Le idee e l'invenzione

Giunge il momento di costruire una trama. E' tempo perso partire all'avventura se non si hanno le idee chiare sul dove si vuole arrivare. Ho parlato di una certa ripetitività nella struttura. Inutile negare anche un certo conservatorismo nella costruzione degli intrecci; non si sono fatti molti passi avanti dalle commedie di Pluto, basate sullo scambio di persona e sull'equivoco. L'equivoco riesce a creare situazioni abnormi, in cui è più facile dare fondo all'umorismo e calcare la mano sui colpi di scena, fino alla rivelazione di rito, che rasserena e rende al lettore l'illusione dell'ordine ritrovato. Insomma, il lieto fine è un'altra carattersistica portante del romanzo, e se non questo, almeno il ritorno alla normalità, dopo che il caso aveva intorbidito le acque.

Ma bisogna cercare di uscire dal pessimismo. Mi dice Luigi Malerba: “Lo stato d’animo ‘leopardiano’ è quanto di peggio possa capitare a chi scrive o ha intenzione di scrivere. E’ un vicolo cieco dal quale si deve cercare di uscire. L’ironia, per esempio, aiuta a scrivere, e anche a vivere. Se invece il temperamento tende a essere drammatico, bisogna cercare di dargli forma e figura di personaggio o di storia”.

Altri temi ispiratori dei romanzi sono: l’amore, meglio se non corrisposto, almeno all’inizio, la guerra, la vendetta, la pazzia, il momento di oltrepassare la ‘linea d’ombra’, cioè l’illuminazione e la crescita interiore. Il tutto condito da temi attinenti alla vita stessa, cioè la politica, il danaro, la sessualità.

Gli americani, a cui non sovviene quasi mai lo scrupolo di attenersi alla realtà, cioè la tendenza neorealista, tentano in genere di rendere credibili le storie più assurde, poiché hanno una visione illimitata, a causa della grandezza del loro paese e dello sviluppo della moderna tecnologia, nonostante le sue aberrazioni, della gamma infinita di avvenimenti che pendono sull’uomo.

Restando ancora agli americani, non si può negare che habbiano raggiunto un buon livello di espressività, sia in letteratura che nel cinema, anche con l’adozione di tecniche omai codificate. Ottime scuole di giornalismo hanno insegnato la concretezza, per esemplificae quella che si riassume nel rispetto completo dell’informazione, cioè illuminando il lettore con le famose ‘5 W’ (who, what, where, when, why: chi è, o sono, i personaggi; che cosa sta succedendo; dove l’azione si ambienta; quando si svolge; perché sta accadendo qualcosa) e adopeando dal linguaggio cinematografico l’abilità di convergere dal molto grande verso il piccolo, con un restringimento dell’inquadratura (per esempio da una visione d’insieme di una città passare a una strada e poi a un appartamento e quindi a una persona) oppure il contrario (cioè allargando a cerchi concentrici la visione dei luoghi da un particolare a una persona, a un luogo, all’intero villaggio, etc.). Anche in letteratura, pertanto, si tende ad adoperare quello che è il ‘linguaggio’ filmico.

Ma ecco, per pura cronaca, alcuni dei temi più famosi trattati.

- ‘Cime tempestose’ di E. Bronte, 1847. Romanzo di forti passioni, con la storia d’amore fra Heathcliff e Catherine in una cornice di odio fra due famiglie inglesi.

- ‘Bassifondi’ di M. Gor’kij, 1902. Drammi di vagabondi, ospiti in una lurida pensione, fra uccisioni, miseria, sopraffazioni e illusioni.

- ‘Figli e amanti’ di Lawrence, 1913. Incapacità di amare a causa del rapporto di dipendenza e dedizione alla propria madre. Solo la morte di quest’ultima aprirà nuove prospettive al protagonista.

- ‘Dedalus’ di J. Joyce, 1916. Infanzia e pubertà, alla ricerca del proprio ideale di vita, fra costrizioni religiose e politiche, fino alla partenza dall’Irlanda, luogo chiuso e privo di idealità.

- ‘Gita al faro’ di V. Woolf, 1927. Passato e presente, progetti sognati ma irrealizzati e nostalgia, con flash back e flusso di coscienza.

- ‘Addio alle armi’ di E. Hemingway, 1929. Prima guerra mondiale: un americano volontario nell’esercito italiano si innamora di un’infermiera inglese. Si arriva alla disfatta di Caporetto e i due decidono di fuggire insieme verso la Svizzera, ma lei muore di parto.

- ‘42° parallelo’ di J. Dos Passos, 1930. Romanzo senza protagonista, sull’America degli inizi di questo secolo, fra ’sogno americano’ e i perversi meccanismi sociali, in cui si fa largo uso del monologo.

- ‘Tenera è la notte’ di F.S. Fitzgerald, 1934. Un medico sposa una donna che un rapporto incestuoso col padre ha reso psicolabile. Dopo un primo momento di felicità, riesplodono i contrasti, a causa dell’insoddisfazione di lui, che s’innamora di un’attrice. Alcolismo, solitudine, fuga verso nuovi destini.

- ‘La nausea’ di J.P. Sartre, 1938. Sul ‘male di vivere’, il rifiuto dell’esistenza, la depressione, la nausea, fino a trovare un appiglio nella scrittura.

- ‘Agostino’ di A. Moravia, 1944. Un tredicenne vaga per Roma in compagnia di ragazzi sbandati, alla ricerca di nuove esperienze. I problemi dell’adolescenza. Di qui tutto un filone che ha come protagonisti i ‘ragazzi di vita’, a cui si rifanno anche Pasolini, Grimaldi, Tondelli, etc.

- ‘Lolita’ di V. Nabokov, 1958. Un uomo rinchiuso in carcere, in attesa dell’esecuzione della sentenza capitale, racconta la storia della sua ossessione per un’amante ragazzina, che lo ha portato a commettere un omicidio.

- ‘Herzog’ di S. Bellow, 1964. Lettere mai spedite a personaggi della cultura, nel tentativo di comprendere il mondo e capire se stessi. Ma il tentativo è destinato all’insuccesso, poiché la realtà è incomprensibile e inafferrabile. Un lento scivolare verso la pazzia.

Giuseppe Pontiggia afferma: “L’atteggiamento di fronte al problema narrativo mi sembra ‘inventivo’, nel senso che può consentire di ‘trovare’ più che un atteggiamento di nostalgia per il passato: anche se quest’ultimo può essere a sua volta, imprevedibilmente, carico di futuro. Quello che conta sono le forze, le energie, fantastiche che la poetica mette in moto”.

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