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Incontro con il dissidente egiziano Ayman Nour

Tra i suoi slogan elettorali compare il motto: "Il regime, nei riguardi degli oppositori, conosce un solo linguaggio. E' il linguaggio della prigione e degli arresti"


ll politico egiziano Ayman Nour, leader del partito al- Ghad Party (il Partito del futuro), è tra coloro che hanno avuto il coraggio di sfidare apertamente il Rahiss.
E’ tra quanti affermano che il popolo egiziano non è veramente libero e consapevole nell’ eleggere il proprio rappresentante al governo. Sostiene che le elezioni non sono mai state trasparenti e che i brogli elettorali si susseguono da decenni.

La sua politica, particolarmente sensibile al tema dei diritti umani, è mirata a giungere ad una riforma costituzionale che limiti i poteri del Presidente e apra le elezioni presidenziali a più candidati.

Nour, laureato in giurisprudenza, ha fondato in Egitto la prima organizzazione per la tutela dei diritti umani. Scrive per diverse riviste indipendenti.

Il 29 Gennaio del 2005 è stato condannato alla pena detentiva di cinque anni proprio con l’accusa di aver truccato le elezioni. Quelle elezioni che, nel 2005, attribuirono al suo partito un consenso rilevante tra il popolo.
Il 13% di voti, numero decisamente superiore a quello ottenuto da tutti gli altri partiti laici di minoranza.

Ma il suo arresto, secondo molte voci, è considerato un tentativo di impedire ad un partito d’opposizione di emergere così prepotentemente sulla scena politica egiziana.
Si è detto anche che Nour rappresenti la più grande minaccia alla successione di Gamal Moubarack alla presidenza del padre.

La sua politica costituisce la terza alternativa tra il vincente partito democratico di Moubarack e il movimento politico dei Fratelli Musulmani che nelle ultime elezioni ha aumentato il consenso popolare dal 2% al 20%.




La moglie di Nour durante una manifestazione per la liberazione del politico.

Gamila, la moglie di Nour, conduttrice televisiva e militante di Al Ghad, ha creato un blog per documentare la prigionia del marito e per chiedere all’Occidente di intervenire in suo favore.
Sul sito ha pubblicato alcune immagini che ritraggono l’uomo con la schiena, le gambe ed i piedi ricoperti da ematomi e da piaghe provocate da tagli e bruciature.

La detenzione del dissidente sarebbe stata aggravata dal suo non buono stato di salute.
Soffre di diabete, di pressione alta e di disturbi cardiaci che richiedono cure costanti.
La sua incompatibilità al regime carcerario ne avrebbe favorito la scarcerazione anticipata.
Il 19 Febbraio del 2009 è stato liberato tra lo stupore della moglie, di familiari ed amici che non erano stati avvisati del suo ritorno a casa.
I giornali d’opposizione sostengono che la sua scarcerazione rappresenti un gesto di diplomazia nei confronti della nuova amministrazione americana di Obama.
L’arresto di Nour fu infatti causa di un raffreddamento dei rapporti diplomatici tra l’allora presidente Bush e il Rahiss egiziano Moubarack.

Tuttavia, l’uomo ha dichiarato ad un giornale:

” E’ vero che Bush chiese al governo egiziano la mia liberazione, ma non posso dire che assunse un atteggiamento abbastanza duro nei riguardi di Moubarack.
L’America ha fatto sempre prevalere i suoi interessi sulla salvaguardia dei diritti umani dei cittadini imprigionati dai regimi dei paesi loro alleati”.

Nel 2007 l’America pensò di trattenere circa 200 milioni di dollari dagli stanziamenti che annualmente offre all’Egitto per costringere il governo a prendere provvedimenti contro gli abusi dei servizi segreti, contro la violenza della polizia locale, a procedere ad una riforma del sistema giudiziario ed a mettere fine al traffico
d’ armi verso Gaza.
Il governo americano dimostrò di opporsi fermamente alle torture perpetrate sui prigionieri egiziani ma è noto che i militari statunitensi non si macchiarono di colpe meno gravi.

Oltre allo scandalo delle violenze senza precedenti perpetrate sui detenuti iracheni, possiamo ricordare quello de i “torture flights“, scoppiato nel 2004.
I prigionieri americani venivano imbarcati in voli diretti in Medio-Oriente per essere interrogati secondo i metodi locali.
Bob Baer ex agente della CIA a tal proposito dichiarò: ” Se si vuole condurre l’interrogatorio in maniera seria il prigioniero deve essere spedito in Giordania, se vogliamo sottoporlo a tortura lo mandiamo in Siria, se invece vogliamo farlo sparire per sempre dobbiamo imbarcarlo in un volo per l’Egitto”.

Incontro Aiman Nour ad Alessandria d’Egitto l’ultimo Mercoledì di Ottobre di quest’anno.
La sede del suo partito si trova in un elegante palazzo a due passi da San Stefano, rinomato quartiere che accoglie gran parte della borghesia alessandrina.
Non appena entro all’interno dei suoi uffici, resto sorpresa dall’arredamento spartano e malandato.
Pochi mobili usurati dal tempo e alcune fotografie di manifestazioni e congressi politici appese alle pareti con l’ intonaco scrostato dall’umidità.
Mi accoglie una segreteria di mezza età, con il capo coperto dal velo islamico e con un sorriso cordiale.
Neanche sono entrata che è già pronta, con il vassoio in mano, per servirmi l’immancabile bicchiere di te’ bollente. Tipico gesto che contraddistingue la calorosa ospitalità del popolo medio-orientale.
Sbagliavo nel credere di sfuggire all’ennesimo rituale del tè.
Quel giorno della bevanda ne avevo già fatto indigestione, ma rifiutare sarebbe stato sinonimo di scortesia. Che ci si trovi nell’ufficio di un politico o in una tenda beduina nel bel mezzo del deserto, il tè precede sempre qualsiasi colloquio o conoscenza, formale ed informale.
Arriva Nacla Fauzy la responsabile del suo ufficio stampa. Si scusa subito per la sede poco confortevole e mi illustra brevemente la loro attività politica che ha luogo soprattutto al Cairo, dove è ubicata la sede principale del partito.
Mi racconta degli incendi dolosi appiccati ai loro uffici della capitale. L’ultimo risale ad un anno fa.
I responsabili non sono mai stati individuati.
Sono state svolte indagini approssimative.
La polizia ha accusato Nour di aver ordinato ai suoi complici, dal carcere in cui era recluso, di appiccare il fuoco nelle loro sedi per simulare false perseguzioni, di cui in realtà non sarebbe mai stato vittima.
Nour entra nella sede del partito seguito da una coda di gente.
Sono alcuni degli aderenti al suo movimento politico. Intellettuali e persone del popolo.
Parlando con alcuni di loro mi accorgo che il consenso al partito giunge da più direzioni; da persone appartenenti a ceti sociali e professioni disparate.
Qualcuno mi racconta degli interrogatori che ha subito.
Il proprietario di un albergo del centro è stato interrogato per quarantotto ore dalla polizia segreta. Ventuno persone aderenti al partito sono stati arrestati per periodi di tempo più o meno brevi.

Nour mi invita a sedermi nel suo ufficio. La segretaria nel frattempo ha sistemato tutte le sedie che è riuscita in poco tempo a reperire per offrire agli astanti la possibilità di partecipare al nostro colloquio.
Tra i presenti c’è anche una giovane giornalista free-lance di Washington.
I giornali americani hanno seguito la sua vicenda fin dall’inizio, dall’arresto alla scarcerazione.

Ayman Nour è un uomo grande e grosso con un sorriso bonario sempre dipinto sul viso.
Parla in modo pacato, senza orgoglio ne sfrontatezza rivelando un carattere a tratti timido, quasi riservato, raramente riscontrabile in coloro che rivestono ruoli simili al suo.
Riesce ad essere perfino ironico per sdrammatizzare la tragedia che investe in Medio-Oriente dissidenti ed intelletuali progressisti.
Fin da subito ci tiene a comunicarmi la sua riconoscenza per Marco Pannella e per i radicali italiani.
“Sono stati loro a far conoscere all’Italia la mia vicenda” dice.
In seguito mi esternerà il suo dispiacere per l’impossibilità che i radicali siano rappresentati al Parlamento Europeo.
Colgo l’occasione per chiedergli informazioni più dettagliate sulla tortura che ha subito all’interno del famigerato carcere di Thora, dove è stato recluso per quattro anni.
Gli dico che ho intervistato altri leader d’opposizione, i quali mi hanno raccontato la loro esperienza di prigionieri politici. Da queste interviste, che sto raccogliendo per una mia ricerca, è emerso un quadro preoccupante dell’Egitto. Un paese che sembra nascondere la spazzatura sotto il tappeto. Ci tiene a mostrare all’Occidente una facciata di democrazia irreale.
Nour ride quando uso il termine “politici d’opposizione”. Mi consiglia di chiamarli semplicemente dissidenti. Precisa che, a suo avviso, in Egitto l’opposizione non esiste.
I partiti come il suo avrebbero un potere irrilevante contro quello che definisce un regime.

Della tortura in carcere fa fatica a parlare. Abbassa lo sguardo e cambia discorso.
Quando insisto nelle mie domande mi risponde ripetutamente: “E’ stato veramente terribile” “L’esperienza più terribile che un uomo possa avere nel corso della sua vita”.
Mi assicura che il suo ufficio stampa mi farà avere tutto il materiale utile alla mia ricerca.

La tortura dei prigionieri egiziani nelle carceri e nelle caserme non ha ancora ricevuto abbastanza attenzione dall’Occidente, eppure sta diventando un problema sempre più serio.
Neanche al tempo della presidenza di Sadat, quando gli intellettuali furono incarcerati in massa, si registrarono atti di violenza simili a quelli recenti.
Siamo entrambi d’accordo nel credere che la legge d’emergenza, nata per arginare il fenomeno crescente del terrorismo, sia divenuta il miglior mezzo per tenere a bada i dissidenti e per imbavagliare i media.
Si tratta di una legge disapprovata da gran parte del popolo egiziano. Permette migliaia di arresti arbitrari, perquisizioni in abitazioni private senza regolare mandato, indagini approssimative e conseguenti processi iniqui.
La legge d’emergenza (come dice il nome stesso) dovrebbe costituire uno strumento temporaneo ma in Egitto è ormai in vigore da trentanni.
Conferisce al Rahiss il potere di sospendere la libertà di coloro che rappresentano un pericolo per la stabilità politica e la buona reputazione del paese, il potere di imporre restrinzioni alla libertà di aggregazione, movimento e di residenza. I funzionari addetti alla censura, secondo l’articolo 3 di questa legge possono vietare la pubblicazione di articoli, chiudere la redazione di un giornale o sospendere la messa in onda di una trasmissione televisiva in nome della sicurezza nazionale.
Basta pensare alla recente vicenda giudiziaria che ha visto come protagonita Al Ibrahim, editore della rivista Doustour.
Nel 2008 l’editore è stato condannato in primo grado a sei mesi di reclusione (ridotti a due nel processo di appello) a causa della pubblicazione di due articoli riguardanti il Rahiss Moubarack.
Gli articoli incriminati parlavano delle non buone condizioni di salute dell’ottantenne presidente.
L’accusa mossa contro Al Ibrahim è quella di “aver diffuso false notizie che hanno disturbato l’ordine pubblico e minacciato la sicurezza del paese”.
La letteratura araba così affascinante e ricca di sfumature è ancora oggi oggetto di censura da parte dei servizi di sicurezza del governo.


Il Cairo: la violenza della polizia contro gli aderenti ad una manifestazione.

Mi trovo comunque a rammentare a Nour la reale difficoltà di chi governa, nell’ostacolare atti di terrorismo nei confronti di rappresentanti del governo e dei turisti ospiti nel paese.
Nonostante ai media ufficiali locali, a causa del controllo dell’informazione, sia concessa soltanto la diffusione di informazioni parziali e spesso manipolate, sappiamo dai canali d’informazione indipendente che il paese è stato teatro di una lunga scia di sangue, che ha visto come vittime non solo gruppi di turisti ma anche intellettuali, progressisti musulmani e rappresentanti della minoranza religiosa copta.

In alcuni villaggi dell’alto Egitto sta emergendo un nuovo e preoccupante fenomeno, sottovalutato dal governo.
Gli osservatori l’hanno soprannominata la “mafia islamista“.
I contadini che abitano questi lembi di terra fertile adagiati sulle sponde del Nilo sono costretti a pagare il pizzo al gruppo fondamentalista Gama el Islamia.
Di ciò ne hanno dato notizia, attraverso i loro siti internet, alcuni rappresentanti della religione copta.

Tutti i presidenti egiziani, dopo la caduta della monarchia, anche coloro che hanno cercato ripetutamente il dialogo, sono stati vittime di attentati perpetrati dai gruppi islamisti desiderosi di governare il paese per costituire la umma, la grande terra dei musulmani citata nelle scritture coraniche.

Il presidente Sadat, che cercò l’appoggio degli islamisti per liberarsi dell’eredità socialista, lasciata dal suo predecessore Nasser, fu ucciso da un gruppo fondamentalista durante una cerimonia pubblica. Nonostante fosse protetto da un numero incredibile di militari, il proiettile sparato dal cecchino gli frantumò un’arteria. Morì pochi minuti dopo.

Sadat con la decisione di firmare il trattato di pace di Camp Davis, conquistò il premio Nobel per la Pace ma segnò anche la sua condanna a morte.
Attirò, infatti, le ire dei fondamentalisti che aveva provveduto pochi anni prima a scarcerare. L’accusarono di essere un infedele, peggiore di Nasser.

Anche Moubarack è stato più volte oggetto di attentati alla sua vita.
Il 26 giugno del 1995, quando si apprestava a raggiungere la città di Addis Abeba, per partecipare al vertice annuale dell’unione africana, scampò per miracolo alla mancata esplosione di un ordigno che era stato lanciato verso l’auto sulla quale era a bordo.

Nour mi parla dei suoi progetti politici, della sua volontà di impegnarsi sul fronte dei diritti umani, della sua decisione di ricandidarsi alle prossime elezioni.
Il carcere e la tortura - dice- lo hanno segnato, ma non piegato.

Gli racconto della manifestazione che recentemente si è tenuta a Roma per la libertà di stampa in Italia. Sorride, dice che ne ha sentito parlare ma non commenta.
Sono convinta che chi vive e opera in Medio-Oriente trovi enorme difficoltà nel credere che in Occidente ci siano dei motivi validi per manifestare per l’informazione libera.


Mi chiede di accompagnarlo in giro per la città.
Percorriamo il centro di Alessandria a piedi e con i mezzi pubblici, senza gli uomini della sicurezza. Accompagnati solo da quattro militanti del suo partito disarmanti e dalla giovane responsabile del suo ufficio stampa.


Un’ auto blindata ci segue per permetterci di attraversare i quartieri della città più difficili.


L’affetto del popolo nei confronti di Nour è palese e sembra sincero.
Gente di ogni età gli corre incontro, gli parla dandogli del tu, come se fosse un vecchio amico.


Ognuno gli sottopone un problema. Chi è afflitto dalla corruzione, chi dalla miseria, chi spera in una riforma dell’istruzione, chi nella costituzione di sindacati indipendenti che tutelino realmente i diritti dei lavoratori.
I decessi e gli infortuni degli operai nelle fabbriche sono incrementati e dopo il dilagare della miseria rappresentano uno dei mali peggiori che tormentano il paese.


Mentre camminiamo per una via nel centro, la responsabile dell’ufficio stampa di Nour, mi segnala a bassa voce la possibile presenza dei servizi segreti.
Crede di riconoscerli in due tizi che da un po’ di tempo ci stanno seguendo e fissando. Mi dice che il politico ha tutte le linee telefoniche sottocontrollo.
E’ monitorato ventiquattrore su ventiquattro dall’intelligence egiziana.
La Muhabarat (i servizi segreti egiziani) ha iniziato a collaborare con il governo americano a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle.
Sembra però che in Egitto, l’intelligence, anzichè concentrare tutte le sue forze nell’antiterrorismo, stia sprecando energie, in maniera spropositata, nel dare la caccia a dissidenti, giornalisti e blogger non allineati.


Chiedo alla responsabile dell’ufficio stampa del partito se Nour riceve medesimo consenso e così tante manifestazioni di affetto anche al Cairo.
Mi risponde che il consenso del popolo è molto più rilevante ad Alessandria.
Credo che Alessandria, rispetto alla Capitale, sia una città molto più occidentalizzata è pronta al rinnovamento.
Nel Cairo più tradizionalista, molti quartieri periferici, come quello di Imbaba, sono totalmente monopolizzati dal gruppo religioso e politico dei Fratelli Musulmani.

Il nostro giro si conclude al Faro di Alessandria.
Ci fermiamo in una pasticceria affollatissima per assaggiare una tipica prelibatezza: il gelato artigianale prodotto secondo l’antica ricetta dell’alto Egitto.
Dalla piazza si gode la visuale del Forte di Quat Bay, che si innalza sulle rovine di una delle sette meraviglie del mondo: l’antico faro di Han, crollato probabilmente a causa di un terremoto.
Per diverse epoche storiche la gradiosa torre, alta 130 metri, è stata la guida dei naviganti. Sulla sua cima sovrastano le statue delle divinità protettrici della navigazione: i Dioscuri, gli dei della luce.
Secondo quanto narra la leggenda popolare i marinai, durante le tempeste, erano portati in salvo da queste presenze divine di luce e di fuoco.


Tortura commessa in una caserma egiziana per facilitare la confessione durante l’interrogatorio.
Talvolta i poliziotti, per spavalderia, registrano con le videocamere dei loro cellulari gli atti di violenza che perpetrano.



Gamila, la moglie di Ayman Nour, mentre mostra una foto del marito torturato in carcere


Noemi Novelli

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