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Cap. 4 “Dubbi”

Ci sono giorni in cui ti chiedi chi sei; cammini da solo per la strada vagando senza meta, con lo sguardo perso fissi le cose che ti circondano, domandandoti quale sia la tua identità.

Ci sono giorni in cui ti chiedi chi sei; cammini da solo per la strada vagando senza meta, con lo sguardo perso fissi le cose che ti circondano, domandandoti quale sia la tua identità. Ripensi alla tua vita, alla famiglia, agli amici, a coloro che ti vogliono bene chiedendoti se ciò che hai vissuto finora sia quello che volevi. Nella tua mente solo domande, vorresti trovare qualcuno che possa darti le risposte che cerchi, qualcuno che ti sappia dire chi sei, ma quel qualcuno non esiste perché solo noi sappiamo chi siamo, solo noi possiamo rispondere a quella domanda.

I dubbi ci assalgono, per un po’ stiamo a rimuginare e rattristarci ma poi basta un non nulla per farci riacquistare il buonumore, un gesto, una parola ci fanno recuperare quello che stavamo perdendo: la nostra identità.

Purtroppo per Kaoru non era così; i suoi occhi si erano spenti del tutto, il suo cuore si era fermato. Non era morta fisicamente, ma nell’animo.

Kazuo le si avvicinò, ma non appena cercò di appoggiarle la mano sulla spalla per consolarla lei lo scansò bruscamente.

“Vattene!!! Stammi lontano!!!” mentre pronunciava queste parole sul suo volto scorrevano incessanti lacrime di dolore.

Vista la reazione della ragazza Kazuo ritirò la mano, la tristezza era dipinta sul suo volto, era lì vocino a lei ma non poteva fare nulla per aiutarla. Prima di andarsene riuscì a pronunciare solo una parola.

“Scusa…” detto questo si allontanò e poco a poco la sua figura scomparve.

Kaoru si alzò dal gelido asfalto iniziando a vagare senza meta nella cupa notte. La sua testa era piena di dubbi, di paure, di tristezza. Lo sconforto aveva preso il sopravvento. Ora non sapeva più chi o cosa era realmente.

Camminava per la strada con lo sguardo basso, gli occhi vuoti, privi di vita. Ormai si era fatto tardi, ma alla ragazza non importava, in quel momento non riusciva a pensare a niente, nella sua testa rimbombava una sola parola: demone.

Goccia dopo goccia iniziò a piovere, una pioggia triste e malinconica bagnava delicatamente il viso di Kaoru, che continuava il suo vagare; sapeva che nessuno si sarebbe preoccupato se lei non fosse tornata a casa presto, perché quella casa era vuota, come il suo animo.

Quando erano morti i genitori, quando era morta la sorella aveva sempre dato la colpa a se stessa; si era sempre sentita responsabile per la loro morte, si era sempre chiesta se non ne fosse stata lei la causa, questo dubbio che aveva smesso di assillarla ora si ripresentava più forte e radicato di prima.

Copiose lacrime iniziarono a sgorgargli dagli occhi, mischiandosi alla pioggia; e se fossi stata realmente io a causare quegli incidenti mortali? Del resto quel ragazzo mi ha detto che ho un immenso potere, solo che non sono in grado di usarlo e magari anche di controllarlo. Questi erano i pensieri della ragazza, questi i suoi dubbi.

Trasportata dai pensieri e dalle paure non si accorse che il suo corpo, a causa del freddo e della pioggia, andava sempre più indebolendosi. La temperatura corporea diminuiva, il respiro si faceva sempre più affannato, le gambe più pesanti, fino a che, stremata, si accasciò a terra; intorno solo il rumore delle gocce di pioggia che si infrangevano sull’asfalto.

“Ehi, svegliati!” una voce femminile ruppe il ritmo della pioggia.

La ragazza si avvicinò a Kaoru, e le mise una mano sulla fronte.

“Ma tu scotti! Devi avere la febbre alta, non hai nessuno che possa chiamare?”.

Kaoru non fece in tempo a rispondere che perse i sensi; quando si risvegliò era ormai giorno. Si guardò intorno, non riusciva a capire dove si trovava, tutto intorno le era sconosciuto.

“Finalmente ti sei svegliata, è da due giorni che dormi, cominciavo a preoccuparmi…” disse una voce amichevole. Dopo aver dischiuso completamente gli occhi e aver messo a fuoco la figura che le stava dinnanzi, riuscì a distinguerne il volto; era sereno e le stava rivolgendo un sorriso.

Era una ragazza giovane, ma di sicuro più grande di lei, portava lunghi capelli castani legati in una coda; era seduta su una sedia posta nelle vicinanze del letto su cui era distesa, e la osservava.

“Bene, visto che sei sveglia posso presentarmi, mi chiamo Julia*, Julia Murasaki…e tu?”

“Kaoru, Kaoru Fujiwara…” disse con un filo di voce.

“E ora, finite le presentazioni, facciamo colazione, ti va?” detto questo si avviò verso quella che sembrava essere la cucina.

“Sì…” rispose Kaoru un po’ stupita, da subito aveva pensato che certamente quella ragazza le avrebbe chiesto il motivo del suo stato o perlomeno altre informazioni, ma così non fu.

Vedendo la perplessità dipinta sul suo volto, Julia si girò di nuovo verso di lei.

“Sei perplessa perché non ti ho fatto un interrogatorio? Mi dispiace, ma non è da me. Se vuoi sarai tu a parlarmene quando te la sentirai…” disse rivolgendole un sorriso.

A quelle parole lo stupore di Kaoru aumentò, quella ragazza oltre ad averla salvata, le stava dimostrando assoluta fiducia e comprensione, nonostante fosse un’estranea sembrava capirla perfettamente.

“Che fai lì imbambolata? Su, vieni…ce la fai ad alzarti? La febbre ormai è sparita, ma magari sei ancora debole…prova…”

Kaoru dapprima si mise a sedere sul letto, poi provò ad alzarsi. Dopo un iniziale barcollamento riuscì a muovere dei passi e a raggiungerla all’entrata della stanza.

“Bene, vedo che ti stai riprendendo…dopo una colazione nutriente vedrai che starai ancora meglio”

disse Julia sorridendo dolcemente.

Si sedettero entrambe al tavolo della cucina, la stanza era impregnata del dolce aroma del caffè appena fatto. Kaoru si guardava intorno osservando quel luogo che le risultava tanto accogliente.

“Vuoi un po’ di caffè?”

“Sì, grazie…” rispose dopo un momento di smarrimento.

Quella bevanda calda, tanto semplice, bevendola le riscaldava il cuore. Julia la osservava con fare materno, e questo un po’ la metteva in imbarazzo ma allo stesso tempo le riscaldava l’animo.

“Brioches?” disse Julia porgendogliene una.

“Grazie” rispose, e per la prima volta dopo gli ultimi avvenimenti, Kaoru accennò un sorriso.

“Ah, allora sai ancora sorridere…” Julia sorrise pronunciando questa frase e la ragazza non poté fare a meno di arrossire per il lieve imbarazzo.

Dopo la colazione le preparò anche un bagno caldo e dei vestiti nuovi, in quanto quelli della sera prima erano ormai inutilizzabili.

“Grazie…io non so come ricambiare…”

“Ricambiare? Vedi di non rimanere mai più sotto la pioggia battente al freddo e siamo pari” disse ridendo Julia.

“Ok” rispose Kaoru sorridendo dolcemente.

* il nome “Julia” va letto con la pronuncia tedesca.

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