
Molte arti presuppongono spazi e materiali idonei; la scrittura è un’arte povera, nel senso che necessita solo di una penna, un foglio e un cervello, naturalmente. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che gli scultori - per esempio- devono leccare i piedi agli assessori comunali, altrimenti non ricevono incarichi, ma lo scrivere è più facile perché non si ha bisogno di niente: osservi e poi fai quello che vuoi. Basta una matita o una penna a sfera. Ce ne sono da cinquecento lire.
E’ preferibile riporre, fin dal principio, attenzione alla forma. Una scrittura ordinata, con capoversi rientranti, paragrafi di circa 10 righe, capitoli di circa dieci pagine, per un totale di circa venti capitoli, per un totale di 150-300 cartelle a spaziatura normale (con 2100 battute circa per cartella), potrà essere di supporto all’ordine interiore.
C’è anche chi, naturalmente, ritiene che si possano fissare regole più precise al riguardo, che sono:
- l’opera deve essere scritta su cartelle formato cm 21 x 29 (extra strong);
- ogni cartella deve contenere un massimo di 30 righe di 70 battute ognuna, calcolando come battuta anche le virgole, i punti, le parentesi, gli spazi fra due parole, ecc;
- tutte le cartelle devono essere numerate progressivamente;
- gli eventuali titoli dei capitoli vanno scritti (in maiuscolo e centrati) su di una nuova cartella, lasciando il resto della pagina precedente in bianco. Eventuali titoli di paragrafi vanno scritti in maiuscoli e allineati a sinistra;
- i capoversi vanno evidenziati lasciando le prime 4 battute del rigo in bianco; ecc.
Naturalmente, va detto che queste cose sono puramente indicative e che ogni genio si comporta a modo suo. Così come per quanto riguarda le ore da dedicare alla scrittura, anche se, tanto, si imparerà presto come essa possa assorbire tutti i nostri pensieri e i nostri giorni e notti. Spesso in solitudine e nell’incomprensione generale. E allora faremo bene a ricordare quanto diceva Nietzsche: “L’intelligenza di una persona si misura dalla quantità di solitudine che riesce a sopportare”. E a ripeterci che la scrittura deve servire innanzitutto a se stessi, per riflettere e trovare la coscienza di sé, come la meditazione nelle filosofie orientali.
A proposito del fatto che la scrittura dev’essere per prima cosa un piacere in sé, vorrei ricordare cosa mi hanno detto Natalia Aspesi: “Penso che scrivere sia un grande piacere personale che ripaga di ogni delusione”; e Gianni Riotta: “E’ vero che tutto sembra a tratti duro e inutile. Ma scrivere o leggere è un piacere in sé. Bisogna già godere di questo fatto: dice un motto zen ‘Il battito di ali di una farfalla arriva al confine dell’universo, il clangore di eserciti armati muore subito’ “.
Questo in teoria, perché poi, nella realtà, a uno scrittore verrà richiesto non solo di riflettere su quanto sta facendo, ma anche di frequentare salotti, premi letterari, presentazioni dei libri (e qualche volta venderseli da solo); insomma farsi vedere in giro perchè una cosa è scrivere, avere dentro la religiosità, e un’altra far parte della gerarchia letteraria, dove a decidere chi vale e non vale ( e talvolta per puro opportunismo) sono i vescovi e i cardinali, i critici e gli editori.

Marina Bisogno








