Ambientazione

Emilio Salgari scrisse una ottantina di romanzi e un centinaio di racconti ambientati in luoghi esotici senza esserci mai stato. Aveva una immaginazione fervida che gli consentì di immaginare e descrivere le avventure di Sandokan e la vita dei pirati malesi senza mai essere stato da quelle parti. Ma allora nessuno poteva controllare la veridicità delle sue descrizioni. Invece, oggi, sarebbe opportuno avere conoscenza diretta degli ambienti che si vuole descrivere. Se si va in una discoteca di Rimini, per esempio, si apprende tutto della musica techno, che ha 120 battiti al minuto, delle spremute di canna da zucchero, roba dell'ultima moda, e di quanto costa l'extasy. Insomma, una volta si diceva "O vivi o scrivi"; oggi è consigliabile che uno scrittore (quando non voglia trattare solo di idee, che possono essere forse meglio concepite in solitudine) viva la vita, per poi scriverne.

Una delle ambientazioni più comuni è la città. Può essere anche un agglomerato, borgo, capoluogo, città di provincia, megalopoli, paese, paesello, villaggio, continentale, insulare, marittima, cosmopolita, provinciale, grande, media, piccola, allegra, animata, civile, deserta, fragorosa, caotica, silenziosa, morta, spopolata, commerciale, agricola, illuminata, tetra, industriale.

Si passa quindi a descrivere la parte della città che ci interessa: municipio, archivio, centro commerciale, zona residenziale, trivio, lungofiume, lungomare, periferia, quartiere, contrada, corso, crocicchio, viale, angolo, isolato, discarica, ospedale, manicomio, prefettura, porto, parco, molo, banca, fabbrica, officina biblioteca, sobborghi, galleria, ospizio, stadio, museo.

Se ci sono chiese, edicole, scuole, librerie, grandi magazzini, università, cattedrale, cabine telefoniche, lampioni, cavalcavia, autobus, filobus, rotaie, semafori, isole pedonali, giardinetti, marciapiedi, tunnel, piazze, campielli, poste, giardini zoologici, acquedotti, bastioni, mura, porte, palazzi, grattacieli, caserme, licei, asili, gabinetti pubblici, cinema, caffè, stazioni, gallerie, idranti, monumenti, parcheggi (per assurdo). E se, quasi sicuramente, il traffico è congestonato, la circolazione è lenta, la sosta è vietata e l’espansione è disordinata.

“La cittadina di Verrières può essere considerata una delle più graziose della Franca Contea. Le sue case bianche, dai tetti aguzzi e dalle tegole rosse, si arrampicano sul declivio di una collina dove macchie di vigorosi castagni mettono in risalto ogni minima sinuosità. Il Doubs scorre a qualche centinaio di piedi sotto le fortificazioni costruite un tempo dagli spagnoli e ora in rovina.

A nord la città è protetta da un’alta montagna, diramazione del Giura. I primi freddi d’ottobre coprono di neve le cime frastagliate del Verra. Un torrente, precipitando dalla montagna, attraversa Verrières prima di gettarsi nel Doubs e mette in moto un gran numero di segherie: industria assai semplice che dà lavoro alla maggior parte degli abitanti, contadini più che borghesi”. (Stendhal: ‘Il rosso e il nero’, Garzanti, Milano, ‘88 - pag. 5).

“Le due sorelle percorrevano un sentiero annerito, attraverso un terreno scuro, cosparso di immondizie: alla loro sinistra, si apriva un’ampia veduta, la valle dove si trovavano le miniere, e dalla parte opposta si disegnavano colline coperte di boschi e di campi coltivati a grano, cupi nella distanza, come se si guardassero attraverso un crespo nero. Colonne immobili di fumo bianco e nero salivano e nell’aria grigia avevano un aspetto magico. Poco lungi si stendevano in lunghi filari le case, salivano sul fianco della collina, si stagliavano nette sul margine di essa; case di mattoni rossi anneriti, dai tetti d’ardesia scura. Il sentiero sul quale camminavano le due sorelle era nero anch’esso, tracciato dall’andirivieni dei minatori, diviso dai campi mediante una ringhiera di ferro; il tornichetto che immetteva nuovamente nella strada era lucido per lo strofinio dei pantaloni di fustagno dei minatori. Ora le ragazze camminavano fra file e file di abituri poverissimi; all’angolo di ciascun isolato se ne stavano a scambiare due parole le donne, le braccia incrociate sui rozzi grembiuli, e guardavano passare le sorelle Brangwen con lo sguardo insistente e instancabile che hanno gli aborigeni; i bambini le ingiuriavano”. (David Herbert Lawrence: ‘Donne innamorate’, Mondadori, Milano, ‘79 - pag. 9).

“Sul molo di Bombay… compresero subito che nulla, nulla, avrebbe potuto prepararli a quello choc. Una folla a Parigi, a Londra, a Tokyo, è fatta di tanti ometti separati, che corrono ciascuno verso la propria meta. Lì la folla non va da nessuna parte, cola piano in tutte le direzioni, inesauribile, bianca e bruna, riempiendo tutto lo spazio a disposizione tra le ultime carrozze che cascano a pezzi, i carretti tirati da piccoli buoi gibbosi, gli autobus rossi a due piani, le poche auto americane, i cani rognosi che in India rappresentano i paria degli animali, e le vacche, naturalmente, biancastre, altrettanto scarne degli esseri umani, e che occupavano per diritto divino, senza aggressività ma anche senza alcuna gentilezza, i marciapiedi e la carreggiata. E quei milioni di occhi bruni appuntano su di voi lo sguardo dell’India, uno sguardo unico, che è quello dei neonati troppo seri dalle palpebre bordate con un tratto di matita nera, dei vecchi ridotti all’osso, quello delle ragazzine che ti seguono per una giornata intera tendendo la mano, quello delle vacche anche, ovunque lo stesso sguardo, passivo e dolce. In India, l’umanità viene spacciata a metri cubi, nelle botteghe dove si ammassano famiglie intere, accovacciate sugli scaffali assieme alle loro mercanzie, o nelle alte case vittoriane trasformate in conigliere, dove dietro le grate di ogni apertura si vedono brulicare vari strati di corpi ammonticchiati”. (Benoite Groult: ‘Il prezzo delle cose’, Club degli Editori, Milano, ‘73 - pag. 151).

“Non è tanto una strada quanto un parco pubblico, lungo e stretto, che, come un affluente, sgorga dallo stabilimento termale alla base della collina, con lieve pendenza scende giù dritto per tutta la città e sfocia nel fiume in prossimità della conceria. I palazzi asburgici che lo fiancheggiano sui due lati sono costruiti secondo un criterio unitario, e così pure le fontane e gli edifici che si susseguono a intervalli regolari al centro della striscia alberata - chiosco per la musica, voliera, museo di storia naturale. Il resto è un’accozzaglia di piccole case rococò a tre piani - incredibilmente mal ridotte- mescolate a casermoni scrostati e a catapecchie. Solo il vialone asburgico, la Promenade, conferisce un certo ordine alla città, dividendola in due parti ugualmente sconclusionate. Le altre strade non hanno né capo né coda: per un po’ vanno avanti in una direzione, poi cambiano idea” (Francesca Duranti: ‘Effetti personali’, Rizzoli, Milano, ‘88 - pag. 35).

“Ginevra, che per tutta la vita aveva maledetto come una metropoli di noia, gli appariva bella e piena di avventure… Erano gli ultimi giorni di primavera, faceva caldo, tutte le finestre erano schermate da tende a strisce. Franz raggiunse il parco: al di sopra degli alberi si stagliavano in lontananza le cupole d’oro della chiesa ortodossa, come palle di cannone dorate che una forza invisibile avesse fermato un attimo prima che toccassero terra lasciandole sospese nell’aria”. (Milan Kundera: ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’, Club degli Editori, Milano, ‘85 - pag. 91).

Dalla città alla casa, all’abitazione, appartamento, attico, casa a schiera, villa, villino, residence, chalet, algergo, fattoria, gazebo, casale, casa colonica, popolare, nuda, nuova, soleggiata, solida, cadente, spaziosa, trasandata, unifamiliare, lussuosa, ospitale, mansarda.

In: androni, anticamere, ingressi, saloni, salotti, scantinati soggiorni sgabuzzini ripostigli, soppalchi, sottoscala, studi e tinelli, camere, sale, biblioteche, anticamere, cucine, bagni.

Fra: arazzi, parati, quadri, soprammobili, suppellettili, tappeti, tendaggi, letti, arredi, mobili, libri, posate, vasellame, cristallerie.

“Il letto era un monolite, la scrivania era immensa, con il ripiano in cuoio, il tavolino per il caffè aveva la superficie di vetro. C’erano un televisore, un minibar e un ampio armadio, in cui i pochi capi del suo modesto guardaroba sembrarono sperdersi. Staccò degli acini d’uva dal cestino con la frutta, offerto dalla direzione, che era posto sul tavolino da caffè. Accese la radio sulla mensola accanto al letto, e le melodie di Schubert riempirono la stanza. Premette un altro pulsante, e le tende di pizzo, azionate elettricamente, si aprirono con un ronzio per rivelare, come in una inquadratura in cinemascope, giardini progettati da un architetto e un lago artificiale. La stanza da bagno, tutta luccicante di sofisticati impianti idraulici, aveva due lavabi inseriti in qualcosa che pareva proprio marmo, ed era provvista di un corredo di asciugamani in diverse misure, più di quanti lei riuscisse ad immaginare di poter usare”. (David Lodge: ‘Ottimo lavoro, professore!’, Bompiani, Milano,’94 -pag. 258).

“Odore di chiuso, di mozziconi rancidi, i portacenere erano colmi dappertutto, il lavello in cucina pieno di piatti sporchi, la pattumiera ingombra di scatolette sventrate. Su di un ripiano in studio, tre bottiglie di whisky vuote, la quarta conteneva ancora due dita di alcool. Era l’appartamento di qualcuno che vi aveva speso gli ultimo giorni senza uscire, mangiando come veniva, lavorando in modo furioso, da intossicato.

Erano due stanze in tutto, affollate di libri accatastati in ogni angolo, coi piani degli scaffali che si incurvavano sotto il peso. Vidi subito il tavolo con il computer, la stampante, i contenitori dei dischetti”. (Umberto Eco: Il pendolo di Foucault’, Bompiani, Milano, ‘88 pag. 26).

C’è stato chi ha dedicato addirittura un romanzo a una casa.

“Carissima Meg, non è come immaginavamo. E’ vecchia e piccola, e nell’insieme deliziosa - in mattoni rossi. C’è appena spazio per noi, e Dio sa che accadrà domani quando arriverà Paul, il figlio minore. Dall’andito si va a destra, in sala da pranzo e, a sinistra, in salotto. L’andito stesso è praticamente una stanza. Apri un’altra porta e trovi le scale che, in una specie di cunicolo, portano al primo piano. Lì tre stanze da letto in fila, e altre tre di sopra, nell’attico. La casa non è tutta qui, ma è tutto quello che si vede- nove finestre sulla facciata del giardino. V’è poi un grandissimo olmo, a sinistra di chi guarda, che si piega un po’ sulla casa e sta al limite tra il giardino e il prato. Io mi sono già innamorata di quest’albero”. (Edward M. Forster: ‘Casa Howard’, Feltrinelli, Milano, ‘93 - pag. 15).

Una delle ambientazioni classiche (Odissea) è il mare. Chi meglio di Conrad o Melville possono descrivere il mare?

La sua immobilità.

“Il luccichio del mare mi empì gli occhi. Era sfarzoso e sterile, monotono e senza speranza sotto la vuota curva del cielo. Le vele pendevano immote e flosce, persino le pieghe delle loro superfici allentate non si muovevano più che se fossero scolpite nel granito”. (Joseph Conrad: La linea d’ombra’, Bompiani, ‘89 - pag. 93).

La bellezza di una nave.

“… essa era come una di quelle donne d’eccezione, una di quelle creature la cui sola esistenza basta a suscitare un disinteressato piacere. Ci fanno sentire che è bello vivere nel mondo dove esse vivono. Irradiava da lei quell’illusione di vitalità e di personalità che ci affascina nelle più belle opere dell’uomo. Un’enorme trave di legno di teck oscillava sul boccaporto; materia immota, più pesante o più grande in apparenza di ogni altra cosa a bordo. Quando cominciarono ad abbassarla, l’estremità dell’argano mandò un tremito che percorse la nave dalla linea di galleggiamento fino alla formaggetta degli alberi, su per i nervi sottili delle sartie, come se avesse rabbrividito sotto il peso”. (Joseph Conrad: La linea d’ombra’, Bompiani, ‘89 - pag. 54).

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