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Fabrizio De Andrè: pacifista popolare

Chissà se il campo di grano sul quale crescono i papaveri rossi esiste ancora o esisterà in futuro? In realtà più che un luogo tangibile è uno spazio regalato, dalla poesia, alle figure emblematiche che il messaggio universale di De André ha saputo plasmare. Un messaggio che racconta la pace...

attraverso le vicende delle vittime della guerra. Un racconto che arriva prima di ogni facile banalizzazione che sarebbe potuta scaturire da una errata contestualizzazione della sue composizioni apertamente scritte contro l’inutilità del belligerare. Perché De André conobbe lo zio Francesco, reduce della guerra d’Albania, colui che seppe ispirargli “La guerra di Piero”, prima di conoscere Bob Dylan e il pacifismo degli anni ‘60. Perché De André scrisse “La ballata dell’eroe” prima che venisse considerato eroico l’atto del disertore, piuttosto che quello del soldato che immola la sua vita e condanna alla privazione della sua presenza i suoi cari. Un pacifismo, quest’ultimo che sembra ricalcare quello della tradizione della canzone popolare. Infatti è proprio qui che si ritrovano tracce un pacifismo recondito molto vicine alle modalità con le quali il cantautore genovese elabora e sviluppa la vicenda dell’eroe, raccontato dalla parte dell’amata, privata del suo amore, da una guerra che si percepisce come lontana. In un antico canto del 1896, di autore sconosciuto, dal titolo “Son maritata giovane”, la giovane donna racconta in prima persona la sua condizione di repentina vedovanza: “Son maritata giovane…/… Mio marito è morto, è morto militar…/…Tutte le ore che passano mi sento di morir…”. E’ quanto meno curioso il parallelismo, qui espresso in terza persona: “…Ma lei che lo amava, aspettava il ritorno/Di un soldato vivo, di un eroe morto che ne farà/Se accanto nel letto, le è rimasta la gloria di una medaglia alla memoria…”. Un pacifismo forte nell’immagine poetica, che evoca la conseguenza della guerra, la disgrazia che porta con sé. Un pacifismo filtrato dalla sensibilità dell’artista e da una tradizione, percepita probabilmente come un eco, che fa del popolo la prima vittima del porre mano alle armi. E in “Sidun” è infatti un padre, figura emblematica in questo senso, a perdere l’unica ricchezza da lui posseduta, la vita del proprio figlio, sotto i cingoli di un carroarmato israeliano. E il caso, se mi è permesso definirlo così, ha voluto che, al momento in cui mi accingo a fornire questo mio piccolo contributo, sentori di guerra provenissero proprio da quell’area geografica, tanto cara all’autore di Creuza de ma, riuscendo con ciò a fornirmi lo spunto per porre l’accento su un altro aspetto: il pacifismo di De Andrè non è solo popolare, per l’umanità che racconta, è anche terribilmente contemporaneo, frutto di un messaggio che più in generale può essere senza dubbio definito universale. Quando parla di guerra, infatti, De André non parla solo della “battaglia” di Piero, ma di tutte le “battaglie” di tutti i Pieri, di un girotondo di vittime, di reduci, che talora sembrano “giocare alla guerra” talora sembrano confondere gioco e realtà (”…Abbiam tutta la terra, Marcondiro’ndero/Giocheremo a far la guerra, Marcondiro’nda…”- “Girotondo”, 1968). Universalità di un messaggio il cui contenuto è interamente rivolto a chi subisce le conseguenze della guerra, quindi. E d’altra parte l’idea pacifista è figlia, in De André, di una chiara visione della vita, che prevede una comunione naturale di intenti, una naturale convivenza civile e sociale, privata della presenza di ogni forma di autorità. Perché è l’autorità che, detenendo il potere, pone le basi per l’utilizzo della guerra come strumento attraverso il quale due sovranità mirano a primeggiare l’una sull’altra, senza alcun vantaggio per chi dovrà andare in battaglia, soprattutto se la battaglia allontana dal proprio mondo, dai propri affetti (”…Ninetta mia, crepare di maggio/Ci vuole tanto, troppo coraggio/Ninetta mia, dritto all’inferno/Avrei preferito andarci in inverno…”- “La guerra di Piero” – 1964). Senza alcun, vantaggio, quindi per il popolo, le cui vittime non si contano solo sul campo di battaglia: il padre di “Sidun” ha perso tutto con la perdita del figlio (”…Ciao bambino mio l’eredità/è nascosta in questa città che brucia/nella sera che scende/in questa grande luce di fuoco/per la tua piccola morte” – “Sidun/Sidone” – 1984), l’amata dell’eroe, come detto, ottiene “una medaglia alla memoria” e non l’abbraccio dell’amato, o i generali, che pur affrontando la guerra con coraggio ne escono morti e sconfitti (”…Dove sono i generali che si fregiarono nelle battaglie/Con cimiteri di croci sul petto/Dove i figli della guerra partiti per un ideale…” – “Dormono sulla collina” – 1971). Se la guerra non risparmia nessuno, De André ha sempre preferito risparmiare ai suoi personaggi l’ipocrisia che la guerra porta con sé. L’eroismo delle sue figure sta nella pietà che muove l’ascolto e la lettura poetica, e non nell’atto impavido: laddove, anzi, vi sia sentore della presenza di una figura evocatrice di imprese e di vittorie ottenute in battaglia, come nel caso di Carlo Martello, i personaggi vengono ridicolizzati, portati al paradosso del quotidiano, del reale, ridotti a macchiette della vita (”Il sangue del Principe del Moro/arrossano il cimiero di identico color/ma più che del corpo le ferite/da Carlo son sentite le bramosie d’amor…”- “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” - 1963). E’ certamente pregna di eroismo, per contro, la figura della dama del signor di Vly, morto in battaglia che, fila la lana, prosegue cioè coraggiosamente la sua esistenza, seppure continuerà a piangere la sua triste sorte (”Fila la lana” – 1965). E Piero che rimane ucciso per evitare la sofferenza di una morte logorante al “nemico”, in un gesto apparentemente innaturale perché evasivo di ogni spirito di autodifesa, ma emblematico per la definizione pacifista della poesia di De André, nella quale l’eroe è chi decide di non combattere, chi sceglie la pace come forma di guerra.

MM

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