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MAZINGER Z, IL GRANDE MAZINGER E GOLDRAKE:

Non tutti sanno che in origine "UFO Robot Goldrake" è la continuazione de "Il Grande Mazinger", che è a sua volta sequel di "Mazinger Z". Il personaggio che in Italia fu chiamato Alcor è in realtà Koji Kabuto, pilota di "Mazinger Z" che si è meritato un'apparizione speciale anche negli ultimi episodi de "Il Grande Mazinger".

Il fatto che in Italia “Goldrake” sia stato trasmesso su RaiDue, “Il Grande Mazinger” dalle TV locali e “Mazinger Z” da RaiUno, costrinse queste tre serie a un destino particolare: il personaggio di Koji Kabuto mantenne il suo nome solo ne “Il Grande Mazinger”, ma fu rinominato Rio Kabuto in “Mazinger Z” e Alcor in “UFO Robot Grendizer”. Non solo: le tre serie giunsero in Italia in ordine inverso rispetto a quello in cui furono create!

Oltre a generare un’enorme confusione tra il pubblico, questo “pasticcio all’italiana” contribuì a far nascere il mito che “i personaggi dei cartoni giapponesi sono tutti uguali”. In realtà non è che Rio, Koji e Alcor siano uguali: sono proprio la stessa persona!

La stretta relazione che collega queste tre serie fu resa ancor più incomprensibile al pubblico italiano da un ampio lavoro di “tagli” e censura: al tempo della prima messa in onda televisiva di “UFO Robot Goldrake”, tutti i riferimenti a “Mazinger Z” furono censurati; allo stesso modo, le puntate di “Mazinger Z” dove apparivano personaggi in comune con “Il Grande Mazinger” non furono mai trasmesse.

Non solo: in Italia tre episodi (il 15, il 59 e il 71) non andarono mai in onda e il 71 fu inserito in un film cinematografico mai approvato dall’autore, che i distributori nostrani crearono per sfruttare l’incredibile successo di “Goldrake”.

Gli stessi distributori importarono anche “Daimos”, un cartone animato che con “Goldrake” non aveva proprio nulla a che vedere, e ne fecero un film intitolato “Il figlio di Goldrake”!

Notare che la stessa sorte capitò anche a “Jeeg Robot” - di cui in Italia venne montato un film cinematografico all’insaputa dell’autore - e “Heidi”, che “diventa principessa” in un film che con Heidi non c’entra affatto!!

La riedizione di “Goldrake” presenta, oltre a tutte le scene e gli episodi che sono stati “censurati” durante la messa in onda televisiva, anche una versione corretta di tutti i dialoghi, che, per motivi di tempo o di scarsa comprensione della lingua, vennero spesso travisati dai traduttori del tempo. Inoltre, per volere dell’autore e dei produttori, Alcor torna a chiamarsi Koji Kabuto, in modo da creare anche in italiano un continuum con “Mazinger Z” e “Il Grande Mazinger” .

I fan più accaniti possono trovare nel DVD, oltre al doppiaggio italiano con i nomi a tutti conosciuti, anche un secondo doppiaggio nella nostra lingua, dove i vari personaggi sono presentati con i loro nomi originali.

MA “ATLAS” CHI È?

I più attenti di voi se ne saranno sicuramente accorti, ma benché questa edizione in DVD si intitoli “UFO Robot Goldrake”, quando Actarus & C. arrivarono per la prima volta in Italia il loro cartone animato si chiamava “Atlas Ufo Robot”.

E qui sorge spontanea una domanda: chi è mai questo Atlas??

In tutta la serie non appare nessun personaggio con questo nome, perciò capire le origini di questo titolo è un’opera piuttosto complicata. Abbiamo trovato la soluzione per caso, quando l’occhio ci è caduto su un vecchio pacco di fotocopie: ma intanto, alcune premesse.

“UFO Robot Goldrake” si intitolava in Giappone “UFO Robot Grendizer”. Anche tutti i personaggi avevano in origine nomi diversi da quelli dell’edizione italiana (consigliamo di consultare la loro pagina per farsene un’idea); però il nome Atlas non appare da nessuna parte neppure nella versione giapponese. E allora da dove viene?

Dovete sapere che Goldrake non arrivò in Italia direttamente dal Giappone, ma dalla Francia, dove era stato importato e trasmesso poco prima dell’Italia (la Rai “superò” poi i cugini d’oltralpe trasmettendo le ultime puntate molto prima di loro). Ebbene, quando si propone un programma a un’emittente televisiva bisogna fornire ai responsabili della stessa una serie di informazioni dettagliate (per esempio, di cosa tratta il programma, quali sono i personaggi principali, a quale pubblico è indirizzato ecc.).

Tutte queste informazioni sono raccolte in un opuscoletto chiamato al giorno d’oggi con l’inglese “Guide Book” o, in versione piu’ dettagliata, “Style Book”. Senonché i francesi, negli anni ‘70, lo chiamavano in un altro modo: “Atlas” (= atlante, guida). Così quel funzionario Rai che si trovò tra le mani un opuscolo intitolato “Atlas UFO Robot” (= Guida a UFO Robot) probabilmente ritenne che quell’Atlas fosse parte del titolo.

A volte è proprio vero che sono delle piccolezze a cambiare la storia…

COME SI MANGIA UN MANGA

La parola “manga” ultimamente sta entrando nel linguaggio comune, ma una decina di anni fa non era certo così. I (pochi) servizi giornalistici che si occupavano dei fumetti giapponesi iniziavano tutti con la proverbiale frase: “I manga non sono un frutto tropicale”. Oggi pressocché tutti in Italia sanno che manga è il nome dei fumetti giapponesi.

Perché allora non chiamarli semplicemente “fumetti”? Il motivo è semplice: i manga hanno delle modalità grafiche e narrative notevolmente diverse da quello che in Italia viene comunemente definito “fumetto”. L’incredibile influenza che i manga hanno esercitato negli ultimi quindici anni sui fumetti di tutto il mondo (inclusi quelli italiani e americani) sta però rendendo sempre più vago il confine tra “fumetto” e “manga” in termini grafici.

Però c’è una differenza fondamentale tra “manga” e “fumetto” che verrà difficilmente colmata: i manga in Giappone sono un prodotto letto dai bambini come dagli adulti e dagli anziani. Risultato: le riviste di manga vendono in patria decine di milioni di copie alla settimana.

Un altro aspetto che distingue i manga dai nostri fumetti è che essi sono pubblicati in riviste settimanali, quindicinali o mensili a episodi di trenta~sessanta pagine l’uno. Questi episodi vengono poi raccolti in volumetti monografici. Una serie media conta dai cinque ai dieci volumi, ma ve ne sono anche di molto più lunghe, come “Ken il Guerriero”, che si conclude dopo ben ventisette tomi! Diversamente dall’Italia o dagli Stati Uniti, tutti gli episodi sono disegnati (e spesso sceneggiati) dallo stesso autore, perciò non accade che diversi episodi dello stesso personaggio siano disegnati da autori diversi, come succede ad esempio per i nostrani “Tex”, “Dylan Dog” o i supereroi americani.

Ma perché parliamo di manga in un sito dedicato a Goldrake? Semplice: come la maggior parte degli altri eroi dei cartoni animati, da “Capitan Harlock” a “Ken il Guerriero”, da “Candy Candy” a “Lady Oscar”, Goldrake è nato in origine come personaggio di un manga. In Giappone è di norma trasporre in animazione i manga che ottengono il maggiore successo di pubblico.

Non sorprende dunque che l’autore di “Goldrake” sia un fumettista: un tranquillo signore di nome Go Nagai, venerato come un dio in patria, che ha dato vita ad alcuni dei più grandi successi generati nel paese del Sol Levante: da “Mazinger Z” a “Il Grande Mazinger”, da “Getter Robot” a “Jeeg Robot”, da “Devilman” a “Cutie Honey”. Non solo Nagai ha creato il genere dei robot giganti, ma ha anche introdotto in manga e animazione il genere horror - appunto con “Devilman” - e quello delle supereroine capaci di trasformarsi grazie a poteri più o meno magici, reso famoso anche in Italia da “Sailor Moon”.

Molti manga giapponesi sono tradotti anche in italiano: potete trovare un nutrito catalogo dei più rappresentativi presso l’editore d/books, che pubblica in Italia tutte le opere di Go Nagai nonché di altri grandi autori come Leiji Matsumoto, papà di “Capitan Harlock”, “Danguard” e “La Regina dei 1000 Anni”.

IL COMPUTER PIÙ POTENTE DEL MONDO!

Sicuramente l’avrete sentito dire anche voi. Anzi, forse ci credete pure. “I cartoni animati giapponesi sono tutti fatti dal computer”

Al giorno d’oggi sappiamo che i cartoni di Pixar & C. sono effettivamente fatti con tecniche di computer graphic tridimensionale. Però quando un giornalista italiano, in uno dei primissimi articoli dedicati a “Goldrake”, annunciò al mondo intero che “i cartoni giapponesi sono fatti col computer”, in Italia si scatenò il putiferio. Al tempo il “computer” era una macchina onnipotente che si vedeva solo nei telefilm di “Spazio 1999″ o di “Star Trek” e nessuno si sarebbe mai pensato che, di lì a qualche decennio, sarebbe entrato in ogni casa. Perciò, quando sentirono che Goldrake & C. erano fatti “col computer”, genitori, insegnanti, educatori, giornalisti e chi più ne ha più ne metta annunciarono scandalizzati che i cartoni animati giapponesi andavano vietati, perché erano tutti fatti “DA UN computer” (quindi neppure “COL computer” come sosteneva l’articolo…) ed erano dunque privi di sentimenti umani. Conseguenza: qualunque bambino li guardasse si sarebbe trasformato in un freddo calcolatore senza cuore!

Al giorno d’oggi sappiamo che non esiste nessun computer al mondo che, premendo un bottone, sforna un cartone animato di trenta minuti inventandosi di sana pianta storia, personaggi e scenografie.

In realtà il giornalista che scrisse quell’articolo probabilmente non aveva neppure mai visto un computer. Di certo non lo vide negli studi della Toei Animation, dove Goldrake veniva prodotto e dove il primo computer fece il suo ingresso solo a metà anni ‘90 (cioè anni dopo essere diventato d’uso comune negli studi americani ed europei, Disney inclusa).

Il problema fu che quel giornalista, che non parlava giapponese e aveva una scarsa conoscenza dell’inglese, arrivò all’improvviso allo studio della Toei Animation, dove la conoscenza delle lingue straniere era altrettanto limitata. Risultato: probabilmente travisò tutto ciò che gli venne detto e scambiò qualcosa (forse il distributore automatico del caffé…) per un computer superavanzato.

Lo dichiariamo per la (speriamo) ultima volta: nulla in “Goldrake” (né nella maggior parte dei cartoni giapponesi degli anni ‘70 e ‘80) è stato fatto col computer. Tanto meno DA UN computer…

COME SI COSTRUISCE UN MITO (I)

Abbiamo parlato delle origini di Goldrake e di come il cartone animato non venisse prodotto né DA né CON il computer. Ma allora come è stato fatto Goldrake? Vediamo un po’ i nomi che trovate nella lista dello staff per capirlo un meglio.

Tutto comincia da un “Fumetto”: in questo caso, creato e disegnato da Go Nagai e dallo staff della sua compagnia, la Dynamic Productions. Se un fumettista è fortunato, la sua creazione viene scelta da una casa di “Produzione” per essere trasposta in animazione: nel caso di Goldrake, questa è stata la Toei Animation Co., Ltd. In realtà, Nagai e Toei hanno collaborato per anni prima di Goldrake, dando vita a successi incredibili, perciò il nostro caro robottone è nato dall’interazione tra l’autore, il team di Dynamic Productions e la casa di produzione.

Per fare un cartone animato c’è bisogno innanzitutto di quattro persone: un responsabile della “Regia Generale” che si occupa di supervisionare tutta la serie; un “Character Designer” che si occupa di “ridisegnare” i personaggi del fumetto in modo da renderli adatti ai movimenti del cartone animato; un “Designer” che dà uniformità a tutti gli elementi grafici della serie; un compositore delle “Musiche” che si scrive la colonna sonora (Shunsuke Kikuchi).

Come tutte le cose di questo mondo, produrre un cartone animato costa, e non poco: le persone che finanziano il “Progetto” - e che hanno dunque l’ultima voce in capitolo riguardo a tutte le scelte - sono i produttori esecutivi: si tratta dei signori Azuma Kasuga, Takaharu Bessho e Toshio Katsuta, il primo produttore dell’agenzia pubblicitaria Asahi Tsushinsha, il secondo della rete televisiva Fuji TV, il terzo di Toei Animation.

Proseguendo nella lista dei ruoli troviamo un “Responsabile di Produzione”, cioè colui che materialmente gestisce tutta la produzione (i produttori esecutivi se ne stanno solitamente nei loro uffici e di rado partecipano attivamente alla realizzazione pratica del cartone). Troviamo poi tre voci legate al sonoro: “Selezione Musiche” indica il ruolo della persona che decide quali pezzi della colonna sonora usare in quali punti del cartone; “Registrazioni Sonore” indica lo studio che si occupa dell’inserimento e della sincronizzazione di tutte le parti audio, dal doppiaggio alle musiche; “Effetti Speciali” indica invece lo studio che si occupa della riproduzione di tutti gli effetti sonori (esplosioni, suoni delle astronavi, rumori ecc.).

Nella lista troviamo poi gli “Animatori Principali”: dovete sapere che ogni cartone animato è composto da migliaia di disegni, tutti fatti a mano; le persone che disegnano la maggior parte di essi sono proprio questi “animatori principali”. Chiaramente non è però possibile disegnare così tanto nell’arco di una settimana; perciò solitamente a occuparsi delle animazioni ci sono quattro o cinque studi che si alternano a rotazione, occupandosi di produrre un episodio al mese. Non solo: gli “animatori principali” sono adiuvati dagli “Intercalatori”, cioè uno staff di persone che si occupa di tutti i disegni - si fa per dire - “meno complicati”. Supponiamo che ci sia una scena in cui Actarus scaglia una pietra: l’animatore disegna il primo e l’ultimo disegno della scena (quello in cui Actarus stringe il sasso nel pugno e si prepara a lanciarlo e quello in cui l’ha gettato e dunque si trova col braccio teso e la mano aperta); gli intercalatori si occupano di tutti i disegni che vengono inseriti tra questi due, riproducendo tutti i movimenti del braccio in modo che sullo schermo risulti un movimento fluido.

COME SI COSTRUISCE UN MITO (II)

Una curiosità: gli arnesi del lavoro per chi lavora in animazione non sono solo la matita, un foglio di carta e una scrivania, ma anche e soprattutto il cronometro: animatori e registi devono avere sempre sotto controllo i “tempi” delle azioni per poter realizzare dei movimenti fluidi e naturali. Troppi disegni renderebbero un movimento troppo lento; troppo pochi lo renderebbero “scattoso” e a volte ridicolo.

Procediamo nella lettura dei ruoli dello staff: alla voce “Fondali” troviamo, appunto, gli autori dei fondali. Questi vengono dipinti, di solito a tempera, su grandi fogli da disegno. Notare come a questa voce vengano spesso citate non persone fisiche ma “studi”. In realta’ la maggior parte della produzione di un cartone animato viene “subappaltata” a diversi studi, di solito di piccole dimensioni (cinque~dieci persone), sparsi a centinaia per tutta Tokyo e a volte anche in Corea del Sud, Filippine o Cina. Questo accade non solo per i fondali: gli stessi character designer di “Goldrake”, il compianto Kazuo Komatsubara prima e Shingo Araki poi, non sono dipendenti Toei, ma dirigono due piccoli ma famosissimi studi di animazione, Oh! Productions il primo e Araki Productions il secondo. Oltre a “Goldrake”, Komatsubara si è occupato del design di “Capitan Harlock” e “Devilman”, Shingo Araki di quello di “Lady Oscar” e dei “Cavalieri dello Zodiaco”

La fase successiva indicata nella lista dello staff è quella che in giapponese viene indicata col termine “completamento” e che in italiano abbiamo reso come “Verifiche e Rifiniture”. In realtà prima di queste ci sono altre due fasi che non sono citate nei titoli: la xerografia - cioè una procedura in base alla quale i disegni vengono “fotografati” su tavole di acetato trasparente; e la colorazione. Il motivo per cui nei titoli non vengono citate queste due lavorazioni è piuttosto semplice: si tratta di lavori che non richiedono particolari conoscenze specialistiche, pertanto vengono spesso affidati a uno staff saltuario, a studi stranieri o addirittura, ai tempi di “Goldrake”, a casalinghe annoiate in cerca di un lavoretto semplice da fare in casa per racimolare qualche risparmio.

Nel processo di verifica e rifinitura si raccolgono tutti gli acetati colorati; si controlla se ci sono errori di colorazione (sbavature, colori sbagliati ecc.) e si correggono; si applicano poi effetti speciali (appunto di “rifinitura”) come ad esempio gli effetti resi con l’aerografo.

Gli acetati passano così in sala “Riprese”: qui, uno per uno, vengono montati sui fondali e fotografati. Effetti speciali di luce (ad esempio il sole splendente o i raggi luminosi scagliati dai robot) vengono creati proprio in fase di ripresa, utilizzando filtri semitrasparenti che lasciano passare la luce della macchina da ripresa.

La pellicola viene poi editata in fase di “Montaggio” e quindi passata allo studio di registrazione, dove vengono effettuati il doppiaggio, l’aggiunta degli effetti speciali e delle musiche sotto la direzione di un “Direttore Audio”.

Coordinare tutte le centinaia di persone coinvolte in un simile processo produttivo non è semplice: ci pensa il responsabile del “Coordinamento” che, sotto il sole cocente dell’estate giapponese, il vento sferzante dei tifoni o la fredda neve invernale, incessantemente viaggia per tutta Tokyo (e non solo) a raccogliere e trasportare il materiale realizzato dalle persone che partecipano alla produzione. La responsabile dei “Repertori” si occupa di prender nota di tutti i movimenti dei materiali in modo da fornire sempre un valido riferimento al coordinatore della produzione.

COME SI COSTRUISCE UN MITO (III)

Vi sarete accorti che mancano all’appello due ruoli fondamentali: chi è che decide come deve essere la storia che viene narrata in ogni episodio e chi si occupa della direzione del tutto?

A scrivere la storia, o, in termine più tecnico, la “Sceneggiatura” è un autore che, basandosi sul fumetto e sul progetto, crea le vicende di ogni episodio. Il fascino di “Goldrake” deriva senz’altro anche dalla bravura di questi sceneggiatori: molti di loro sono diventati romanzieri famosissimi in Giappone e Shozo Uehara, che si è occupato della maggior parte delle sceneggiature di “Goldrake”, è considerato uno dei più importanti sceneggiatori giapponesi, autore di centinaia di opere inimitabili (comprese, ad esempio, le sceneggiature di “Capitan Harlock”).

Alla direzione (”Regia”) di ogni episodio si trova poi il regista. Abbiamo visto come esiste un regista “generale” che si occupa della supervisione di tutta la serie, ma, come si è detto, prendersi carico di un episodio alla settimana è umanamente impossibile, perciò anche i registi delle singole puntate si succedono a rotazione.

Non dimentichiamo poi un altro ruolo molto importante: quello del “Direttore delle Animazioni”. Come abbiamo visto, in ogni puntata vengono utilizzate migliaia di disegni a opera di decine di persone diverse, ognuna con un suo stile. Compito del direttore delle animazioni è di ritoccare tutti questi disegni per dar loro un aspetto uniforme. Ai tempi di “Goldrake” questo ruolo cambiava da episodio a episodio, con il risultato che ogni puntata mostrava un design dei personaggi spesso molto differente dalle altre. Dagli anni ‘80 cominciò a imporsi la figura di un direttore delle animazioni che si occupava di ritoccare i disegni di TUTTI gli episodi, dando così maggior uniformità grafica all’intera serie.

Come vi è arrivata in casa l’edizione italiana? Innanzitutto ci sono voluti un traduttore e un adattatore. L’edizione italiana di “Goldrake” è probabilmente la prima opera al mondo a godere di un trattamento davvero speciale: il traduttore, l’adattatore (cioé colui che “adatta” la traduzione ai movimenti delle labbra dei personaggi) nonché la persona che supervisiona in sala tutte le sedute di doppiaggio è la stessa persona, l’instancabile Francesco Grippo coadiuvato “a distanza” da Federico Colpi. Questa scelta consente che in fase di adattamento e poi di doppiaggio, le battute non vengano cambiate - come spesso accade - distaccandosi dal significato originale. Il doppiaggio viene effettuato sotto la supervisione di un direttore - il veterano Fabrizio Mazzotta - presso una sala dove si alternano i vari doppiatori. Una nota: in Giappone il doppiaggio viene effettuato contemporaneamente da tutti i doppiatori, che entrano in sala assieme e “recitano” di fronte al microfono come a teatro. Questo serve a dare una maggior foga e naturalezza alla recitazione, ma nel contempo va a discapito della sincronizzazione tra la voce e il movimento della bocca dei personaggi sullo schermo. In Italia solitamente ogni doppiatore fa il suo lavoro da solo, ponendo una grande attenzione a far corrispondere la sua battuta ai movimenti delle labbra del personaggio. Di solito in una sessione si trova a doppiare battute di episodi completamente diversi, senza avere la minima idea dello svolgimento della storia nel suo complesso. Non è raro che i doppiatori di una medesima serie non si conoscano neppure di persona benché sullo schermo sembrino dialogare tra loro.

La bravura del “Direttore del Doppiaggio” e del “Tecnico del Mixaggio” è proprio quella di far credere al pubblico che singole battute recitate in tempi e occasioni del tutto diverse, una volta unite tra loro, formino un dialogo naturale, come se tutti i doppiatori le avessero recitate insieme.

SE GOLDRAKE NON FOSSE NATO…

Parlando del nome “Atlas” abbiamo detto che spesso è il caso a cambiare la storia. Questo si può dire anche della nascita di “Goldrake”.

In realtà la terza parte della trilogia di Mazinger non doveva essere Goldrake, ma un altro robot chiamato “God Mazinger”. Così come “Il Grande Mazinger” era una versione potenziata di “Mazinger Z”, “God Mazinger” avrebbe dovuto essere un sequel che presentava un nuovo robot simile ai due che lo avevano preceduto, ma infinitamente più potente. Il pilota doveva essere nientemeno che Koji Kabuto, che ritornava allo status di protagonista dopo essere apparso nel finale de “Il Grande Mazinger”.

Senonché l’autore, Go Nagai, qualche mese prima dell’inizio di Goldrake, aveva ideato un film cinematografico il cui protagonista era un UFO che si trasformava in robot gigante - chiamato Gattiger - pilotato dal principe di un lontano pianeta.

Il film, grazie anche al boom dell’ufologia che scoppiò in tutto il mondo negli anni ‘70, ebbe un successo che nemmeno Nagai prevedeva, e i produttori di “Mazinger” gli chiesero di mettere nel cassetto “God Mazinger” e creare una nuova serie sulla falsariga di Gattiger. Nagai ridisegnò il robot (che nel film era stato disegnato da Tadanao Tsuji), dandogli la tipica colorazione nero-bianco-rosso-blu che lo accomunava ai Mazinger e scegliendo come protagonista il principe che pilotava Gattiger. Anche in questo caso modificò la colorazione della sua tuta spaziale (blu, rossa e nera in origine) rendendola nera, gialla e rossa, ma mantenendone immutato il design. Sempre per mantenere la continuità con le serie dei Mazinger, su richiesta del responsabile della rete televisiva che lo avrebbe mandato in onda decise infine di far tornare in scena Koji Kabuto, non come protagonista ma come pilota del TFO. Fu così che nacque “Goldrake”!

Nagai mantenne a lungo il suo sogno nel cassetto di dare un seguito alternativo a “Il Grande Mazinger”: dopo aver utilizzato il nome “God Mazinger” per un personaggio completamente diverso (un gigante di roccia protagonista del fumetto e della serie tv omonima, entrambe inedite in Italia), nel 2001 finalmente diede vita a “Mazinkaiser”, una miniserie che ci presenta quello che avrebbe dovuto essere il vero “Goldrake”!

Inoltre nella versione a fumetti, disegnata da Gosaku Ota, “discepolo” di Nagai, “Goldrake” diventa la vera e propria continuazione de “Il Grande Mazinger”: Koji è protagonista al pari di Actarus e tra i nemici appare anche l’Imperatore delle Tenebre, il signore di Mikene contro il quale il Grande Mazinger aveva combattuto senza però riuscire a sconfiggerlo. La civiltà di Mikene ha un ruolo fondamentale nelle vicende e soprattutto nella conclusione, completamente diversa da quella televisiva. Notare che nel fumetto, iniziato quando i dettagli della serie tv non erano ancora tutti definiti, molti personaggi - in particolare Actarus e Procton - hanno un design molto diverso da quello che fu scelto in seguito per la trasposizione animata.

“Mazinkaiser” oggi è disponibile in DVD in italiano, così come lo sono i fumetti di “Goldrake” di Gosaku Ota. Che ne dite di darci un’occhiata per verificare le differenze con la serie TV??

SIAMO TUTTI CRIMINALI!

Forse non lo sapete, però l’aumento della criminalità, l’effetto serra, i gas inquinanti e probabilmente anche la cellulite sono tutti derivati di “Ufo Robot Goldrake”.

Che ci crediate o no, quando fu trasmesso per la prima volta nel 1978, migliaia di insegnanti, genitori e associazioni varie si unirono nel condannarlo, etichettandolo come personaggio che ineggiava alla violenza più bruta e dissennata e che avrebbe fatto diventare tutti noi, innocenti telespettatori, degli spietati criminali. Non solo: secondo alcuni giornalisti e benpensanti “Goldrake”, con le sue immagini coloratissime che si muovevano a ritmo forsennato sullo schermo, spingeva anche gli spettatori a far uso di stupefacenti… Fosse stato trasmesso qualche anno più tardi, probabilmente l’avrebbero accusato di aver causato anche l’effetto serra e il buco nell’ozono.

Quello della violenza non fu l’unico tema contestato a Goldrake: cronache del tempo narrano che il povero robot si trovò anche a subire anche un’interpellanza parlamentare perché accusato di maschilismo e discriminazione del gentil sesso, visto che Venusia e Maria si mostrano sempre meno abili di Actarus alla guida dei loro mezzi.

Qualcuno potrebbe obiettare che il povero Koji a bordo del suo TFO, pur essendo un maschio, è più scarso delle sue controparti femminili - il che è tutto dire, considerando il suo passato da eroico pilota di Mazinger Z; tuttavia, come è stato per tutti gli anni a venire, molte delle critiche mosse a Goldrake e agli altri cartoni giapponesi venivano da persone che non li avevano mai visti o seguiti regolarmente, e che dunque non sapevano cogliere il messaggio di pace e amicizia che pervade la maggior parte di queste serie e “Goldrake” in particolare.

Quello che noi sappiamo per certo è che né noi né, probabilmente, quasi nessuno di coloro che stanno leggendo queste righe va in giro ad ammazzare vecchiette e rapinare banche, nonostante siamo tutti cresciuti a pane e Goldrake…

L’AUTORE / CHI E’ GO NAGAI

Go Nagai (vero nome Kiyoshi Nagai) nasce il 6 settembre 1945 a Wajima, nella prefettura di Ishikawa. La sua famiglia è appena sfollata da Shanghai e fin dalla prima infanzia si trasferisce a Tokyo, dove vive con la madre e i quattro fratelli dopo la prematura scomparsa del padre.

Sono proprio i fratelli, appassionati di letteratura e di cinema, a fargli conoscere l’opera di Osamu Tezuka, considerato il creatore del manga moderno. Nagai decide così di provare a intraprendere la carriera di fumettista, ma la madre lo previene, chiedendo segretamente ai redattori delle case editrici alle quali il giovane presenta le sue opere, di stroncarle. Nagai, che ignora i reali motivi del rifiuto di tanti redattori ed editori, non si perde d’animo e, dopo il liceo, decide di rinunciare all’università per diventare assistente del fumettista Shotaro Ishinomori. Viene subito notato e nel 1967 pubblica la sua prima opera, “Meakashi Porikichi” (Polikichi il poliziotto) seguito a ruota dalla riduzione a fumetti del cartone animato comico “Yadamon”. Pubblico e critica lo accolgono con calore, e Nagai disegna altre opere, sempre di genere comico.

Nel 1968, quando l’editore Shueisha pubblica la sua prima rivista a fumetti, viene chiamato a far parte della sua schiera di autori. Di fronte alla possibilità di disegnare una lunga serie, invece delle storie autoconclusive che aveva sino ad allora ideato, Nagai dà fondo a tutto il suo “genio e sregolatezza”: nasce così “Harenchi gakuen” (Scuola senza pudore), una lunga saga che ha come protagonisti i bambini di una classe continuamente vessata da docenti sadici e psicotici. È il successo: “Shonen Jump”, la rivista, supera il milione di copie vendute; da “Scuola senza pudore” viene tratta una serie di telefilm dal vivo e ben quattro film cinematografici. Go Nagai, diventato il simbolo di un’intera generazione, è sulle pagine di tutti i giornali e ospite di dibattiti televisivi. Associazioni di insegnanti e di genitori cercano inutilmente di bloccare la pubblicazione di “Shonen Jump”, ma nulla resiste al ciclone Go Nagai.

Sull’onda del successo, viene invitato da tutte le riviste concorrenti di “Shonen Jump” a pubblicare sulle loro pagine e si concede volentieri mostrando una produttività incredibile: oltre 100 tavole alla settimana, dalle quali trasuda una comicità travolgente. Diventa l’unico autore ad essere pubblicato contemporaneamente in tutte e cinque i settimanali di manga giapponesi, record che nessuno, prima o dopo di lui, riuscirà mai ad eguagliare.

In particolare due serie, “Abashiri ikka” (“La famiglia Abashiri”) e il successivo “Cutie Honey” bissano, se non addirittura superano, il successo di “Scuola senza pudore”. Con “Cutie Honey” Nagai rompe con la tradizione dei comics americani e dei manga che pretendono un supereroe al maschile e propone un’eroina in grado di trasformarsi a suo piacimento. Il personaggio si ispira al concetto delle bambole a cui si può cambiare il guardaroba, e oltre ad appassionare il pubblico femminile diventa anche un sex-symbol per una nutrita schiera di lettori maschi. Quando viene poi trasposta in un cartone animato, trasmesso nella fascia serale (20 e trenta), è l’apoteosi: milioni di giapponesi restano incollati ogni sera allo schermo, la canzone della sigla scala la hit parade e Nagai si conferma come il fumettista di maggior successo del momento.

Dopo l’esperienza di “Scuola senza pudore”, del quale non vide quasi nessuna delle royalties derivate da film, telefilm e gadgets, Nagai si premunisce anche dal punto di vista legale: fonda Dynamic Productions Inc., società destinata a gestire i suoi rapporti contrattuali e i diritti dei suoi lavori. Dynamic diventa una delle prime aziende a imporre agli editori dei contratti di edizione (ancor oggi molti manga vengono disegnati e pubblicati solo sulla base di accordi verbali) e diventa una fucina di idee che negli anni a seguire sforna i più grandi successi del settore.

Nel 1971 l’editore Kodansha propone a Nagai di cimentarsi in altri generi, oltre a quello comico che l’ha reso tanto famoso. L’autore sceglie un tema grottesco: le vicende di un immenso mostro, incarnazione del demonio, nelle quali si intrecciano temi complessi quali la relazione Dio-Uomo, Bene-Male, Padre-Figlio. L’affascinante fumetto, intitolato “Mao Dante” (Il re demone Dante), si interrompe all’improvviso a causa della chiusura della testata che lo ospita, ma Toei Animation gli chiede di riprenderne i temi per una serie televisiva destinata a un pubblico infantile.

Nagai crea allora “Devilman”, considerato da molti il suo capolavoro e una pietra miliare del manga: mentre alla Toei offre una versione supereroistica delle vicende di un demone che tradisce i propri simili per amore dei sentimenti umani, il manga omonimo è un pessimistico e violento

ritratto delle più abbiette pulsioni umane.

Dopo aver rivoluzionato il manga comico, aver creato il genere delle supereroine trasformabili ed essere divenuto il re dell’horror, Nagai dà vita a un nuovo genere: quello dei robot giganti, il cui capostipite diventa “Mazinger Z”. Trasposto in una serie animata, registra regolarmente oltre il 30% dell’audience (un cartone animato oggi supera di rado il 15%) e dà il via a un infinito numero di sequel e imitazioni.

I primi sequel vengono direttamente da Nagai: a “Mazinger Z” seguono “Il Grande Mazinger” e “UFO Robot Grendizer” (da noi “Goldrake”); rivoluzionando il concetto crea poi “Getter Robot” e “Getter Robot G”, i primi robot modulari che fanno la felicità dei produttori di giocattoli; quindi “Jeeg Robot”, robot componibile che resta tutt’ora il più grande successo commerciale di tutti i tempi in termini di vendita di modellini (i famosi robot dalle giunture magnetiche giunti poi anche in Italia col nome di Micronauti). Nel frattempo Nagai continua a mietere successi sulle riviste di manga: “Kekko Kamen”, una supereroina comica che fa il verso a Superman unendo elementi presi da “Cutie Honey” e “Scuola senza pudore”; “Shutendoji”, revisione horror di un antico mito giapponese; e soprattutto “Violence Jack”, lunghissima saga nella quale Nagai condensa tutto il suo pensiero.

Gli anni ’80 sono un periodo di passaggio: depresso da un mercato che fiorisce attorno a imitazioni dei suoi personaggi e dei generi che egli ha creato, si concentra nella continuazione di “Violence Jack”, apocalittica visione di un mondo del futuro dove la rabbia degli elementi porta a scoperto tutte le pulsioni umane represse dal convivere sociale.

Anche questa serie finisce per dar vita a un nuovo genere, quello dei manga postapocalittici, e Nagai diventa sempre più insofferente nei confronti delle politiche strettamente commerciali delle case editrici. Accortisi del potenziale economico dei manga proprio grazie ai successi di Nagai degli anni ’70, gli editori cominciano infatti a disdegnare i grandi autori del genere, preferendo “allevare” giovani dilettanti legati da convenienti contratti in esclusiva. I manga, da prodotto del genio di un autore, si trasformano sempre più nel frutto di accordi tra produttori di giocattoli, studi di animazione e reti televisive, che analizzano gli elementi dei successi di Nagai e li clonano all’infinito, trasformando gli autori in ligi esecutori del loro volere.

L’attenzione di Nagai si allontana dal manga: si sposa (con una presentatrice televisiva), viaggia, dirige film dal vivo, disegna fumetti per editori americani, crea una fortunata serie televisiva a pupazzi (“X Bomber”, nota anche in Italia), diventa attore e disegnatore di costumi per lottatori di catch, sua vecchia passione. Nel frattempo nel manga dominano temi che non lo interessano: il minimalismo e i racconti di una quotidianità che ha ben poco di eroistico, infarciti di storie di lacrime e amori. Nelle sue rare opere a fumetti di questo periodo preferisce concentrarsi su racconti avventurosi per l’infanzia, con l’eccezione di “Susanoo”, sofferta saga che affronta il tema dei poteri paranormali.

Negli anni ’90 la crisi economica che colpisce il Giappone fa migrare l’interesse del pubblico dai feuilletons irrimediabilmente ottimisti ai temi più sanguigni e crudamente realistici amati da Nagai: “Devilman”, “Mazinger” e “Cutie Honey” conoscono un revival impressionante, che fa poi da volano per un ritorno di molti dei personaggi dei manga degli anni ’70.

Nagai riprende in mano il personaggio di “Devilman” per creare “Devillady”: nelle intenzioni dell’editore deve essere una versione femminile dell’eroe nagaiano destinata ad affascinare un pubblico maschile maturo con la sua carica erotica. Ma Nagai, insofferente verso il nuovo sistema dell’editoria nipponica che mette al centro del processo creativo non l’autore ma il redattore, finge di raccogliere l’appello solo per tramutare a poco a poco l’opera in un nuovo grande classico dove i temi tornano ad essere quelli che più ama: il rapporto Bene-Male e la dualità intrinseca in ogni essere umano. Il pubblico gli dà ragione: “Devillady” diventa un successo di massa e continua per ben diciassette volumi.

L’immenso riscontro di pubblico fa sì che l’editore Comics/Kodansha gli dia il via libera per un’opera che da sempre ha voluto disegnare: una versione a fumetti della “Divina Commedia” dantesca, ispirata alle tavole di Gustave Doré che ha visto da bambino in un libro comprato dai suoi fratelli.

Il ventunesimo secolo rappresenta un’altra occasione per tornare a uno dei suoi temi favoriti: la rappresentazione storica del Giappone medievale, i personaggi, le battaglie, gli inganni, le strategie; le mille sfaccettature che assume l’animo umano quando si trova di fronte a una scelta di vita o di morte. Fedele a questo tema, riprende anche la saga di “Violence Jack” con nuovi episodi.

Il 2007 rappresenta il quarantennale della sua carriera di fumettista professionista e Nagai lo festeggia incontrando dopo ben quindici anni i suoi innumerevoli fans italiani.

continua

2 MAZINGER Z, IL GRANDE MAZINGER E GOLDRAKE:

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