L’ARROSTO VOLANTE

Quella che segue è la mia formidabile storia. L’ho scritta - non chiedetemi come - affinché gli oppressi del mondo sappiamo cosa può riuscire a fare una vittima dal destino segnato, se crede fermamente all’onestà delle sue aspirazioni. Io sono l’Arrosto Volante, una ex-mucca della Val Padana, dive-nuta simbolo vivente di riscossa e libertà

Fino a pochi mesi fa, con le mie amiche e le mie sorelle pascolavo beatamente in aperta campagna, conducendo una vita un po’ mono-tona, ma serena.
Io ero conosciuta in fattoria come la mucca pazza, perché nella testa mi saltava da sempre uno strano grillo: volare.
Ah! Quanta invidia provavo per quelle mosche pallosissime che dalla mattina alla sera mi ronzavano intorno senza sosta! Delle volte allora, così, all’improvviso, mi mettevo a correre per i campi, pren-devo una certa velocità, e poi hop! un bel colpo di reni e… niente. Balzavo, e ricadevo subito, spesso anche rovinosamente. Ma con ot-timismo e fiducia, insistevo.
Un giorno, però, quella oziosa pacchia ebbe termine: senza dirci niente, alcuni sconosciuti vennero a prenderci e ci portarono lon-tano.
Con fare violento e arrogante, quegli uomini ci caricarono tutte su di un grosso camion, stipandoci insieme a tante altre mucche nean-che fossimo sardine. E lì dentro, attraverso un passaparola, arrivò presto alle mie orecchie una notizia che mi fece tremare come una capretta: ci stavano portando tutte al macello, per ucciderci e farci a pezzi.
Perché? Perché noi? - cominciai a chiedere disperata. E venni così a sapere che in realtà, a parte qualche privilegiata, quella era la sorte che attendeva da sempre tutte le mucche del pianeta.
Venni anche a sapere che in fondo io e le altre della fattoria era-vamo state fortunate a vivere in campagna, perché molte di quelle mucche non sapevano nemmeno cosa significasse pascolare, e cono-scevano le nuvole solo per sentito dire. Scoprii poi che molte di loro erano chiamate pazze, come me, non per gli strani pensieri che ave-vano in testa, ma perché, proprio a causa della vitaccia che avevano condotto, ormai erano completamente rincoglionite.
Io provai a parlarci, ma quelle non sapevano dire altro che muuu! muuu! muuu! e dovetti rinunciare.
La discussione sul camion si incentrò poi su un problema che ri-guardava direttamente il futuro di noi tutte: dove mettere l’anima.
Già, perché, oltre a farci fuori, sapevamo che ci avrebbero anche sbudellate e sezionate. Bisognava quindi decidere in fretta dove ri-versare la nostra anima, per evitare che nello squartamento venisse irrimediabilmente dispersa.
D’istinto, io pensavo al cervello, ma durante quell’assemblea spontanea appresi un’altra novità: poiché le mucche pazze avevano il cervello ridotto a una spugna, e dato che la loro pazzia poteva tra-smettersi attraverso il midollo, il cervello e gli organi interni, tutte queste parti venivano ormai sistematicamente buttate, con una perdita definitiva dell’anima ivi contenuta.
No. Bisognava riversare l’anima nei muscoli. Solo così l’avremmo salvata, perché il muscolo, una volta digerito, avrebbe lasciato l’a-nima libera nell’etere.
Arrivammo dunque al macello. Quando giunse il triste momento dei saluti, una vecchia mucca dall’aria saggia venne da me e mi disse: attenta all’umore di chi ti mangia, amica mia! Il veleno della rabbia uccide l’anima!
Parlava dei succhi gastrici: quelli inaciditi dall’ira, uccidevano l’a-nima.

Il nucleo essenziale della mia anima finì insomma per ritrovarsi in un arrosto, e dopo una breve esposizione in rosticceria, finii sulla tavola di una famigliola. Capii subito che la situazione era drammatica. Appena i membri di quella famiglia si sedettero per mangiare, cominciarono a dirsele di tutti i colori, urlandosi contro e insultandosi senza pietà. E intanto mangiavano.

No! E’ la mia fine! - pensai - Il loro veleno gastrico mi brucerà l’anima, e io scomparirò per sempre!
Guardai la morte negli occhi, e allora il pensiero corse a rivedere ciò che era stata la mia vita, condotta nel segno della pace e dell’a-micizia, ma paradossalmente condannata ad una orrenda morte cor-porale e, ora, spirituale.
Ripensai al sogno di volare… alle mattine di sole passate a saltare per i campi, nel vano tentativo di raggiungere i fringuelli… pensai a quanto avrei meritato, io, di volare…

Poi, il miracolo. Il tizio che, nel fuoco del litigio a tutto campo, stava cominciando a tagliarmi, lanciò un grido: ADESSO BASTAAA! - e rapito da una furia micidiale, mi scagliò verso la finestra, come un pallone da rugby.
Io spaccai il vetro e… presi il volo.
Sì, volai gente, volai! Volai agile e leggero come il re dei fringuelli!
Incredulo, e con il cuore straripante di un’allegria bestiale, volteg-giai per un po’ nell’aria puzzolente che sovrastava la città, sotto lo sguardo allucinato dei gatti e dei piccioni, poi sfrecciai in campagna, e cominciai subito a diffondere negli allevamenti la luce della spe-ranza: volare, per sfuggire ad un ingiusto annientamento, si può.

Quanto a me, il giorno in cui mi stancherò di essere un arrosto, cercherò qualcuno che sappia mangiarmi e digerirmi con rispetto. Libera da queste provvisorie vesti, la mia anima potrà allora incar-narsi nuovamente.
Magari in un fringuello…

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