
Può campare un uomo senza soldi? No, muore. Domanda e risposta decisa che percorre inquietante l’ultimo libro dello scrittore pontino Fernando Bassoli. Innanzitutto viene da chiedersi se davvero dobbiamo preoccuparci della possibilità della “morte” da non lavoro in una città vivace e goliardica come Roma, da sempre considerata luogo di possibilità infinite soprattutto per i giovani da Latina in giù.
E Bassoli ce lo ricorda per tutto il romanzo: si, è possibile, esiste il disoccupato che alla fine muore. Non muore di fame, questo è certo, almeno finché ha una madre con una miserrima pensione che comunque, da lupa generosa, continua a offrire nutrimento al figlio un po’ troppo cresciuto che di lavorare non ne vuole sapere. Non che il lavoro non ci sia: una mazzetta qua, una mazzetta là, un posticino lo si trova, magari è pure statale e allora si può pure trovare il godimento di arrivare alla sera stanchi morti dopo aver fatto qualcosa di utile. Cianciarulo Bigonzi (un nome una tipologia, come è caratteristica bassoliana) “era un farlocco vecchio stampo, plebeo senza speranza. Non aveva mai avuto voglia di far niente.” “Nestore Pompanazzi invece era il classico lavoratore instancabile.” I due inseparabili amici si danno appuntamento davanti a una metafora: la Chiesa che troneggia lungo via Prenestina, San Leone I, che ha impresso sulla facciata A.D. 2000, Cristo, ieri, oggi
sempre. All’interno l’occhio dello scrittore arriva a riprendere, anzi a sorprendere, i fedeli che si inginocchiano da bravi cristiani, “a ciumachella davanti l’altare”. Cosa è che fa chinare gli uomini nella stessa maniera fuori della chiesa è un dio molto molto più piccolo: il denaro. E la ricchezza tocca solo i politici dagli stipendi d’oro, raccontati in dettaglio vergognoso, mentre la fatica di uno stipendio normale abbrutisce quasi al pari del tedio che colpisce il giovane scansafatiche.
“Uno stipendio mensile di 37milioni8mila079lire
Un rimborso-spese d’affitto di 5milioni621mila690lire
Un rimborso-spese di viaggio di 2milioni52mila910lire
”
Ecc.ecc. Meglio non andare oltre.
Lo sa bene Spartacone, gestore dell’Osteria del vaffanculo, ubicata nel cuore del Prenestino, tra via Braccio da Montone e via Castruccio Castracane. Gli stessi nomi delle vie rievocano sia il linguaggio a tinte forti, tra romanesco puro e giochi scurrili del popolino, sia gesta di capitani di ventura medievali, come erano stati i due personaggi storici.
Nell’accostamento-paradosso di due livelli possibili: sacro e profano, popolare e aulico, la vicenda si dipana tra le numerose battute di Spartaco e i suoi clienti, tra il saggio Nestore, che vorrebbe far maturare l’amico e il plebeo Cianciarulo.
“Se bevi pe’ dimenticà,
paga prima de beve” recita una frase all’interno dell’osteria e rivela l’abitudine a gozzovigliare tra amici, oggi come ieri
come sempre, tra i soliti vizi umani, e la voglia di fregare il prossimo non pagando il dovuto, oggi come ieri
come sempre. Nell’osteria del vaffanculo non si risparmiano le parolacce; la vita piena di debiti rende molto suscettibile e mal fidato Spartacone che non esita a rimbrottare pesantemente i clienti, offendendoli senza ritegno. Il motivo per cui continuano a frequentare l’osteria è il buon vino e per le pappardelle che prepara la sfatta Giuditta, moglie di Spartacone, un tempo una bella donna desiderata da tutti. Anche il marito ha rinunciato da tempo al fisico da lottatore (forse avrebbe potuto avere una carriera nella lotta greco-romana e arrivare alle olimpiadi) per tirar su la famiglia.
“
hai magnato?”
“E manco poco.”
“Tz! Hai bevuto?”
“Du’ litri
”
Tz!Hai scoreggiato?”
“Certe cannonate
”
“Tz! Vòr dì che hai digerito bene. E hai pagato?”
“Certo che ho pagato.”
“Tz! Perfetto, allora stai a posto. Mo te ne pòi pure annaffanculo
” Tanto per dare un’idea di quando avviene nell’osteria. E, non a caso, i piatti sono serviti da un cameriere emaciato e sempre sconfortato detto Carestia. In fondo non è la carestia che affamando mette in moto il denaro?
I due compari, Nestore e Cianciarulo, si infervorano seduti a tavolta. Il primo deciso a fare da fratello maggiore e convincere l’amico a trovarsi un lavoro, il secondo che scambia continuamente il senso delle cose perché tanto l’una vale l’altra: “io so’ sensibile, sodomizzo tutto
è un fatto con gemito!” Cianciarulo e la sua sensibilità congenita che gli fa somatizzare tutto!
Non mancano i colpi di scena, come la vicenda dell’anziana Benilde, campata vendendo santini sugli autobus. Sorda come una campana, esce dal bagno del locale scoprendo all’improvviso la bellezza delle persone che si preoccupano per lei. Il cameriere, la credeva morta, avendo ripetutamente bussato alla porta senza ottenere risposta. Un episodio comico e commovente allo stesso tempo, come il finale, che dà il titolo di filosofo a un nulla facente e il coraggio a un uomo che forse non ha futuro su questa terra proprio perché sente ancora troppo forte il senso della giustizia, dell’amicizia e dell’altruismo. Rimangono i testimoni; a loro il messaggio potrebbe cambiare la vita.
“Come campa un uomo senza soldi” è una fiaba aspra, per adulti induriti, come sono tutte le fiabe in realtà. Dell’innocenza si è persa ogni traccia fin dall’inizio perché oggi, forse come ieri, se si è innocenti è meglio non farlo sapere.
Il libro, pubblicato da Perrone Editore (Roma) è stato presentato il 10 novembre 2005 presso la biblioteca comunale, “S. Mignano”, di Gaeta, via Annunziata.
Fernando Bassoli, Come campa un uomo senza soldi?, Giulio Perrone Editore, pagg. 110, Euro 10,00

Marina Bisogno








