
In genere, la descrizione di una città, o di un altro luogo, cioè l’ambientazione, rappresenta l’attacco, l’avvio di un’opera. Ma è importante anche riuscire a captare subito l’attenzione del lettore. Spesso lo si fa con una citazione.
“Aprile è il più crudele dei mesi”, la citazione Persse McGarrigle la fece silenziosamente a se stesso, osservando attraverso i vetri sporchi la neve fuori stagione che incrostava i prati e le aiuole del campus dell’università di Rummidge. Aveva completato da poco la dissertazione per il suo Master sulla poesia di T.S. Eliot, ma quegli stessi versi d’inizio della ‘Terra desolata’ avrebbero potuto con eguali probabilità passare per la testa a uno qualsiasi degli uomini o delle donne, di varie età, una cinquantina in tutto, che se ne stavano seduti o afflosciati sui sedili allineati nella sala delle conferenze. Tutti infatti conoscevano a menadito quella poesia, dato che erano insegnanti di lingua e letteratura inglese convenuti nel cuore delle Midlands per il loro congresso annuale, e non tutti si stavano divertendo”. (David Lodge: ‘Il professore va al congresso’, Bompiani, Milano, ‘93 - pag. 15).
Anche un incontro in treno, con un’analisi dei più minuti dettagli, può portare lontano.
“In una delle vetture di terza classe si trovavano, fin dall’alba, uno di fronte all’altro, e presso il finestrino, due viaggiatori, tutti e due giovani, tutti e due con poco bagaglio, tutti e due poco eleganti, tutti e due con fisionomie assai poco comuni, ed entrambi con un gran desiderio di attaccar discorso… Uno di essi, piccolo di statura, sui ventisett’anni, dai capelli ricci e quasi neri, con occhiettini grigi, ma ardenti, aveva il naso largo e schiacciato e il viso dagli zigomi sporgenti; le sua labbra fini si atteggiavano continuamente ad un sorriso impertinente, beffardo e persino cattivo; ma la sua fronte era alta e ben disegnata e compensava l’ingrata parte inferiore della faccia. Notevole, in quel volto, era soprattutto il pallore cadaverico, che dava alla fisionomia del giovane un aspetto esausto, malgrado egli fosse di complessione assai robusta, come pure un’espressione appassionata fino alla sofferenza, assolutamente discordante con il sorriso grossolano e impertinente e con lo sguardo brusco e presuntuoso. Indossava un’ampia e pesante pelliccia nera, piuttosto ordinaria, foderata, di pelle di montone…” (Fedor Dostoevskij: ‘Lidiota’ Garzanti, Milano, ‘82 - pag. 3).
Così come una carrozza.
“Nella carrozzella sedeva un signore non bello ma neppure brutto d’aspetto, né troppo grasso né troppo magro; non si poteva dire che fosse vecchio ma nemmeno che fosse troppo giovane. Il suo arrivo non suscitò nessun rumore in città e non fu accompagnato da alcunché di straordinario; solo due contadini russi, che stavano sulla porta della bettola dirimpetto all’albergo, fecero alcune osservazioni le quali riguardavano del resto più la vettura che colui che vi sedeva dentro. “Guarda!” disse uno di essi all’altro: “Guarda che ruota! Credi tu che quella ruota potrebbe arrivare, all’occorrenza, fino a Mosca, oppure no?” “Ci arriverebbe,” rispose l’altro. “Ma a Kazàn invece non ci arriverebbe, penso”. “A Kazàn non ci arriverebbe,” rispose l’altro. Con questo ebbe fine la conversazione”. (Nikolaj Vasil’evic Gogol’: ‘Le anime morte’, Garzanti, Milano, ‘83 - pag. 3).
E, parlando di mezzi di trasporto, non dimentichiamo l’automobile, croce e delizia del nostro presente.
“Una coupé Maserati color bronzo, che fino a quel momento lui aveva visto solo sulle riviste, al prezzo di qualcosa come cinquantamila dollari e oltre, attirò la sua attenzione, ma trascorse qualche istante prima che si rendesse conto che dietro al pararezza fumé c’era Fulvia al volante, che gli faceva cenni frettolosi di montare”. (David Lodge: ‘Il professore va al congresso’, Bompiani, Milano, ‘93 - pag. 158).
A volte, l’attacco è intrigante, fatto apposta per coinvolgere il lettore.
“Eccoti qua, cortese lettore, la storia di un notevole periodo della mia vita: e confido che sarà per te, come è stata per me, non solo una storia interessante, ma in qualche modo anche utile e istruttiva. L’ho scritta con questa speranza, e questa sia la mia scusa se son venuto meno a quel delicato, dignitoso riserbo che per lo più ci trattiene dall’esporre in pubblico i nostri errori e le nostre debolezze. Per la sensibilità inglese infatti non c’è nulla di più disgustoso dello spettacolo di un essere umano che impone alla nostra attenzione le sue piaghe, le sue cicatrici morali, e strappa quel ‘pietoso velo’ che il tempo e l’indulgenza verso l’umana debolezza può avere su di esse”. (Thomas de Quincey: ‘Confessioni di un oppiomane’, Einaudi, Torino, ‘73 - pag. 3).
Diverso, naturalmente, l’attacco di un racconto del terrore, dove le persone sono appena abbozzate, ma l’attenzione è dedicata all’atmosfera, di solito greve e raccolta, quasi mai solare, e ai subitanei imprevisti.
“Ero a Parigi, una sera tempestosa del 18…, proprio dopo il tramonto, e mi godevo il duplice piacere della meditazione e di una pipa di schiuma, insieme al mio amico C.August Dupin, nella sua piccola biblioteca, o studio… Da circa un’ra rispettavamo il più assoluto silenzio, e agli occhi di un osservatore casuale saremmo sembrati unicamente ed esclusivamente occupati a seguire le ricciolute spire di fumo che saturavano l’atmosfera della stanza. Per quel che mi riguardava, invece, io stavo meditando su alcuni argomenti che avevano costituito motivo di conversazione tra noi due, pochi momenti prima; voglio dire, il caso di via della Morgue e il mistero che riguardava l’assassino di Marie Roget. Mi sembrò una coincidenza strana, pertanto, che la porta dell’appartamento si spalancasse e che davanti a noi comparisse una nostra vecchia conoscenza, il Signor G., prefetto della polizia di Parigi”. (Edgar Allan Poe: ‘Racconti’, Bompiani, Milano, ‘91 -La lettera rubata- pag. 54).
“Durante una malinconica, buia, sorda giornata d’autunno, con le nubi che gravavano opprimenti e basse nel cielo, avevo attraversato da solo, a cavallo, un tratto di campagna singolarmente deserto e, alla fine, mi ero ritrovato, al cadere delle ombre notturne, in vista della tetra Casa degli Usher. Non so come accadde ma, al primo sguardo verso la costruzione, un senso di tristezza insopportabile invase il mio spirito”… “Alla richiesta di Usher, lo aiutai personalmente nei preparativi della temporanea inumazione. Dopo che il corpo fu posto nel feretro, noi due soli lo trasportammo fino al luogo del suo riposo”. (Edgar Allan Poe: ‘Racconti’, Bompiani, Milano, ‘91 - Il crollo della casa degli Usher- pagg. 143 e 156).
“A che vale raccontare le lunghe, lunghe ore di paura più che mortale, durante le quali contai le incalzanti oscillazioni dell’acciaio! Millimetro dopo millimetro, centimetro dopo centimetro… continuava a scendere giù”… “Con uno sforzo doloroso allungai il braccio sinistro per quanto me lo consentivano le legature, e mi impossessai delle poche briciole che i topi mi avevano lasciato”. (Edgar Allan Poe: ‘Racconti’, Bompiani, Milano, ‘91 - Il pozzo e il pendolo - pag. 210).

Marina Bisogno








