
Vince Leaci e allora eccovi la recensione del suo “Pazzo come Van Gogh”.
I giorni se ne andavano pigri, lenti e disgraziati. Me ne stavo steso, con le braccia conserte e sudavo. Pensavo alla bottiglia vuota sulla moquette, con gli occhi che puntavano il soffitto. Aspettavo la fortuna, una donna o un amico. La solita inutile attesa che m’intorpidiva l’anima. Già, l’anima. A che serviva l’anima? Non l’avevo mica capito. Mai curata. Sì, perché anche l’anima s’ammala. Dipende da come la trattano. La mia non valeva molto. Gli anni in Danimarca l’avevano segnata e non poteva più stare con le altre. Me l’ero giocata a dadi e avevo perso.
Mi avevano avvertito. È delicata, corporea e palpabile. All’inizio non ero sicuro, poi riflettendoci, gli diedi ragione. L’anima si può tastare, fiutare, appendere ad un chiodo e proseguire senza. In tanti lo fanno. Li vedo per strada quando camminano vuoti, con un sorriso stampato e ipocrisia celata da vaghe ambizioni.
Le donne senz’anime sono le più comuni. Hanno simboli fallici tatuati dietro i sederi e i cervelli di glicerina. Tanti coiti per non arrivare a nulla. Succhiavano la vita come carta assorbente. Dopo le gettavo come mozziconi nella cenere dei ricordi e tiravo avanti. “
Piergiorgio Leaci
In una società dove il senso di precarietà è l’unica certezza attendibile, in una collettività in cui il disagio emotivo, sociale e intellettuale sono tra le cause dell’alienazione dell’individuo, ecco che la “FUGA”, appare l’unica soluzione. Questo è una sensazione radicata nei giovani di questa generazione, e condivisa da quelle passate, con la differenza che oggi i mass-media e il grado d’istruzione rafforzano questa presa di coscienza.
In “Pazzo come Van Gogh” di Piergiorgio Leaci troviamo tutti questi elementi in un “ON THE ROAD” in chiave moderna, violenta e accattivante, in cui l’io narrante sfida se stesso e il proprio destino, per trovare quello a cui ha diritto chiunque: un lavoro, amici e una donna. Alla fine riesce, ma poi perde tutto, come per beffa del destino.
Il personaggio dell’inetto, del perdente viene rivisto sotto un’altra ottica. Non è più l’individuo alla mercé del fato, senza la forza di reagire. Qui Wilem, il protagonista, si ribella e combatte, ma inutilmente. È solo un’altra maniera per cadere più in basso in una fuga picaresca e ironica.
“Pazzo come Van Gogh” è il racconto di una fuga, dall’Italia, attraverso la Danimarca e la Repubblica Ceca:
Una storia di vita vissuta tra rimpianti, alcol, sesso e alienazione, con personaggi bizzarri, menefreghisti, vocati alla mortificazione dello spirito e della carne. Il sesso sempre violento e vuoto.
“Lo si fa, perchè non si ha altro da fare.”
Il senso di precarietà fa chiaramente intendere come tutte le cose della vita tendano verso il nulla, e non rimane altro che bere, parlare e raccontare…
Andrea Giannasi

Marina Bisogno








