
D’accordo, avevano esagerato. Sherlock Holmes era davvero eccessivamente geniale nelle sue deduzioni e James Bond appariva sempre tanto virilmente fascinoso da suscitare un sordo rancore nei comuni mortali, che non avevano dalla loro né la licenza di uccidere, né la faccia di Sean Connery. Per non parlare di Poirot con le sue “piccole cellule grigie” , di Philo Vance col suo continuo sfoggio di erudizione, o di Sam Spade con i suoi modi maschi e disinvolti. Tutti troppo intelligenti, questi detectives, si diceva, oppure troppo sexy: è ora di cambiare!
Cominciò bene, con due personaggi che toccarono subito il cuore del pubblico: il tenente Colombo, in America e qui da noi Sarti Antonio, il sergente bolognese afflitto dalla colite nato dalla penna di Loriano Macchiavelli. Piacquero perché non erano perfetti, ma arrivavano ugualmente a smascherare l’assassino.
Ma si sa che, per quanto le rivoluzioni siano necessarie, a volte esagerano.
Negli ultimi tempi, infatti, molti giallisti, privi ormai di freni inibitori, hanno cominciato una vera e propria corsa allo squallore, facendo a gara a chi concepiva l’investigatore più becero, il più antipatico, il più sgradevole.
Rigorosamente scortesi, menefreghisti e spesso ottusi, questi nuovi detectives hanno in comune l’aspetto fisico infelice, che arriva a volte a sfiorare la deformità, i costumi non proprio da “bon ton” e un’agilità mentale che lascia alquanto a desiderare. Stortignaccoli, sciatti, ciabattoni, maleducati e in scarsa dimestichezza col sapone, i nuovi segugi si muovono negli ambienti sordidi a loro congegnali, beatamente ignari della pulizia personale e delle buone maniere. Spesso finiscono male, perché un briciolo di fortuna stonerebbe nella glorificazione del “brutto, sporco e cattivo” e a una maligna come la sottocritta viene da dire che in fondo se lo meritano.
E una moda come un’altra, lo so, ma nel leggere polizieschi del genere io mi diverto pochissimo: retorica per retorica, luogo comune per luogo comune, datemi almeno un personaggio che sia lontanamente appetibile. Così me ne sono costruita uno da sola, rispondendo al conformismo dell’anticonformismo con un protagonista attraente, ricco e colto, un senatore romano che esita a manovrare quando può le leve del potere, a fin di bene si intende, perché per di più è anche moderatamente progressista.
I critici mi perdonino: anch’io devo pur sognare.

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