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Goldrake e l’Europa

Per i francesi il fenomeno Goldrake ha un nome ben preciso: “la folie Goldorak”, la follia Goldorak (che è il nome del robot nell’Esagono).

Per i francesi il fenomeno Goldrake ha un nome ben preciso: “la folie Goldorak”, la follia Goldorak (che è il nome del robot nell’Esagono). Follia come propagazione di una sorta di stupore collettivo che però, fortunatamente, non diventa isteria, ma anzi è un morbo sano, che contagia un pubblico trasversale. Si diceva poc’anzi della conciliazione, ebbene è un qualcosa che si ritrova anche a livello di pubblico: a guardare Goldrake ci sono ragazzi e ragazze e, se dobbiamo dare credito ai testimoni dell’epoca anche più di un adulto. I motivi non sono difficili da indovinare e in parte sono stati già anticipati: l’amalgama di classico e moderno è fatto apposta per affascinare e inoltre la storia stessa sembra quasi una metafora del pubblico di fronte alla novità. Pensiamoci: la Terra scopre che ci sono degli alieni là fuori, possono essere ostili ma anche amici, e il nostro pianeta diventa il teatro di uno scontro dove noi umani siamo semplici testimoni. Non sembra quasi il resoconto di quanto accadde la sera del 4 aprile 1978, quando i giovani spettatori italiani scoprirono l’esistenza di una storia dove robot giganti si confrontavano sul campo di battaglia, imparando che i “cartoni” non erano solo quelli tradizionali occidentali?

Così Italia e Francia si sono ritrovate a braccetto nel culto del nuovo eroe, mentre nei paesi latini la stessa fortuna arrideva a Mazinga Z, altro robot nato dalla mente dello stesso autore, Go Nagai. La “folie” quindi si propagava e portava con sé la febbre del nuovo, le preoccupazioni degli adulti e l’invasione iniziava, ma era incruenta, lontana da quella sognata dai reali di Vega. Più che di invasione bisognerebbe parlare di germinazione (e anche qui: caso vuole che la base lunare degli alieni abbia la forma di una pianta), le cui spore sono tutte le serie che nell’arco di pochi anni riempiono l’etere facendo guadagnare agli eroi di un paese lontano i riflettori della ribalta. E aprono le porte a un mondo fino a quel momento poco conosciuto, illustrano le usanze culturali del Giappone (pensiamo all’episodio 14, Festa di Capodanno), ma spiegano anche come l’immaginario da cui si pesca sia spesso affine al nostro e che quindi i robot giganti sono una versione moderna dei samurai, ma anche dei supereroi occidentali, e il design in effetti è una fusione di colori sgargianti ben definiti (il rosso, il bianco, il nero, il blu) con una testa munita di corna che ricorda i “kabuto” (ovvero l’elmo) dei guerrieri in armatura dell’epoca Sengoku, il Medioevo giapponese. In questo emisfero o nell’altro, insomma, i sogni e i sentimenti che animano la gente sono pressoché gli stessi.

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