Questo sito contribuisce alla audience di

Il terribile massacro di Khaled Sayd: tragedia strumentalizzata dagli oppositori del rahis egiziano?

Alessandria d'Egitto-Il 6 giugno Sayd si reca in un internet point non lontano da casa sua, inconsapevole che la polizia del rahis lo stava tenendo d'occhio da qualche tempo. Sayd muore per le percosse di due poliziotti in borghese ma il governo egiziano si difende parlando di banale tragedia.

Sayd
Da qualche anno vivo tra Roma ed Alessandria d’Egitto dove mi occupo di ricerca su fenomeni come la violenza di genere e di crimini sommersi legati al terrorismo e alla repressione dei dissidenti.

Alessandria “la perla del Mediterraneo” (come viene definita nella letteratura araba), è sempre stata una città meno calda rispetto al Cairo e ai paesi dell’alto Egitto (dove omicidi e minacce alle minoranze copte sono all’ordine del giorno) , meno tormentata da atti di terrorismo e da altri generi di crimini.
Negli anni 70-80 rappresentava il luogo di incontro e di svago per la maggior parte della borghesia e dell’èlite di intellettuali egiziani.
Negli anni 90, quando gli imprenditori occidentali hanno strappato il deserto sul Mar Rosso ai pascoli e agli accampamenti beduini per creare villaggi turistici e zone residenziali, la costa alessandrina è divenuta sempre meno esclusiva e più popolare.
Da qualche anno a seguito dell’arresto del giovane blogger Karem Amer, uno studente di Alessandria accusato di aver diffamato, attraverso i suoi scritti, il rahis Moubarack e di vilipendio alla religione islamica, gruppi di studenti e giornalisti indipendenti alessandrini hanno costituito associazioni a difesa dei diritti umani, della libertà di stampa e per l’abrogazione della controversa legge d’emergenza.

La legge d’emergenza, tanto osteggiata dagli intellettuali arabi, è in vigore in Egitto da oltre trent’anni.
Varata per fronteggiare il fenomeno dilagante del terrorismo è divenuta la miglior arma per tenere a bada gli oppositori del presidente Sadat e dopo del suo successore Mubarack e per controllare gli organi di informazione indipendenti.
Dopo l’anno 2000 l’avvento di internet ha permesso agli egiziani di raggirare questa legge che impedisce ai cittadini qualsiasi forma di espressione intellettuale e artistica non in linea con la politica del rahis.
Studenti, paladini della libertà di espressione e della libera informazione hanno iniziato a pubblicare su blog e pagine facebook filmati amatoriali che documentano la violenta repressione attuata dal governo contro gli oppositori, gli stupri e e le violenze perpetrate nelle caserme, i sequestri attuati dalla polizia segreta.
Scenari descritti efficacemente da Nagib Mahfuz in Karnak Cafè, romanzo ambientato al Cairo tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70 quando i servizi segreti erano entrati ossessivamente nella vita degli intellettuali.

Sono tornata in Italia il 2 giugno. Appena pochi giorni dopo il mio ritorno a Roma, facendo zapping tra i canali satellitari arabi e sintonizzandomi su Al Jazeera ho ascoltato ciò che non avrei mai voluto ascoltare.
La notizia dell’ennesimo omicidio di stato che il governo egiziano sta facendo passare per banale tragedia, per incidente non voluto.
Al jazeera ha sempre documentato i crimini dei regimi medio-orientali. Anche questa volta non ha diluito la notizia servendosi di condizionali e di mezzi termini.

Kaled Sayd aveva 28 anni e abitava nel quartiere di Cleopatra, a pochi isolati da casa mia.
Non ho mai avuto occasione di parlare con Sayd ma non era difficile incontrarlo nei ritrovi frequentati dagli universitari e alla biblioteca di Alessandria.
Un ragazzo dall’aria perbene, abbastanza riservato.
Ho letto che amava le moto di grande cilindrata e gli animali. I video che lo ricordano lo mostrano mentre tiene tra le braccia un gatto persiano.
Ho saputo che anche lui si interessava alle vicende dei dissidenti incarcerati arbitrariamente. Non so se come altri aveva l’abitudine di riprendere con il telefonino le violenze della polizia per pubblicarle su internet.
Altri giovani, con i quali ho parlato, mi hanno confidato che documentare ad ogni costo il fenomeno sommerso è divenuta per loro una sorta di ossessione. “E’ necessario documentare tutto con la videocamera dei cellulari e pubblicare le immagini e i video dei pestaggi su internet, mandare il materiale ai giornalisti occidentali altrimenti nessuno ci crede. Il governo cerca in ogni modo di insabbiare questa assurda e violenta repressione facendo passare chi denuncia per pazzo, per criminale o per tossicodipendente”.
Il 6 giugno Sayd si reca in un internet point non lontano da casa sua, inconsapevole che la polizia del rahis lo stava tenendo d’occhio da qualche tempo.
Due agenti in borghese entrano nel locale affollato e tra il silenzio degli astanti iniziano a schiaffeggiarlo violentemente. Gli chiedono il motivo per il quale sta usando un computer.
Il gestore dell’internet point ha dichiarato poi che i due poliziotti avrebbero sbattuto più volte e con una violenza inaudita la testa del ragazzo contro un tavolo di marmo.
C’è chi dice che le torture sarebbero durate oltre mezz’ora.
I presenti intimoriti si sono limitati ad uscire dal locale e ad osservare il massacro da dovuta distanza fino a quando il corpo di Sayd sanguinante e ormai in fin di vita è stato scaraventato sull’asfalto, tra la gente
inorridita ma silenziosa.

In Egitto non ci si può opporre all’autorità della polizia del rahis.
I presenti sapevano che prendendo le difese del ragazzo avrebbero fatto la sua stessa fine.
E’ ciò che accadde all’autista di un micro-bus che si oppose a un poliziotto che schiaffeggiava suo cugino, proprietario anch’esso di un mezzo di trasporto privato.
L’uomo fu condotto in una caserma e sodomizzato con un bastone di legno. I due poliziotti per spavalderia ripresero la violenza con un cellulare e pubblicarono il video su internet.
Grazie ad Wael Abbas un blogger che si servì di quel video per denunciarli ad un organizzazione per i diritti umani e alla CNN i due aguzzini furono condannati.
Nonostante la soddisfazione degli oppositori di Mubarak si trattò di una condanna simbolica, atta a non incrinare i rapporti con il governo americano il quale a causa dei crimini della polizia contro i dissidenti qualche anno prima aveva ridotto i sovvenzionamenti economici. (L’Egitto dopo Israele e il paese che riceve più contributi economici dall’America).
Dopo due anni i carnefici del povero autista non solo furono scarcerati ma fu permesso loro di indossare nuovamente la divisa.
Le foto atroci di Sayd con il volto tumefatto e sfigurato dalle percosse hanno fatto il giro del mondo grazie ai blogger egiziani che continuano quotidianamente a riproporle sulla rete.
Amnesty International ha aperto un’indagine servendosi della testimonianza del proprietario dell’internet point.

L’organizzazione ha messo a disposizione della famiglia del ragazzo avvocati e un medico legale che ha accertato le cause del decesso.
Sayd è morto per le percosse e per le torture. Non ci sono dubbi. Ma il governo egiziano per l’ennesima volta si difende dicendo che si è tratto di una tragedia, che il ragazzo era un pericoloso criminale.
Le televisioni di Mubarack costrette ad intervistare i dissidenti, che hanno organizzato una serie di manifestazioni tappezzando il Cairo e Alessandria con le foto dell’ennesima vittima del regime, hanno continuato a chiedere per giorni agli ospiti intervenuti in trasmissione se per caso stessero per l’ennesima volta strumentalizzando una banale tragedia per opporsi all’attuale governo e alla controversa successione di Gamal Mubarack al padre.

Link correlati