
“Mi piaceva molto fare scuola…Avevo un mio piccolo metodo per l’italiano. I ragazzi potevano tenere un quaderno in cui scrivevano quel che volevano… volevo che imparassero un principio valido anche in letteratura: che cioè la fantasia, quella che adesso chiamano ‘creatività’, non consiste nell’immaginazione, nell’inventare trame, storie, personaggi: quella ci può essere, ma non è quella la facoltà artistica; la facoltà artistica e la vera fantasia consistono nel dar vita a persone immaginarie e a persone reali. Mi infastidivano quelli che cominciavano a raccontare un viaggio sulla Luna, quelli che credevano di avere fantasia perché narravano cose strambe. La fantasia sta tutta nel modo di raccontare. La fantasia è dare senso alla bellezza della vita”. (Lalla Romano).
“Prima, quando fumavo, lavoravo la mattina. Accendevo i miei sigari, prendevo il mio caffè e questo cerimoniale mi favoriva la scrittura. Poi mi hanno indotto a smettere di fumare e allora, da un giorno all’altro, il corpo non ha tollerato più neanche il caffè. Così ora scrivo la notte, quando riacquisto lucidità. Ma penso che riprenderò a fumare, perché l’astinenza dal fumo mi ha molto scombussolato… Scrivo a penna, con una scrittura minutissima, perchè così in mezza pagina mi trovo tre cartelle già fatte. Raccontare per me è come attraversare l’oceano o fare il Tour dr France… Scrivendo entro in uno stato di tensione, come un regno dominato dalla magia della parola. La scrittura è per me evocazione, raccoglimento, come una fede che trascina l’immaginazione… Penso che scrivere sia una specie di mania, un modo di sfogare una natura ossessa o depressa: forse molti delinquenti se avessero saputo scrivere non avrebbero commesso delitti”. (Alberto Bevilacqua).
“Salgari era un grosso narratore, conosceva come pochi la tecnica della narrazione. Il vero segreto della tecnica della narrazione non è, contrariamente a ciò che si crede, quello di saper preparare un colpo di scena che, a un certo punto, fa sbalordire tutti. No, il colpo di scena non deve mai arrivare imprevisto, deve essere sempre preannunciato, giungere a poco a poco, in modo che, quando arriva, certamente c’è l’effetto ma, al di là dell’effetto sorpresa, il lettore deve avere la gioia di pensare: “Ecco, è proprio come l’avevo immaginato io!”. Questo è uno dei segreti più grossi del narratore. Salgari lo aveva capito e ne faceva tesoro”. (Giampaolo Rugarli).
“Nei miei racconti compongo conversazioni. Metto nei racconti l’arredamento e le cose concrete che circondano la gente quando ha bisogno di quelle cose. Forse è per questo che a volte è stato detto che i miei racconti sono disadorni, spogli, o, anche, minimalisti”. (Raymond Carver).
A proposito di minimalismo, si può dire che c’è anche quello attinente le parole e le frasi.
“La grande libertà di scelta che abbiamo con le parole abbiamo anche con le frasi… Dalle frasi ‘monoreme’, fatte di una sola parola (’Grazie’, ‘No’, ‘Via!’), si passa alle frasi fatte di più parole, ma senza verbo (’Per di qui’, ‘Via libera’, ‘Scarpe grosse cervello fino’). E da queste si passa a frasi più complesse, fatte di più parole raccolte intorno a un verbo, cioè fatte di una ‘proposizione’. Diversi procedimenti consentono di mettere insieme più proposizioni in una stessa frase. Il procedimento più semplice è la ‘giustapposizione’, cioè l’allineamneto di proposizioni l’una accanto all’altra, senza congiunzioni (’Prendo, parto, vado via, voglio vivere come dico io’). Le ‘congiunzioni coordinanti’ o ‘avversative’ (’e', ‘ma’) marcano il rapporto di proposizioni nella stessa frase. Frasi con proposizioni collegate solo da congiunzioni coordinanti si dicono ‘paratattiche’ (dal greco ‘parà’, ‘accanto’, e ‘taktikòs’, ‘ordinato’). Il procedimento più complesso è la ’subordinazione’: una proposizione viene scelta come ‘principale’ e le altre vengono collegate a essa attraverso ‘congiunzioni subordinanti’, tipo ‘quando’, ‘perché’, o attraverso i pronomi relativi (’che’, ‘in cui’, ‘da cui’, ecc.). Le frasi con subordinate si dicono ‘ipotattiche’ (dal greco ‘hypò’, ’sotto, dipendente da’, e ‘taktikòs’).
Una lunga tradizione scolastica raccomanda le frasi ipotattiche, come più logiche o gradevoli. In realtà, dall’antichità classica ai nostri giorni grandissimi scrittori hanno preferito frasi solo debolmente ipotattiche. Dal punto di vista del gusto non è facile decidere. Scrittori che usano frasi brevi e debolmente ipotattiche raggiungono risultati artistici non meno famosi di scrittori che preferiscono frasi ampie e ipotattiche. E se è vero che frasi troppo lunghe possono stancare i lettori, è vero pure che il susseguirsi di frasi brevi può alla lunga riuscire noioso, monotono e, alla fine, altrettanto stancante”. (Tullio De Mauro: ‘Guida all’uso delle parole’, Editori Riuniti, Roma, ‘89 - pag. 142).
In conclusione.
“Sul terreno particolare del come costruire le frasi, ancora una volta si è potuto vedere che quello del parlare e dello scrivere è il regno della libertà. Non facciamoci mai spaventare da chi pretende di imporre vincoli dall’esterno al nostro esprimerci, da chi stende liste di parole e modi di dire accusati di questa o quella colpa: origine straniera, eccessiva popolarità, dialettalità, colloquialità. La sola regola nel mondo della comunicazione con parole è data dagli altri coi quali comunichiamo. La sola regola vera è verificare la capacità che una parola o una frase ha di trasmettere a interlocutori e riceventi determinati il senso che con essa volevamo trasmettere”. (Tullio De Mauro: ‘Guida all’uso delle parole’, Editori Riuniti, Roma, ‘89 - pag. 145).

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