
Mi si consenta un paragone: la letteratura è come l’universo, la nave è come un romanzo, una creatura dell’uomo: vi può essere bellezza e completezza in un agile vascello come in una enorme corazzata: sono diverse, ma ognuna può avere la sua anima. Anche un breve racconto, come un oggetto ben fatto, ha la sua poesia.
C’è chi preferisce partire dalla descrizione della natura. Le nuvole, per esempio.
“Monti, lago, sole e uragani erano i miei amici, mi istruivano e mi educavano, e per molto tempo mi furono più vicini e più cari di qualsiasi essere umano, più comprensibili di qualsiasi destino umano. Ma le mie predilette, più care ancora del lago luccicante, degli abeti malinconici e delle rocce calde di sole, erano le nuvole.
Mostratemi nel vasto mondo un uomo che conosca e ami le nuvole più di me! Oppure mostratemi la cosa al mondo più bella di una nuvola! Esse sono gioco e gioia degli occhi, benedizione e dono di Dio, ira e forza ferale. Sono tenere morbide e pacifiche come le anime dei nuovi nati, belle ricche e generose come angeli buoni, scure, inevitabili e spietate come messaggeri della morte. Stanno sospese, argentee e sottili, a tenui strati, veleggiano ridenti, bianche e orlate d’oro, si fermano a riposare, colorandosi di giallo, di rosso e di azzurro. Strisciano lente e sinistre come assassini, passano galoppando a rompicollo come cavalieri impazziti, pendono tristi da altezze incolori come eremiti malinconici, sperduti in un sogno. Hanno la forma di isole di beatitudine e di angeli benedicenti, fanno pensare a mani minacciose, vele sbattute dal vento, uccelli migratori. Stanno fra il cielo di Dio e questa povera terra come simboli bellissimi di tutte le umane nostalgie e appartengono a entrambi, sogni della terra che porge con loro la sua anima macchiata alla purezza del cielo. Sono il simbolo eterno di ogni cammino, di ogni ricerca, di tutti i desideri e le nostalgie del mondo. E come esse pendono esitanti, orgogliose e piene di nostalgia, fra il cielo e la terra, così le anime umane pendono esitanti, orgogliose e piene di nostalgia, fra il tempo e l’eternità”. (Hermann Hesse: ‘Peter Camenzind’, Bompiani, Milano, ‘85 - pag. 19).
“… un cielo autunnale carico di radiose nuvole barocche. Le nuvole sono strane: a volte sembrano gigantesche sculture, gonfie di tridimensionalità come quei muscolosi marmi del Bernini che gesticolano a mezza altezza sulle pareti di san Pietro, e altre nuvole, le copie esatte di quelle stesse nuvole, sembrano mere chiazze di vapore, virtualmente inconsistenti. Sono con noi, eppure non ci sono”. (John Updike: ‘La versione di Roger’, Rizzoli, Milano, ‘88 - pag. 14).
Ma chi guarda più le nuvole, oggigiorno? Però il brano, si spera, potrebbe indurre a osservare con maggiore attenzione, d’ora in poi, il cielo. Osservare: la più grande dote di uno scrittore.
“Se esci per strada, tutto lavora per te. Non devi fare nulla, soltanto restare in ascolto, aprire gli occhi e camminare. Non c’è bisogno di riflettere. Tutto questo entrerà in quello che scrivi, una volta tornato a casa. A condizione di rendersi indipendenti o di essere indipendenti. Se sei teso o stupido o se nutri delle ambizioni, tutto ciò non approderà a nulla. Se ti butti nella vita, non hai bisogno di aggiungere alcunché. tutto entrerà spontaneamente in te e si ripercuoterà in quello che fai”. (Thomas Bernhard: intervista a ‘Leggere’, settembre ‘89).
Anche la campagna, quand’era incontaminata, forniva sempre un buon motivo di riflessione.
“Io sono scemo, dicevo, da vent’anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano. Mi ricordai la delusione ch’era stata camminare la prima volta per le strade di Genova - ci camminavo nel mezzo e cercavo un po’ d’erba. C’era il porto, questo sì, c’erano le facce delle ragazze, c’erano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, dov’erano? Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla”. (Cesare Pavese: ‘La luna e i falò’, Mondadori, Milano, ‘70 - pag. 51).
Come anche le piante: felce, fiordaliso, lillà, lavanda, tamerice, agrifoglio camelia, begonia, ficus, bocca di leone, ortensia, oleandro, mughetto, pungitopo, tulipano, verbena, orchidee (Nero Wolf, investigatore privato, famoso personaggio ideato da Rex Stout, coltivava con amorevole cura e passione esagerata le orchidee), piante sempreverdi, bonsai, acquatiche, da appartamento, grasse, aromatiche, albicocco, castagno, olivo, vite, susino, ribes, palma, noce, sorbo, rovo, quercia, platano.
“Isabella aveva odiato quella terra ostile. Se solo avesse cercato di fuggire prima… Ma per andare dove? Dove potevano mai condurre quei sentieri che si diramavano dal castello e subito sparivano fra le gole rocciose del monte Sant’Arcangelo, o fra rovi altissimi e felci e ramaglia, attraverso cui anche le capre faticavano ad aprirsi un varco ? Solo una volta aveva visitato i dintorni del castello, anni addietro, un giorno che i suoi fratelli, in un barlume di pietà, glielo avevano concesso. Aveva attraversato un bosco ricco di agrifogli e di castagni slanciati e aveva inalato l’odore dei funghi e dell’erica. Per una mattinata il luogo le era sembrato gradevole: si era persino riempita d’amore alla vista delle misere case dei pastori, mentre i prati risuonavano dei belati e dei muggiti di bestie pazienti, che si aggiravano fra cardi fioriti e convolvoli, centinodie e piantaggini”. (Giuseppe Cerone: ‘Ombre lucane’, Tencati, Milano, ‘95).

Marina Bisogno








