Scienza o Zen?

Lo zen ha percorso un lungo cammino, ancora più lungo se si pensa che è solo un'essenza e non una dottrina o un libro

Lo zen ha percorso un lungo cammino, ancora più lungo se si pensa che è solo un’essenza e non una dottrina o un libro. Partì come tutti noi dalla culla dell’umanità, un posto imprecisato definito per comodità “indo-europeo”, e ha compiuto un viaggio opposto alle nostre migrazioni. I nostri popoli andarono a nord e a ovest per poi ridiscendere a sud, lo zen aleggiò sulla Cina e si fermo sul Giappone, da dove ci viene incontro, da ponente. Qualche temerario era già andato a cercarlo (H. Hesse: Il pellegrinaggio in Oriente; Una vita indiana; Siddharta), ma si era trovato di fronte a qualcosa che mal s’intonava con la società pragmatista e proiettata nel futuro come quella che si stava costruendo in Occidente, basata sulle idee meccanicistiche di Bacone, Newton, Cartesio, che non ammettevano tale spreco d’intelligenza.
Altri ne presentivano l’esistenza e ricercavano di per sé, ma ancora una volta la cultura ufficiale impediva loro di spiegare le ali. Oggi, forse, ora che i sogni di grandezza occidentali sono quasi del tutto terminati, siamo più maturi per avvicinarci con umiltà a questa fonte, anche se per molto ancora dovremo sopportare le conseguenze delle nostre ideologie politiche e religiose, che vanno dal comunismo al cristianesimo, e che spesso sono impacci inconcludenti, quantunque radicati. Ma la fonte dello zen è troppo pura e inalterata perchè la possa ancora ignorare un mondo stanco di essere accecato dal danaro, dal numero, dal tempo senza tregua.
Nella convinzione che la saggezza derivasse dalla scienza, abbiamo elemosinato questo “dono prezioso”, che però molto spesso assumeva (e assume) la forma di un oggetto contundente. A tutt’oggi la si elemosina a scuola, che è solo un posto dove si sprecano energie, non si ritrovano. Forse che davvero ci coglierebbe un senso di mortale smarrimento se perdessimo le nostre “radici”, se perdessimo ciò che consideriamo un “patrimonio culturale”, anche se nessuno sa bene in cosa consista ? Cosa ci succederebbe se disimparassimo Dante, con le sue storie di inferni e paradisi, e Manzoni, col suo utilitarismo religioso ? Niente. Ma se ci avvicinassimo con animo nuovo alla vita e alla natura, qui, ora, senza passato, che poi non è altro se non un ricordo di morte, allora sicuramente sarebbe un passo avanti.
Ma forse tu ora stai pensando che questo rammarico non è zen, perché chi ha lo zen non rimprovera niente a nessuno, e invece Lin-Chi così ammoniva: “I seguaci dello zen devono solo appoggiarsi a se stessi, non lasciarsi ingannare dagli altri. Se incontrano un ostacolo lo devono abbattere; se incontrano un dio, lo devono uccidere, perché l’unica via della liberazione è uccidere tutti gli idoli e spianarsi la strada verso il vuoto, nel vuoto, nella libertà”. E aggiungeva, comunque: “Lo zen cammina, non ha fretta”.

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