
Paolo noir camminava nella nebbia leggera curvo come un gatto nero e zoppo.
La strada era la stessa di sempre.
Da tre anni ci camminava sopra come un funambolo, l’unico funambolo al mondo capace di stare in equilibrio pur guardando in basso.
Di rado sollevava la testa; questo perché il cielo o la gente lo annoiavano più dell’asfalto.
Nell’asfalto c’era sempre qualcosa di diverso: una foglia cangiante, una sigaretta spenta a metà, cartacce colorate, sputi vari e monete immaginarie.
Camminava e muoveva freneticamente la bocca su e giù, a destra e a sinistra.
Probabilmente non si era mai accorto di avere questo tic che tuttavia gli deturpava evidente la faccia.
Erano le otto di mattina.
Da tre anni erano sempre le otto di mattina quando passava di lì.
Stazione, teatro, stazione, teatro: un binomio ossessivo raggiunto a passi veloci e dondolanti come i sogni che gli attraversavano la testa.
Sogni che potevano farlo cadere da quel filo in ogni momento.
Probabilmente era questo pericolo che lo faceva alzare ogni mattina eccitato, con la litania della propria parte nella testa e nei muscoli.
Paolo noir era sempre dello stesso umore: tetramente buono.
Ed invalicabile.
Nina era seduta sui gradini dell’entrata del teatro; aveva un cappotto giallo e la sigaretta arrampicata sulle labbra.
Erano le otto di mattina e tra una boccata e l’altra di fumo guardava Paolo noir arrivare.
Sembrava proprio un gatto nero e zoppo e nonostante fossero ormai tre anni che lo vedeva barcollante ogni mattina , ancora la faceva ridere.
Si ripeteva spesso che se non ci fosse stato lui a teatro si sarebbe di certo annoiata.
Questo perché Paolo noir scherzava come nessuno mai.
Sapeva prenderla in giro facendole molto male, dicendole la verità con parole astratte e comprensibilissime tanto che lei passava le ore a riflettere sulle sue battute.
Lui era sempre molto attento agli stati d’animo di tutti, forse per non pensare al proprio.
Si muoveva tra la gente fluttuando come un idiota, spesso recitando la parte dell’omosessuale svampito e rompipalle.
Era buono, Paolo noir, e gli piaceva molto bere.
Passava i sabati sera a sbronzarsi in solitudine sul bancone sporco di qualche bar.
Era bello e spesso qualche ragazza gli si avvicinava per parlargli ma non era facile, lui le disintegrava con parole losche ed in genere la ragazza in questione se ne andava offesa, seguita dalla risata sorda di lui.
Puntualmente la mattina dopo Paolo noir si svegliava confuso e pieno di rimorsi e scriveva lunghe lettere di scuse alla ragazza , giurando d’amarla perdutamente e supplicando un altro incontro.
Poi , a mal di testa passato, archiviava la lettera nello scatolone della “posta di una domenica immaginaria” che teneva sotto il letto e tornava a dormire.
La giornata proseguiva in un lungo sonno di morte.
Risorgeva il lunedì, entusiasta e pronto per riequilibrasi sul filo.
Nina aveva finito col volergli bene; soprattutto le piaceva recitare con lui, trovandolo sempre imprevedibile benché facile da seguire.
Durante le pause giocavano a “dolce livido”,ovvero ridendo si riempivano anima e corpo di calci e pugni. Una merenda di ultraviolenza senza la quale forse Nina si sarebbe sentita l’unica pazza lì dentro. Il tutto era cominciato un giorno in cui il regista dei loro spettacoli l’aveva fatta piangere, Paolo noir allora le si era avvicinato dicendo che non se ne poteva più di queste straziose donne isteriche.
Lei, che aveva pianto per cause migliori dell’isterismo,si girò, lo fissò e sorridendo gli diede un pugno. Sentì piacergli e continuò: addossatolo al muro lo prese a calci e schiaffi mentre lui se ne stava accovacciato con le braccia strette al corpo, come per trattenere il dolore fuggente.
Da quel momento avevano cominciato a comprendersi; parlavano,si insultavano, facendosi poi molti complimenti.
Un giorno lui si mise in testa di volerne saperne di più dei suoi occhi grandi ed obliqui : le chiese di uscire ma lei rifiutò, dicendo che con lui fuori del teatro si sarebbe di certo annoiata.
A queste parole losche Paolo noir se ne andò offeso ad ubriacarsi, seguito dalla risata sorda di lei.
La mattina dopo Nina si svegliò confusa e piena di rimorsi e gli scrisse una lunga lettera di scuse, giurando d’amarlo perdutamente e supplicando un altro incontro.
Ricevutola lui aspettò che arrivasse domenica e archiviò la lettera nella scatola sotto il letto.
“avrà preso troppo sul serio la sua parte” pensarono l’uno dell’altra.
La giornata proseguì per entrambi in un lungo sonno di morte.
Risorsero entusiasti il lunedì mattina, lui per riequilibrarsi sul solito filo, lei per ridere ancora una volta, vedendolo arrivare.

Marina Bisogno








