
- scrivere soprattutto la mattina, e portare sempre con sé un blocchetto per gli appunti, per annotare le idee, che possono giungere a concretizzarsi nei momenti meno opportuni, ma che è bene fissare subito, per evitare scherzi della memoria;
- controllare sul dizionario i termini di cui non si è sicuri;
- evitare di seguire mode e tendenze, ma attingere dal proprio animo;
- rimuovere il complesso d’inferiorità nei riguardi dei ‘nomi’ più ricorrenti. Seguire l’istinto e non essere intimoriti da ciò che fanno o dicono gli altri, compreso i critici;
- scrivere su temi congeniali, poiché la passione, per esempio, non la si può apprendere: o c’è o non c’è;
- ricordarsi sempre che uno scrittore scrive anche se non ci sono lettori;
- associare a ogni personaggio un volto noto, verificandone le rispondenze per evitare di descrivere fisionomie perfette ma irreali;
- cominciare col copiare il romanzo preferito: se ne assorbirà il ritmo, si imparerà a scrivere le parole correttamente, si adeguerà la punteggiatura (soprattutto la punteggiatura all’interno e all’esterno dele virgolette). Senza vergognarsi: tutti, dico tutti, hanno copiato da chi li ha preceduti. Molti traduttori, inoltre, sono giunti alla scrittura avendo assimilati i principi degli autori tradotti. Busi e Tabucchi hanno cominciato da traduttori. Copiare finché non si comincia a pensare di poter far meglio, in quel settore. Ho conosciuto un poeta, Antonio Porta, e mi diceva proprio questo, riguardo a un altro poeta, con umiltà: “Qui, lui ha fatto meglio di me”.
- ricordare che il lettore si aspetta da uno scrittore una certa trasfigurazione della realtà, di modo che egli possa cogliere, tramite gli occhi del narratore, aspetti che gli erano sfuggiti;
- prima di passare a una stesura completa dell’opera, esercitarsi a fare descrizioni di personaggi e ambienti, osservando la realtà, la qual cosa è il vero compito dello scrittore. Scrivere dei brevi ritratti, come fanno i pittori, che, prima di passare alla tela, fanno dei bozzetti su carta, col carboncino. Si tratta di veri e propri ’studi’;
- quando si sarà scritto l’ultimo capitolo, bisognerà tornare daccapo per dare uniformità ed evitare le ripetizioni;
- bilanciare le parti descrittive con i dialoghi, l’immissione di idee con l’umorismo, le cadute di tono con i colpi di scena; il ritmo di un’opera è importante: gli scrittori americani sono maestri in questo campo perché sono abituati a pensare e scrivere per scene. Essi preferiscono anche le frasi brevi, con una sintassi contratta. Questa maniera di fare, che spesso salta i collegamenti e quindi le sfumature psicologiche, non piace tanto ai critici nostrani, che sono cervellotici, ma sono anche, però, i primi a godersi i film americani;
- l’aggettivazione è importante; come l’uso degli avverbi;
- evitare ripetizioni terminologiche: tutti gli scrittori hanno utilizzato, almeno agli inizi, un dizionario dei sinonimi e dei contrari. Uno scrittore, per esempio, può essere anche un romanziere, narratore, saggista, critico letterario, cronista, etc., e può scrivere un best seller, un capolavoro, un’ allegoria, una pubblicazione, testo, volume, libro, etc., e un’opera può essere prima, minore, postuma, d’evasione, dialettale, divulgativa, religiosa, scientifica, scolastica, propagandistica, moraleggiante, inedita (quasi sempre), allegorica, drammatica, burlesca, grottesca, lirica, realistica, seria, satirica, epica, barocca, crepuscolare, decadente, immaginifica, manieristica, minimalista, naturalista, postmoderna, romantica. Il ritmo può essere incalzante, monotono oppure lento.
- la lunghezza del testo non è importante. ‘Il sottotenente Gustl’, di Arthur Schitzler, che è di appena trenta pagine, è un capolavoro, mentre il romanzo più lungo mai scritto, cioè ‘Gli uomini di buona volontà’ di Jules Romains, composto da 27 volumi, è una semplice curiosità.
- mentre in un racconto i personaggi sono tre o quattro, in un romanzo bisogna dare fisionomia ad almeno 20 o 30 personaggi;

Marina Bisogno








