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WE’LL SLIDE DOWN THE SURFACE OF THINGS

INCONTRI di Sebastian Conversi intervista di Annalisa Federici

“Era gennaio e c’era un freddo secco che ghiacciava la pelle.
Ho aspettato il treno, e il fiato era una nuvola di fumo bianco, e l’aria era vetro che entrava dentro i polmoni.
Ho aspettato con il sonno che era un sasso sugli occhi insieme a persone uguali ad altre persone, immobili ad aspettare come ogni mattina il treno per la solita destinazione.
Li ho guardati come alieni e hanno contraccambiato il mio sguardo assonnato senza curarsi troppo, di nient’altro.
Ho pensato all’intervista, e al giorno che qualcuno ha detto ad Annalisa dell’intervista e alla sua voce al telefono, cercando, senza riuscirci troppo bene, di ricostruire i tratti del suo viso sull’unico indizio che avevo.
Ho pensato a quello che ci saremmo detti e non sapevo bene che cosa mi sarei dovuto aspettare, ho pensato che per anni la storia della scrittura non aveva assolutamente sfiorato i miei pensieri, ho pensato che non sapevo dove mi avrebbe portato quella strada, e che prima o poi mi sarei scontrato con il mio carattere e con tutte le cose del passato che ora avrei condiviso con altre mille persone.
Ho pensato a cosa avrebbe detto lei del racconto e del romanzo che aveva letto.
Poi il treno ha cominciato la sua marcia, e la luce della mattina mi è entrata dentro gli occhi. É scivolato veloce sui ferri d’acciaio che segnano la terra, ingoiando case e campagna e colline con il solito rumore di ferro che stride, e l’odore acre degli scompartimenti, incurante delle vite che trascina via e degli occhi dei passeggeri che si perdono tra le pagine di un giornale, o tra le righe di un libro qualunque.
Una ragazza leggeva piano muovendo le labbra come fanno i bambini e ingoiava parole seguendo il flusso invisibile di una storia che avevo riconosciuto dalla copertina ingiallita, e l’ho guardata pensando ad un altro viaggio immerso nell’umidità, ad un posto ai confini del mondo dove forse avevo letto le stesse righe di quel libro che teneva tra le mani, e ho pensato che ero immobile da troppo tempo e che da qualche parte ci sarebbe stato qualcosa, altre storie da scrivere, o imprimere su pellicola.
Alla fine il treno s’è adagiato piano dentro la stazione, rallentando come un vecchio catorcio indurito dal tempo con i freni che fischiavano, e in un attimo avrei voluto solo non dover scendere nella morsa del freddo.
Ho camminato sul cemento rimodernato, ho aspettato seduto sulle sedie di plastica azzurra sbiadita leggendo piano le scritte scolpite sul muro.
Quando è arrivata e l’ho vista sembrava così leggera, e ho pensato solo che sarebbe stato tutto piuttosto naturale, ci siamo guardati ricostruendo il puzzle dei nostri visi e delle nostre espressioni sospese prima d’infilarci in un posto caldo qualunque per parlare, e il fiato che era una nuvola di fumo bianco.
Nient’altro… “

….

Sebastian, intanto una domanda curiosa relativa a “Il vestito nuovo”:
Chi vincerà tra la crudeltà di carne sporca eccitata e la delicatezza di una bocca che ha dovuto assaggiarla?

Io mi auguro vinca la delicatezza e la dolcezza della protagonista… vedi Anna, quando ho scritto il racconto volevo parlare di un abbandono, di una violenza, della fine di un sogno. Volevo cristallizzare un frammento di vita, un singolo fotogramma nel quale il tutto diventa niente.Volevo farlo con ferocia e dalla pagina scritta è nata una ragazza che, all’improvviso, percepisce che il sogno, l’età dell’innocenza e della purezza, è finito.
Nell’istante in cui Alfredo la colpisce, nell’istante in cui chi credeva diverso diventa cattiveria e carne sporca e sangue lei capisce che non ha scelta e che deve affrontare la realtà: la morte del padre, il viso triste e disperato della madre, la superficialità di Martina e la ferocia di una violenza. E’ la realtà. E’ triste ma deve accettarla.
Quel vestito, quello che qualcuno o qualcosa ha macchiato e rovinato mi piace immaginarlo come la sua vita da bambina.
“Il vestito nuovo” è la storia di una rottura, una spaccatura violenta e improvvisa… un abbandono.
Mi auguro che il cinismo e la disperazione di quella mattina dalla luce spenta siano solo la reazione ad un evento drammatico, mi auguro solo possa essere un nuovo inizio, che lei trovi la forza per lottare e reagire. Ma non posso essere ancora arbitro della sua vita. Io ho solo raccontato la ferocia di quell’attimo… solo quello.

Parliamo invece di te, di Sebastian Conversi…Cosa ti spinge a raccontare di donne?

Non lo so, so che è successo… all’inizio scrivevo di me, ero il centro dell’attenzione, la scrittura era uno sfogo. Raccontavo la mia storia. Solo quella. Ho iniziato a scrivere per affrontare i miei fantasmi. Poi mi sentivo egoista, sentivo che chi mi leggeva e mi ascoltava non era poi così diverso da me.
Scrivo di donne perché inconsapevolmente mi hanno spinto loro a farlo… non tutte, alcune… e io ho parlato dei loro fantasmi. Ho mutato il punto di vista. Volevo scrivere di qualcosa che non conoscevo. Mi attirava la bruciante sensibilità di alcune donne che hanno condiviso con me il dolore o la gioia. Mi hanno dato molto e io ho semplicemente rubato. Pensaci, lo scrittore in fondo è un ladro… o forse scrivo di loro per inventare quello che ancora sto cercando, ripeto non lo so…

Sebastian, oltre a “Il vestito nuovo” io ho avuto modo di leggere altri tuoi scritti inediti e non posso che costatare la “fisicità della tua scrittura”, nel senso che la tua scrittura è fisica, è carne, è peccato, è amore, è decadimento…

C’è un libro, Glamorama di Breat E. Ellis, in cui Victor, il protagonista, è ossessionato da una frase. E’ un frammento di un pezzo degli U2 dice: - we’ll slide down the surface of things -. Credo sintetizzi al meglio qualcosa che voglio comunicare. Voglio che la mia scrittura sia fisica perché tutto è superficie, la fisicità è quello che ci appare all’inizio… la pelle, il corpo delle persone che incrociamo giorno dopo giorno è l’elemento che fa la differenza. La fisicità, il contatto, l’odore, la carne arriva prima di tutto. E’ lo scoglio da superare per andare oltre quella superficie, per entrare dentro l’anima.
La fisicità è il tramite, non possiamo farne a meno. Io provo solo a trasferirla nella pagina scritta, costruire dei personaggi che siano carne, che percepiscano la vita sulla pelle..
Una sorta di pornografia visiva che diventa pornografia dell’anima.

Può diventare pericoloso parlare di questi segreti interiori?

Senza dubbio, andare oltre quello scoglio non è facile, è un rischio, è molto più facile scivolare sulla superficie. Potrà sembrarti cinico ma nella maggior parte dei casi è qualcosa che innesca un processo che porta all’abbandono. Di fronte ai fantasmi non puoi che scappare… puoi affrontarli, batterti ma finirai lo stesso per restare schiacciato dal peso di quello che hai scoperto. Gran parte della gente non fa che scappare, noi stessi lo facciamo. Scavi sotto la superficie e sai che primo o poi incontrerai il dolore, il lato oscuro… quindi scappi o nemmeno ci provi o fingi, reciti un copione. Fa parte di noi.
Pensa a quel film, Intimicy, lì ci sono due persone che s’incontrano una volta alla settimana, un uomo e una donna, c’è solo sesso, peccato, fisicità, come dicevi prima, si piacciono, si desiderano, forse non fanno nemmeno l’amore, forse è solo scopare, nemmeno una parola. Finché non scavano dentro le loro vite. E’ l’inizio della fine.
Sono cinico lo so, nichilista forse ma credo sia la verità.

Quindi per te in primis è scrivere per se stessi? La scrittura per combattere la solitudine, scrivere per rimanere vivi, scrivere per amore o per rabbia…. Ci sono mille motivazioni che inducono uno scrittore o un poeta a scrivere, quale di queste ipotesi si affianca meglio a ciò che spinge te, Sebastian Conversi a scrivere?

Sì, come ti dicevo prima ho iniziato a scrivere per me stesso, non era solitudine, era semplicemente arrivato il momento di affrontare i fantasmi che avevo dentro, non avevo scelta, ero spacciato.
Con il passare del tempo è diventata un’esigenza, qualcuno mi ha letto, mi ha spinto ad andare avanti, a continuare, e lì è iniziata la ricerca, la lettura, il confronto con chi, in passato, ha seguito la stessa strada.
So che è una strada in salita ma non riesco più a smettere. Non ho scelta.
Non so dove mi porterà questa storia ma so che il giorno che smetterò dovrà fare i conti con me stesso e con tutti i personaggi a cui ho dato vita.
Lo scrittore, in fondo, è solo un volgare burattinaio, inventa e muove le fila delle vite di personaggi nati da carta e parole. Sono vite che non gli appartengono. Lo scrittore è, insieme, il capo dei giocattoli che porta la felicità nei giorni d’estate dell’infanzia e l’uomo nero che porta incubi e dolore nelle notti d’inverno… quando diventi il padrone della vita di qualcuno augurati solo che non sia troppo vendicativo e crudele…

Consigli per l’uso:
Ascolta queste parole con il lettore cd acceso e magari con Jeff Buckley che ti canta la sua “Hallelujah”

Ndr (il racconto citato nel pezzo di Sebastian Conversi e nell’intervista è “Il vestito nuovo” pubblicato in anteprima italiana sulle pagine del sito dell’Assenzio e sulla rivista letteraria Prospektiva; il romanzo è “La superficie delle cose” edito da Prospettiva editrice, 2004)

Sebastian Conversi ha vissuto in Kenia e in diversi altri paesi. Tra questi ricorda la Spagna e la Francia dove ha lavorato come regista.
Ha debuttato in Italia con il racconto breve “ Il vestito Nuovo” pubblicato sul numero 25 della rivista Letteraria Prospektiva.
“ La superficie delle cose” (Prospettiva editrice 2004) è il suo primo romanzo.

Dice di se: “…credo di essere una persona abbastanza sopportabile. Certo, forse, leggermente complicata, ma non particolarmente asociale. Un medico di nome Otto un giorno disse che tutto derivava dagli sbalzi d’umore, forse esagero con le sigarette e la lettura. Se fosse viva amerei fino alla morte Virginia Woolf e la preferirei ad una serata mondana. So che non è molto alla mode, ma certe cose mi annoiano da morire.

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