La concisione è lanima della saggezza

Per parlarti dello zen, non c'è bisogno che ti faccia un trattato filosofico, poiché credo, come Polonio nell'Amleto, che "la concisione è l'anima della saggezza".

Per parlarti dello zen, non c’è bisogno che ti faccia un trattato filosofico, poiché credo, come Polonio nell’Amleto, che “la concisione è l’anima della saggezza”. A cui vorrei aggiungere: “Se una cosa non si può spiegare in poche parole, è inutile cercare di spiegarla in molte”. Infatti poche frasi servono a volte a indicarci il cammino e a offrirci materia di pensiero più di interi volumi, ed è per questo che da sempre esiste la poesia (e mi riferisco soprattutto ai frammenti greci e agli haiku giapponesi); per questo vaste correnti filosofiche possono essere racchiuse in poche parole: piccoli semi trascendentali che contengono un mondo intero.
Un errore diffuso fa credere che il progresso consista anche nel coniare parole, salvo poi lasciarle decadere, inflazionate, come quasi tutti gli oggetti che ci circondano. Ma quante parole ci vorrebbero per spiegare “… ed è subito sera” di S.Quasimodo? E quante per chiarire che “non è possibile discendere due volte nello stesso fiume”? (Eraclito,535 a.C.). La verità è che non si può spiegare qualcosa che non si è già intuito e, se la si è intuita, perché spiegarla ? Shakespeare diceva che “discutere sul perché il giorno è giorno, la notte è notte, il tempo e tempo, non servirebbe che a sprecare il giorno, la notte e il tempo”.
Ecco pertanto la voglia di scrollarsi di dosso le sovrastrutture e le interferenze e andare all’origine, che è un altro presupposto zen. Altrimenti non è che una farsa: “Facciamo rumore,e crediamo di parlare; assumiamo espressioni, e crediamo di capirci” (T.S.Eliot). Per prima cosa, quindi, bisognerebbe uscire dalla logica dei presupposti e delle conclusioni: per questo, mia cara, lascia che introduca i miei argomenti come se fossero giorno e notte insieme, perché così è più probabile che ne nasca una sintesi, un’alba o un tramonto.
A me, lo sai, non sono mai interessati i pupazzi di cui è piena la letteratura, le creature perfette dei romanzi creati dalla fantasia di autori capricciosi e manovrati come burattini. Io mi sono sempre interessato dell’uomo con la sua solitudine, ed è da questi che parto. Dalla necessità di superare il gretto materialismo della società dei consumi per spaziare nella dimensione dell’essere. I motivi che inducono l’uomo a non avere più fiducia nel progresso e nella tecnologia sono, d’altronde, sotto gli occhi di tutti ma, in realtà, erano gli stessi temi che i filosofi trattavano cinquemila anni fa e che una schiera di eletti ha continuato a coltivare per tutto questo tempo.
Giuseppe Cerone

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