
In un paese in cui si legge poco, quanto può essere importante la politica di marketing delle case editrici?
Questo non è un paese in cui si legge poco… è certamente un paese in cui si legge meno che in altri, e questo è fuori discussione.
Il tema è ampio ed ha origini lontane, ma essenzialmente sociologiche.
Senza perderci nel leziosismo, non possiamo non tenere conto che la nostra unità linguistica è essenzialmente dovuta ai due conflitti bellici del ‘900, che hanno visto per la prima volta in campo un esercito “nazionale” italiano, nel senso di “composto da uomini di tutte le regioni italiane”… ciò che ha comportato la nascita dell’esigenza di “comunicare tutti alla stessa maniera” (pena la vita… ovviamente…)
La vera alfabetizzazione italiana avviene attraverso uno strumento diverso da quello “gutemberghiano”, ossia la televisione, per altro negli anni cinquanta, con un vocabolario compreso tra le 3000 e le 7000 parole!
Perché in Francia si ha un consumo librario cinque volte superiore a quello italiano? Semplice.
La Francia ha una diffusione linguistica unitaria antecedente di un secolo rispetto a quella italiana (quello che per noi sono state la prima e la seconda guerra mondiale, per loro sono state le campagne napoleoniche) ma sopratutto chi ha “alfabetizzato” la Francia sono stati gli editori e non la televisione, pubblicando a stralci anche sui periodici grandi opere di Verne e Balzac.
Questa è la base della “politica di marketing” degli altri Paesi.
Fare in modo che un bene diventi “di uso comune”.
Ruolo che i produttori di cultura di altre nazioni hanno assunto su di sè… qui da noi semplicemente non lo abbiamo fato, ed oggi ne paghiamo le conseguenze.
Facciamo un esempio provocatorio.
Primi anni del ‘900, nasce l’automobile.
Chi si è assunto l’onere di “diffondere e promuovere un consumo” come quello dell’automobile? I fabbricanti!
Gli editori non si assumono l’onere di promuovere il consumo del bene libro, ritenendo che questo debba essere un costo che debba essere ricondotto allo Stato direttamente (pubblicità, aiuti economici…) o indirettamente (scuola…).
Scelte…
Cosa si può are per avvicinare il popolo dei “non lettori” ai libri e viceversa che libri pubblicare per avvicinarli ai potenziali lettori?
Molti editori si sono “adirati” per l’iniziativa dei quotidiani nazionali di distribuire libri (o in varia forma opere letterarie di genere libraio).
Per me invece è stata un’iniziativa fondamentale esattamente nella direzione di “far diventare un oggetto comune” qualcosa come il libro che prima veniva invece inquadrato solo ed unicamente in una chiave elitaria e “para-intellettuale”.
A ben leggere i dati, iniziative del genere non solo non hanno tolto una sola copia ai libri venduti normalmente in libreria, ma anzi hanno costituito uno stimolo all’approccio al libro.
Recenti indagini hanno mostrato come sia cresciuta la “familiarità marginale” (ossia la presenza media in fasce di consumo che di un determinato bene ne fanno un utilizzo tra il nullo e lo “statisticamente irrilevante”) con l’oggetto libro.
In altre parole: il libro non è più “questo estraneo” legato solo all’uso scolastico (spesso per altro visto in chiave ed ottica costrittiva).
Il “che fare” degli editori? Semplice: non considerarci una elite che fa qualcosa per un’altra elite, ma impegnarci e studiare per fare qualcosa che possa essere “per tutti”.
Anche perché se la cultura in generale non è per tutti, scusate, ma che cultura è?
Quanto conterebbe un’operazione pubblicitaria sui mezzi di comunicazione di massa volta a modificare l’immagine dell’oggetto libro?
Troppo, comunque ed a prescindere.
Di 100 lire del prezzo di copertina di un libro, 55 vanno alla distribuzione
Delle 45 lire rimanenti, 4 vanno allo Stato come IVA.
Delle 41 restanti 9 vanno all’autore (come diritti e costi di gestione complessivamente intesi).
Con le restanti 32: si stampa (mediamente 19/23 lire) e si fa funzionare
un’azienda (telefoni, fitti, trasporti, spedizioni, contabilità, personale, e chi più
ne ha più ne metta… tra cui anche i costi per la promozione, i fax, gli
spostamenti e le famose partecipazioni alle fiere…).
Non essendoci i margini (se non per quei gruppi che hanno la proprietà di giornali o televisioni, ovviamente) è chiaro che l’iniziativa più concreta e realizzabile può essere una soltanto: uscire dalla casa editrice e “portare” il libro fuori.
Fiere? Iniziative con le scuole? Anche…
Qualche trasmissione televisiva in più? Certamente fatta meglio? Anche…
Qualche campagna pubblica? Anche…
Un migliore lavoro qualitativo delle librerie, nella loro apertura al pubblico? Fondamentale…
…forse soprattutto rendere “più accessibile” il soggetto stesso della casa editrice…

Marina Bisogno









Emanuele Properzi
11 Jan 2011 - 23:58 - #1Complimenti alla Bisogno per il presente post. Da tempo che studio marketing librario dopo aver pubblicato io un libro. nel mio sito ScrittoreVincente asserisco più e più volte che nel mercato editoriale attuale, se non sei già uno scrittore affermato, l’autopromozione non è un’opzione ma un obbligo. Gli scrittori, se voglio diffondere la propria opera con mezzi moderni e incisivi, devono inesorabilmente affrontare una ‘informaztizzazione di secondo livello’ necessaria per fare web-marketing.
Ho analizzato casi incredibili che grazie a internet hanno poi pubblicato e venduto migliaia di copie del cartaceo.