
E qui cominciamo con i paradossi, che gran parte hanno nella pratica di avvicinamento allo zen. Ma non c’è altro mezzo per cercare di sfruttare al massimo la potenzialità delle parole, anche se: “Le parole ! Cosa vorrei poter dire ! Ma esse non sono altro che passanti frettolosi dell’anima e nessun osservatore, per quanto attento e profondo, potrà svelare e trarre fuori l’incredibile energia di cose racchiuse attraverso millenni e conservate nell’anima” (V.Hugo)
Ma: “Se si ha lo zen non si ha più paura: i dubbi e i desideri superflui si dissolvono; si vince la schiavitù delle passioni. Si è in grado di osservare la propria fine come un petalo che cade da un fiore, con serenità” (O.Senzaki).
Ecco perché è importante cercare di comprendere quest’essenza: perché sta a fondamento delle nostre più intime aspirazioni. E non è detto che sia difficile, dal momento che, superando ogni approccio intellettualistico, lo zen si concede a volte senza sforzo all’intuizione di chi vuole veramente possederlo. Molto è dunque affidato alla nostra sensibilità, a cui si chiede una certa tranquillità nel lasciarsi andare alle suggestioni che riceverà dalle parole. Le parole in sé non contengono lo zen, come la luce di un fiammifero non contiene il sole, ma anche una breve illuminazione può venirci da una piccola fiamma, come da una semplice parola.

Marina Bisogno








