Il titolo

- un buon titolo è importante. A proposito di quest'ultimo punto, molte sono state le discussioni in merito.. Ecco le varie posizioni.

Giuseppe Pontiggia: “Trovare il titolo all’inizio del viaggio può essere una bussola, ma rischia di condurre esattamente dove ci si riprometteva di arrivare. E spesso non è una buona navigazione. Il limite di alcune opere è di corrispondere, con fedeltà eccessiva, al loro progetto… Anche rimandare il problema alla fine del viaggio non manca di insidie. Un titolo ideale dovrebbe, secondo me, orientare prima e dopo la lettura: all’inizio delimitando il campo e alla fine ampliandolo, grazie alle acquisizioni del libro stesso”.

Antonio Debenedetti: “Nasce prima il romanzo o prima il suo titolo? Prima l’uovo o la gallina? Non c’è una sola risposta, tale che si possa concludere: “La cosa sta così”. La scelta di un buon titolo, sono tuttavia d’accordo gli autori, è fondamentale: ancor più oggi, fra tanto proliferare di novità, di proposte editoriali. Se non la determina, un buon titolo può sensibilmente aiutare infatti la fortuna editoriale d’un libro. Ma, rimanendo alle domande-curiosità, chi dà il titolo a un’opera? Dio stesso, come si dice accada per il primo verso di una poesia? L’ispirazione di chi scrive? L’esperienza di chi pubblica?”.

Raffaele La Capria: “Il titolo viene fuori via via che il libro si fa. In linea generale, poi, il titolo non dovrebbe costituire una spiegazione di quanto s’è scritto. Con un salto di fantasia sarebbe giusto individuasse qualcosa di più segreto, che ha dettato un’opera”.

Mario Soldati: “I miei titoli nascono qualche volta prima che mi metta a scrivere e qualche volta dopo, anzi all’ultimo momento quando il libro è già in stampa e non c’è più tempo di pensare”.

Dacia Maraini: “Ho un rapporto molto problematico con i titoli, non riesco mai a trovare quello giusto”.

Mario Luzi: “Per me il titolo di un libro si forma con il crescere del libro, oppure si lascia scoprire in una piega del testo come frase prima inosservata che a un tratto acquista luce e forza di significazione”.

Alberto Bevilacqua: “Il titolo di un romanzo, o di un racconto, nasce attraverso un processo che potrebbe definirsi una sorta di epifanìa. E’ una manifestazione, appunto, una rivelazione che lo scrittore intimamente riceve, restandone suggestionato: significa che quella piccola divinità che è sempre una storia, è nata, ha una sua luce, chiede un sigillo. Se lo scrittore procede troppo ‘di testa’, in genere ne esce un brutto titolo”.

Vediamo adesso cosa pensano gli scrittori del metodo di lavoro e dei mezzi più opportuni da adoperare. Serena Vitale pensa che scrivere non sia un mestiere che si possa esercitare ovunque e in ogni momento. E’ un atto del corpo possibile solo quando questo ha metabolizzato anni di lettura, di studio. E continua: “Non riuscirei a scrivere in nessun altro posto che a casa. Perché lì ci sono i miei gatti… Sono passata al computer con delle tragedie inenarrabili, mi tradiva, non sottostava ai miei voleri. Allora ne ho comprato uno deficiente, insomma, uno di quelli che mi dicono quando sbaglio. Così riesco a fare la prima stesura, poi stampo, infine correggo tutto a mano”.

“La velocità con cui il computer cancella mi mette a disagio. A me piace che quello che scrivo rimanga sul foglio, così ci posso sempre tornare sopra… Avevo diciassette anni ed ero cotto per Hemingway: volevo scrivere come lui. Provavo a riscrivere i ‘Quarantanove racconti’, soprattutto ‘Colline come elefanti bianchi’. Amavo i personaggi di quel racconto. Li copiavo, cercavo di riscriverli. A ventitrè anni me ne sono andato a vivere a Londra, ho lasciato da parte le imitazioni e ho cominciato a scrivere cose mie, con personaggi che mi venivano in testa”. (Giuseppe Culicchia).

“In giro non sento molta consapevolezza del fatto che quella scritta è la lingua di ognuno di noi, non falsificabile, capace di filtrare la vita, di dare una gerarchia ai fatti: come la tv non fa. La prosa di tanti narratori di oggi è poco rifinita. Per giunta, il suo spessore psicologico è poco: un sentimento vale l’altro. Il peggio, poi, è la mancanza di una forte personalità in chi scrive”. (Libero Bigiaretti).

“I miei libri hanno tutti un alto grado di ’suspense’. La considero una tecnica narrativa che esprime l’angoscia del mondo moderno molto più dei libri che del mondo moderno raccontano l’aneddoto o la storia… I miei modelli letterari sono Conrad, Melville, Lowry, Fielding, Defoe, Nabokov… La scrittura dev’essere come una bellissima donna che tu guardi e risponde al tuo sguardo. Il libro è un atto di seduzione. Se non trovo fascino - strutturale o linguistico - io non riesco a mandare avanti un libro. Cerco sempre di caricare di fascino le pagine che scrivo, di catturare, di sedurre; sedurre me, che poi diventa sedurre il lettore”. (Alberto Ongaro).

“Ho dei temi nella mente… ma trovo innanzitutto un’atmosfera. Poi i personaggi. Questi personaggi saranno tratti in parte dala gente che ho conosciuto e in parte dalla pura immaginazione.. E’ un misto dei due… Prendo l’elenco del telefono per i nomi e la pianta della città, per vedere esattamente dove avvengono le cose. E, due o tre giorni dopo, comincio a scrivere… Quando scrivo un romanzo, non vedo nessuno, non parlo, non rispondo al telefono… Per tutta la giornata, sono uno dei miei personaggi”. (Georges Simenon).

“Scrivo la mattina, quando è ancora buio. Mi sveglio prima degli altri perché di solito vado a dormire presto la sera. Se si tratta di romanzi o di racconti, a volte scrivo e riscrivo la prima pagina, ma poi vado avanti in fretta e senza molti rifacimenti… Da piccola scrivevo romanzi che però non andavano mai oltre le prime pagine. Nell’adolescenza ho scritto poesie. Il mio primo racconto vero l’ho scritto a diciassette anni… A volte sto lungo tempo senza scrivere niente, e quando riprendo a scrivere mi sembra di non ritrovare la strada. Però non è lo stile che mi è venuto a mancare. Quello che, di volta in volta, mi sembra d’aver perduto è il modo di mettere insieme e articolare una storia. Intanto non so mai se vorrò usare la prima persona o la terza persona… Riguardo alla semplicità, è qualcosa a cui penso sempre perché desidero essere capita subito. Penso anche alla necessità di dire tutto con il minor numero possibile di parole. Mi sembra che la gente abbia poco tempo di leggere, e che per questo è meglio scrivere secco e senza divagazioni”. (Natalia Ginzburg).

“Io sostengo che si scrive un romanzo per catturare un sapore, un profumo, una particolare luce, una piccola verità che ti è balenata dentro. Questa illusione di cogliere ‘quel’ brandello di realtà è, in fondo, ciò che ti fa scrivere una storia. Poi, quando il libro è finito, ti accorgi che ci hai messo di tutto, ma non sei riuscito a metterci proprio ‘quella’ cosa. Hai la sensazione che sia rimasta fuori dalle tue pagine proprio la cosa che ti aveva spinto a scrivere. O che, comunque, tu non l’abbia fermata nel modo giusto… E’ per questo, credo, che si ricomincia a scrivere”. (Carlo Castellaneta).

“Scrivo sempre al mattino per tre ore e mezzo, a mano, su fogli gialli. Di solito riscrivo ogni libro, facendone anche cinque stesure… Leggo quattro o cinque ore il pomeriggio, soprattutto libri di storia, per documentarmi… I miei libri di pura invenzione sono scritti con più abbandono, più piacere. I miei libri di riflessione storica e religiosa esigono molto studio e preparazione, ma specie per quelli ambientati nell’antichità c’è ampio spazio per l’immaginazione. Ma non c’è una differenza sostanziale per me tra gli uni e gli altri, perché si tratta sempre di un atto creativo”. (Gore Vidal).

“Il ‘mestiere’ di scrittrice è in parte, sì, uguale alle altre professioni, perché è segnato dalle stesse leggi: scelta, applicazione, sacrificio, guadagno, possibile successo, possibile fallimento. Ma in parte no, perché non è legato a un ente, a un’istituzione, ma è, come ogni altra arte, legata soprattutto alla personalità, all’io, e al suo desiderio di esprimersi attraverso uno stile. E’ in definitiva una professione più ardua, più isolata e più infida. Non offre sicurezza, tantomeno garanzie. Anzi, rappresenta un rischio, un salto nel buio. Allora, perché sceglierla? Per questa semplice ragione: chi decide di diventare scrittrice non può farne a meno. In altre parole ha, o dovrebbe avere, la cosiddetta ‘vocazione’. Vocazione come amore alla parola scritta, che viene messa al di sopra di tutto… Scrivere vuol dire applicarsi con continuità e con assidua pazienza. La frase non è lì, sulla punta della lingua, pronta ad essere scritta. Dev’essere cercata, scartata, corretta, sostituita, cancellata, ritrovata, in una serie di tappe successive, fino ad arrivare alla frase necessaria e appropriata. Questo lavoro lento viene chiamato ’stesura’ Non esistono tuttavia regole per la stesura: essa è una questione squisitamente privata fra chi scrive e la pagina. Quando la mente, il cuore, l’orecchio (sì, anche l’orecchio, perché la pagina ha una sua intonazione musicale) si ritrae soddisfatto dalla lettura, anzi alla rilettura di sé, ecco che scatta il momento felice: il lavoro è concluso. La stesura può essere considerata definitiva. Va ricopiata”. (Grazia Livi).

“La scrittura, in realtà, matura lenta, ignara, e in tempi lunghissimi… E mentre la scrittura matura, si deve continuare a crederci, crederci, pur sapendo che forse non riuscirà mai ad essere grande. Solo passabile? Carina? Almeno pubblicabile? Chi scrive non deve porsi domande. La sua forza, come per ogni altra forma d’arte, sta nella capacità di correre questo rischio mortale”. (Lalla Romano).

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