4 Le mostre

Ho detto già dei bruschi passaggi dall'assoluto al quotidiano. Essi accompagnano sadicamente la vita di uno scrittore, richiamandolo in continuazione alle necessità della vita sociale e della sopravvivenza. Sopravvivenza è anche trovare, all'occorrenza, in un cassetto, dei calzini che non siano bucati o stinti o smollati. Oppure, ora che arriva la primavera, dei calzini leggeri, invece di quelli di lana. Così, approfittando di qualche soldo avanzato dal mese precedente, decido di fare una scorta di indumenti di prima necessità.

Da anni non bado alla moda. Ho ristretto le mie esigenze in fatto di vestiario a pochi capi essenziali. In totale ho speso un 943 euro, non molto se penso che qualcuno per tale somma acquista solo un abito. Penso che, almeno per tre o quattro anni, e forse di più, non avrò problemi del genere.

Naturalmente, non ho comprato tutto in un solo posto, per evitare sguardi curiosi, come quelli delle due commesse del reparto intimo-uomo. Ho portato a tre riprese la merce in auto e sono tornato a Capo Saraceno, dove, fingendo indifferenza, ho ammonticchiato tutto vicino alle pile di vecchie riviste e libri (non ho neanche abbastanza scaffali), in un angolo del mio studiolo, che va sempre più assomigliando alle tane di alcuni scrittori abulici, paranoici, disadattati, introversi, ipocondriaci, grafomani, depressi, misantropi, misogini e forse anche imbecilli, che ho visto sul giornale. Dopo anni di lotte, sono riuscito a ottenere da mia moglie che non metta il naso fra le mie cose. A lei però non è sfuggito tutto il mio trafficare.

“Cosa stai facendo?”

“Niente”.

“Niente è troppo poco. Cosa c’era in quelle buste?”.

“Ho comprato un po’ di roba per me, calzini, etc.”.

“Tre buste di calzini? E che, hai i piedi di carta vetrata?”.

Cerco di mantenermi calmo: “Non solo calzini, anche qualche camicia e…”

“Tu, o non compri niente, o prendi un sacco di roba inutile, e di qualità scadente, che poi non ti metti perché ti accorgi che è antiquata. Non me lo potevi dire, così vedevamo assieme?”.

Sono stanco e così cerco di troncare. Devo per forza alzare la voce: “Insomma, sarò libero di fare a modo mio, per un volta?”.

“Il guaio è che tu fai tutto sempre a modo tuo”. E anche lei alza leggermente la voce. Allora cambio tattica e non rispondo più sull’argomento. Lei cambia argomento.

Alla fine di maggio sono all’interno del castello di Palazzolo, nella Padania inferiore, per la mostra ‘Un libro per …’. Sono arrivato qui in treno e sono ospite di mio cognato e sua moglie. Nell’atrio del castello, per fortuna ben fresco, ci sono editori, scrittori e aspiranti tali. Il più corteggiato fra gli scrittori è quello che ha pubblicato vari libri di barzellette sui filosofi greci. Ha appena finito di presentare il suo ultimo parto. Incuriosito, mi avvicino anch’io e cerco di parlargli. Forse voglio solo salutarlo, non so. E’ che rimane ancora in me questa deleteria attrazione per chi riesce a districarsi così bene nel mondo editoriale.

Ma lui non mi degna di uno sguardo e ignora il mio tentativo di parlargli. E’ tutto preso dal telefonino, che impugna con alterigia. Gli sento dire: “Allora mi date conferma che al primo posto c’è il Papa, poi viene Eco e al terzo ci sono io, ma… e la Tamaro, di quanto l’avrò distaccata?”. Evidentemente si riferiva alla classifica delle vendite. Ma non si accontenta mai? Eppure è già multimiliardario. Ecco un vero scrittore. Mentre mi allontano, gli mando una piccola maledizione cinese: che possa avere sempre tutto ciò che desidera.

Me ne torno nei pressi dello stand dov’è esposto il mio libro. Mi vengono presentati, dal mio editore, alcuni giovani intellettuali, che aprono subito un discorso di recriminazioni sul sistema editoriale. Uno di loro, Santino Braschi, un aspirante scrittore, afferma, non senza arguzia: “Nell’editoria vige un comma, il comma 23, di helleriana memoria: se non pubblichi niente, non diventerai mai famoso, ma se non sei già famoso non puoi pubblicare niente”.

Noi ridiamo, e lui, infilando le dita delle mani nelle tasche dei jeans, che indossa sotto la giacca, continua: “E poi, parliamoci chiaro, la gente se ne frega della letteratura; tutto ciò che vuole è il pettegolezzo, come in Inghilterra, dove i libri sulle corna della principessa Diana hanno fatto cassetta”.

Dopo parla Lorenzo Massera. E’ un uomo sui trentacinque anni, alto, dinoccolato, con una barba incolta e senza cravatta. Anzi, la camicia è abbondantemente aperta sul petto villoso. Dice: “Avete letto l’ultimo libro di …? Definirlo pornografico è poco. Parla delle misure del suo pene e spende dieci pagine per discutere sul metodo di misurazione. E altre dieci per raccontare una sua visita in un campo di nudisti sulle spiagge olandesi, dove il pallido sole del nord contribuiva a distendere le venature del suo attributo. E dice proprio così, non sto scherzando”. Il giovanotto ride e noi tutti ridiamo ancora.

“Beh? Non ricordate Moravia, che dialoga con se stesso, cioè col suo pene, nel romanzo ‘Io e lui’?”. A parlare questa volta è Diego La Valle, che inforca un paio di occhiali spessi e mette in mostra i denti sporgenti. E’ un aspirante critico letterario.

“Ma lui era Moravia!”, afferma quasi scandalizzato un ometto calvo che si è unito alla compagnia. E che forse ancora crede di dover distinguere fra pornografia e pornogafia d’autore.

“Oh, ciao!” lo saluta La Valle, e fa le presentazioni. Il nuovo arrivato è Carlo Giubileo, un editore meridionale, fondatore e direttore della casa editrice ‘Spes’, che espone in uno stand vicino. La sua giacca stazzonata fa capire la fatica a cui si è sottoposto per sistemare i libri sulle mensole. La Valle gli chiede: “Allora, come va?”.

“E come volete che vada?” risponde sconsolato Giubileo, che ha il tic di battere continuamente le palpebre. “Lo sapete che la poesia non si vende. E poi, diciamolo chiaramente, noi ci ostiniamo a partecipare a queste manifestazioni, ma la parte del leone la fanno quelle quattro o cinque case editrici maggiori che possono contare su una propria distribuzione. Ma lo sapete che i distributori sono delle vere sanguisughe? Prendono fino al trenta per cento. E poi un sessanta per cento ai librai… e cosa resta? Se non fosse per la passione e l’amore per i libri, nessuno farebbe questo mestiere, ve l’assicuro”.

Interviene ancora il giovanotto alto e senza la cravatta: “Bisogna prendere atto che questa è la letteratura, oggi: basso commercio, volgarità, spettacolo a tutti costi… Hai voglia a parlare di impegno… ma lo sapete che sono stato intervistato da una tv di sinistra in merito al mio saggio ‘Massa e minoranza’ e alla fine l’intervista non è andata in onda perché sono risultato troppo impacciato? Così ha detto il bel giornalista. Non facevo presa, secondo lui; non bucavo lo schermo, come si dice. Aveva ragione Konstantin Aksakov a sostenere che l’Occidente è tutto penetrato di interiore falsità; che si preoccupa solo della bella posa e delle situazioni pittoresche. Ma, dovesse ripresentarsi l’occasione, a quel giornalista gli buco qualche altra cosa e così lo faccio contento, perchè tra l’altro era anche gay. E questa è la sinistra in cui credevo: completamente annullata nell’ottica del mercato e degli indici di ascolto”.

A questo punto dico la mia: “Sì, la letteratura forse è nuda, ma la televisione le dà un adeguato rivestimento. Lo stesso Moravia, che io definisco il Papa della letteratura italiana, dopo aver scoperto la TV, che prima snobbava, non si è più staccato dalle poltrone dei salotti. Da questo punto di vista non c’è stato scrittore più borghese di lui. Dopo ‘La noia’ e ‘Gli indifferenti’ non ha prodotto più nulla di buono, ma ha continuato a coltivare gli ambienti che contano ed è diventato un onnipotente fattore e disfacitore di carriere”.

La Valle, incoraggiato dal suo stesso senso dell’umorismo, prosegue: “E che delusione è stato Aldo Busi! Ha finito col ridurre tutto a una spasmodica visione sessuale. Vuole essere irriverente a tutti i costi. L’ho visto con i tacchi a spillo in tv, a dire parolacce e provocare la platea con allusioni al suo culo. In Italia è il massimo: scandalo e notorietà. Se fosse vissuto qualche decennio fa avrebbe potuto fare al massimo il traduttore”.

A questo punto parla ancora Massera, l’autore di ‘Massa e minoranza’. Riflessivo, commenta: “Nel mio libro sostenevo anche questo, che è il momento delle minoranze. Riescono a imporsi sulla massa dei teleutenti perché più coscienti della loro esiguità. Prendiamo i gay, per esempio, senza offesa”. Il saggista si ferma, conscio della possiblità di toccare un tasto che a qualcuno potrebbe dare fastidio. Noi lo rassicuriamo con lo sguardo: siamo tutti eterosessuali, gli facciamo capire.

Allora lui prosegue: “Bene, anche se i gay continuano stancamente a rifare il verso a Pasolini e raccontano ancora dei ragazzi di vita, sanno mobilitarsi, hanno il loro tamtam e purtroppo la diversità fa ancora effetto, in questa società provinciale. Così, anche alla gente comune finiscono col piacere le storie di Tondelli, sul disagio dei diversi nel vivere quotidiano… Se fosse stato normale non avrebbe scritto e pubblicato nulla”. Massera si ferma per alcuni secondi e poi aggiunge: “E ci si mette anche il cinema. Avete visto il film ‘Meri per sempre’, tratto dal romanzo di Aurelio Grimaldi? Furti, carcere, prostituzione, devianze”.

Interviene La Valle: “Non mi parlate di Pasolini. E’ stato marxista e ha predicato la rivoluzione contadina per mettere fine alla violenza ideologica della cultura neocapitalista; per molti ha rappresentato una sfida al Palazzo, ma anch’io credo che, più che la sua penna, poté il momento storico, la sua vita oscena, il mondo del cinema, la sua morte, le sue amicizie, a dargli la fama. Inoltre, non gli si può perdonare di aver tratto materiale narrativo da realtà sociali degradate, e degradate proprio perché tanti omosessuali come lui andavano nelle borgate per indurre alla prostituzione i ragazzini emarginati”.

Mi pare il mio momento di parlare e lo faccio, scuotendo sconsolato la testa: “Certo che la cosa peggiore che possa capitare è dover competere con un cacasenno artatamente spregiudicato. Prendiamo Alberto Arbasino, per esempio. E’ una delle lingue e delle penne più sciolte del nostro paese e si dimostra ostinatamente caparbio nel tentativo di risultare provocatorio, anche se i suoi costrutti lasciano sempre il tempo che trovano, perché non si può essere dentro al sistema e dire di contestarlo. Insomma, è solo un intellettuale organico all’italiana, ma provate a toccarlo: troverete tutti pronti a fargli da scudo. Ricordo di aver visto una sua foto che lo ritrae mentre balla con Goffredo Parise… Quello è un altro che ha tentato in tutti i modi di essere scandaloso”.

“Comunque, il sesso tira” sospira Giubileo, l’editore di poesia. Poi prosegue. “Io, per esempio pubblicherei volentieri qualcosa del genere, ma non di questi autori moderni, troppo volgari, bensì qualcosa di Domenico Rea, per esempio, che insieme alle sue ossessioni sessuali riesce ad esprimere almeno le speranze e i furori plebei di Napoli; oppure ripubblicherei qualcosa di Vitaliano Brancati, capace di analizzare come pochi le angustie dell’impotenza sessuale”.

Tutti guardiamo l’editore di poesia con un certo imbarazzo: forse nelle sue parole si cela una qualche confessione. Ad alleggerire la leggera tensione provvedono due persone, un uomo e una donna, che si avvicinano con passo cauto e lo sguardo interessato: forse sono due lettori. La conversazione di esaurisce e Carlo Giubileo torna al suo stand nella speranza che i due siano possibili acquirenti. Ma questi non rallentano neanche e continuano ad avanzare fra le edicole, esattamente al centro del corridoio, a metà strada fra prosa e poesia. Senza acquistare nulla.

Diego La Valle, indicando Giubileo in lontanaza, ci racconta: “Povero Giubileo. Ma lo sapete la fregatura che ha preso tre anni fa? Ha pubblicato ‘Riflessi’, un libro di poesie di un giovane, che lui riteneva una promessa, e l’ha inviato a tutte le redazioni culturali, convinto che fossero versi di valore. Invece qualcuno gli ha fatto notare che quelle poesie erano una traduzione dell’americano Robert Creeley. Altro che ‘riflessi’… erano degli specchi fedelissimi. Giubileo avrebbe voluto morire dalla vergogna”.

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