatte riportanti le foto di Angelo Izzo e Luca Palaia.
La mattina seguente i poliziotti decidono di effettuare un secondo sopralluogo.
Notano delle orme nel terreno, dell’erba calpestata.
Seguendo questa scia individuano una zona nel giardino della villetta, il cui terreno appare privo di erba.
Terra umida, smossa e lavorata di recente. Un agente inizia a scavare.
Rimosso lo strato di terra più superficiale, emerge della polvere bianca. Si tratta di calce.
Poi il lembo di un sacco.
Il poliziotto continua a scavare.
C’è uno strato di calce ed un di terra.
Infine due grandi sacchi verdi della spazzatura.
Il primo contiene il corpo di una donna.
Il capo è avvolto in un sacco nero di plastica.

Le braccia sono costrette dietro la schiena, legate da nastro adesivo, i polsi bloccati da un paio di manette, pazialmente spezzate.
Probabilmente dall’ultimo disperato tentativo della vittima di sfuggire all’omicidio.
Anche le gambe sono legate con del nastro adesivo.
Nel secondo sacco c’è il corpo di una ragazza.
Sembra poco più di una bambina.
E’ completamente nuda.
Anch’essa ha la testa avvolta in un sacco di plastica, legato al collo con un laccio emostatico.
All’interno della villetta nulla può far pensare ad un omicidio.
Tutto è perfettamente ordinato.
Nessun segno di collutazione.
Nessuna traccia di sangue.
Sembra una casa disabitata da tempo.

I poliziotti responsabili dell’ indagine, legata all’omicidio di Ferrazzano, sono stati elogiati dalla magistratura per la tempestività d’intervento.
Evitando di soffermarci sulla polemica riguardante la leggerezza con cui è stata concessa la semilibertà ad Angelo Izzo e ad individui che presentano analoga identità criminale ( ne abbiamo già parlato abbastanza), non possiamo negare che l’indagine è stata conclusa in tempi brevissimi.
Ma sono state le prolungate e pressanti intercettazioni telefoniche ed ambientali a condurre ai corpi senza vita delle povere donne.

Una frase pronunciata al telefono da Luca Palaia ha permesso di proseguire nella ricerca della verità.
Una pista investigativa che avrebbe portato da qualche parte, anche se non si sapeva ancora dove.
Una frase pronunciata, fatalità del caso, il giorno in cui scadeva il permesso di tenere sotto controllo i cellulari dei due complici.

Il caso preso in esame è uno tra i tanti.
La storia del crimine in Italia è piena di casi analoghi e casi irrisolti da decenni.

Ad esempio il misterioso omicidio di Simonetta Cesaroni, che ha visto susseguirsi negli anni tanti indagati, tante piste battute e non ancora un colpevole.
In quel caso le intercettazioni telefoniche, che all’epoca non facevano ancora parte degli strumenti tecnologici in possesso della magistratura, sarebbero state certamente d’aiuto.
Se poi vogliamo discutere su quanto limitare le intercettazioni possa incidere sulla lotta al crimine organizzato, è sufficiente riflettere sul fatto che nelle indagini per mafia non basta intercettare il boss, il principale sospettato.
Egli è ben consapevole di essere sotto stretto controllo.
Elementi importanti per delineare le operazioni criminali spesso sono fornite dai presunti favoreggiatori, da chi coadiuva gli affari illeciti, dai prestanome.
Da chi sa e per vari motivi non parla perchè ha paura.
Per arrivare al cuore di organizzazioni criminali, ben radicate sul territorio, spesso si parte dal basso.

Come si fa a sostenere che la nuova legge, così come è stata formulata, non cambia nulla, ma proprio nulla, per quanto concerne l’attività di contrasto alla criminalità organizzata?

In Italia, da quando ci si serve delle intercettazioni come strumento investigativo, non è mai stato facile ottenere delle proroghe per proseguire nel monitoraggio di presunte attività illecite.
La difficoltà potrebbe aumentare con l’entrata in vigore del disegno di legge in questione.

Non possiamo dimenticare il caso del latitante Andrea Ghira, autore con Izzo e Guido dell’atroce massacro del Circeo.
Tanti misteri restano legati alla sua latitanza. Chi è stato a favorilo e aiutato durante quegli anni?
Interrogativo al quale due giovani investigatori stavano provando a rispondere.
Ma l’indagine fu interrotta bruscamente dalla sospensione delle intercettazioni, effettuate sul telefono dei familiari.
Non vi erano indizi sufficienti per proseguire.
Eppure il dubbio è rimasto.
Dubbio che traspare anche dagli scritti della
giornalista Federica Sciarelli, che nel suo libro “Quei tre bravi ragazzi” cita integralmente le trascrizioni di alcuni colloqui telefonici, un po’ ambigui.

Anche se i media dovrebbero essere talvolta più discreti, è un grave errore privare gli inquirenti di uno strumento indispensabile alle indagini. E’ deletorio al diritto di cronaca impedire a tutti quei giornalisti,che non si occupano solo di gossip, di condurre inchieste serie e documentate.

Noemi Novelli