5 I premi letterari

Come giurato nel premio di poesia 'Cerere d'Argento', organizzato da un giovane assessore di un paesotto vicino a capo Saraceno, che ha trovato la maniera di attivare una quota dei finanziamenti della Regione a scopi 'culturali', ho dovuto leggere un centinaio di libri di poesia, bruttissimi, con un 50% di liriche che ancora vertevano sulla rima 'cuore-amore'. Sono arrivati libri da tutt'Italia: in questo paese ci saranno migliaia di case editrici che fregano soldi ai poveri illusi.

Ho ricevuto anche una telefonata da Carlo Giubileo, l’editore conosciuto a Palazzolo. Mi ha detto che aveva saputo della mia presenza fra i componenti della Giuria e mi ha chiesto, con tutta la gentilezza possibile, di dare un’occhiata particolare a un libro di poesie edito da lui. Anche un piccolo premio potrebbe fare pubblicità alla sua casa editrice. Gli ho risposto che avrei fatto il possibile. Mi ha ringraziato e ha concluso: “Sa, l’autore è un giovane sensibilissimo, che va incoraggiato perché potrebbe dare molto alla poesia”. Ho pensato che sicuramente aveva già dato parecchio a lui, per pagarsi le spese editoriali.

Le riunioni per la scelta dei testi finalisti si svolgono nel ‘Circolo dei Cacciatori’, i quali gentilmente hanno fornito la sede. Durante i tre o quattro incontri, noi ’selezionatori’, fra cui un preside in pensione, nonché poeta e presidente della giuria, un maestro elementare, poeta a sua volta, un giornalista e una modesta scrittrice locale, ne approfittiamo per esprimere le nostre idee sulla poesia, ognuno cercando di impressionare e influenzare gli altri.

Durante una di queste sedute, dopo un paio d’ore di lettura collegiale, il preside Costantino Ianni, un uomo austero e pieno di dignità, vestito con una certa ricercatezza, seduto a capotavola, a riprova del suo compito di supervisore e moderatore, mi dice: “Professor Satriano, trovo che alcune di queste liriche siano bellissime. Sono piene di melodia e significato. Ascolti questa, dedicata proprio alla poesia”. E comincia a declamare ad alta voce:

“Poesia è un sorso d’acqua

nell’estate torrida

o un alito caldo

leggero nella sera.

Senza inganni apre la mente

alla comprensione

del prima e del dopo

e non mi sforzo di capire

ma ascolto la musica

e il sonno diventa lieve”.

Dopo un attimo di silenzio, che il preside Ianni ci concede per meglio assaporare la sua voce, si rivolge a noi tutti e chiede: “Che ne pensate? Secondo me, questa andrebbe premiata”.

“Sì, mi sembra buona” dice la scrittrice, Bianca Maria Patella, una donna sulla trentina, con i capelli tagliati corti sulla nuca e un ciuffo che si ribella alle sue mani, sulla fronte. Poi aggiunge, con un po’ d’impazienza: “Mettiamola da parte e andiamo avanti. Ce ne sono ancora tante da esaminare”.

Ma il preside Ianni vuole dare prova di effettiva conoscenza della materia. Ignorando Patella, si tocca la fronte, si accarezza i capelli bianchi e afferma: “Ecco come intendo una poesia, come una quieta meditazione. Essa ci aiuta a crescere, a trovare la coscienza di sé, che è soprattutto il superamento della paura della morte, dovuta a un ambiente ostile, con il rafforzamento del pensiero. Serve a superare le visioni puramente vegetative, per scoprire il mondo interiore. Il poeta, diceva Ivanov, è colui che rinforza i legami divini dell’essere; è il veggente e il creatore dei misteri della vita, senza cui non si può vivere. La poesia ci fa uomini”.

Costantino Ianni appare molto soddisfatto per aver enunciato il suo credo. Ma ora anche il maestro elementare, Onofrio Panecuccoli, un vedovo dalla statura non molto alta, con i capelli che gli crescono dappertutto sulla fronte, e che appare macerato dal dubbio, vuol dire la sua. Così afferma: “Caro preside, sono d’accordo con lei in linea di massima, però mi consenta un’osservazione. Gli animali, è vero, non scrivono poesie. Ma non sono forse, anche gli animali, perfetti nelle loro funzioni, anche senza di essa, della poesia, voglio dire? Allora, non crede che con la poesia si manifesti piuttosto il nostro senso d’imperfezione? Anche le piante sono perfette senza scrivere poesie. Allora mi chiedo: un universo senza poesia significa imperfezione o sublimazione, poiché tutto sarebbe poesia? E cosa canterebbero i poeti senza la natura, quella stessa che aspirano a superare? E ancora: la poesia deriva dalla parola o la parola deriva dalla visione poetica della natura?”.

Il preside in pensione sta per rispondere, ma interviene Bianca Maria Patella: “Colleghi, ve lo chiedo per favore. La cerimonia si svolgerà fra cinque giorni e dobbiamo ancora stendere i verbali e le motivazioni. Non potremmo semplicemente estrapolare i testi che più ci sono piaciuti e magari classificarli in base a un voto, che so?, da 1 a 10?”.

Costantino Ianni si rivolge alla donna e le sorride in tono paterno: “Lei è giovane, e giustamente bada all’efficienza, ma mettiamoci nei panni dei concorrenti. Essi sono portatori di nobili intenti e di intenso soffrire e si aspettano da noi che valutiamo con oculatezza le loro opere. La poesia è proprio il contrario della fretta. E poi, non è meglio affidare la propria vita ai poeti piuttosto che alla televisione, per esempio? Almeno, i primi cercano di renderci un po’ dello spirito che l’altra ci ruba continuamente”. Il presidente appare sempre più soddisfatto di sé. La scrittrice china la testa e riprende l’esame dei libri.

Il giornalista Amedeo Baldi, che se ne stava riflessivo a un angolo del tavolo, parla per la prima volta. E’ un giovane magro, dai capelli lisci, molto elegante, con la giacca dai bottoni dorati e una cravatta con disegni di farfalle. Dice: “Se ho capito bene, il nocciolo del problema è l’essenza stessa della poesia. Vediamo un po’. Cosa accade quando ci si siede a tavolino e si scrive una poesia? Si levigano le parole per adattarle alle intime melodie e ai significati che vogliamo trasmettere. Bene, possiamo dire che questa è una condizione alienata della vita? Non credo” e si rivolge direttamente a Panecuccoli, “non credo, perché è intesa comunque a comunicare; è un’aspirazione ad accettare e farsi accettare. Ma non solo, è anche un’aspirazione alla creazione, invertendo l’ordine delle parole, privilegiando alcune sensazioni o creandone delle nuove. Creare appunto. In questo si supera la natura e si va incontro all’assoluto”.

Costantino Ianni annuisce in approvazione. Ma Panecuccoli non è convinto. In tono sommesso, ma deciso, risponde all’attacco: “Però, così facendo, si tenta di imporre il proprio metro di giudizio, la propia personale visione del mondo, e quindi la propria superiorità nell’interpretarlo, con la presunzione di volerlo comunicare agli altri. Allora questa è ipocrisia. Vorremmo esperienze particolari e comunicazione generale; vorremmo essere diversi e superiori e poi farci accettare dai nostri inferiori… Mi scusi”.

Bianca Maria Patella appare sempre più indispettita. Alla fine, sbuffa decisa e confessa: “Mi dispiace, ma per oggi vi devo lasciare. Ho affidato mio figlio a una vicina di casa… Avrà fame, a quest’ora e si starà chiedendo quando torno. Buonasera”. La salutiamo a nostra volta.

Appena lei è uscita, il preside Ianni scuote la testa e sembra dire: “Le donne!”. Poi si rivolge ancora a me: “Ma lei non ha ancora detto cosa ne pensa”.

La mia risposta è un po’ sibillina: “Come dice S. Agostino, parafrasando: so cos’è la poesia se nessuno me lo chiede, ma se qualcuno me lo chiede, allora non so più cos’è la poesia”. Vedo che mi guardano con severità e immagino che si aspettino qualcosa in più, perciò aggiungo: “Voglio dire che io attendo che un testo mi salti agli occhi e mi conquisti con la sua energia interiore. Aspetto che una poesia mi mostri il cuore. Cerco di non avere idee preconcette, ma di stare pronto a cogliere il momento in cui scatta l’illuminazione. Se questo avviene, per me si tratta di poesia”. Adesso mi sorridono. Il preside Ianni annuisce vigorosamente e tutti e quattro riprendiamo la lettura.

Un’ora dopo, ci raggiunge l’assessore per verificare che tutto proceda bene. Gli mostriamo i libri esaminati e quelli che ancora ci restano da leggere. L’assessore appare contento e ci sorride soddisfatto. “Bene!” ci dice. Poi, prima di andarsene, ci comunica che ha deciso di nominare un presidente onorario per la manifestazione, per darle maggiore risalto e fare in modo che se ne occupi anche la televisione. Infatti il presidente aggiunto è Antonio Samaritano, un mezzobusto di una rete regionale che detiene cariche anche all’interno dell’Ordine dei giornalisti. Il preside Costantino Ianni, anche se non lo dà a vedere, appare deluso e contrariato dalla presenza di quest’intruso, che gli toglie la parte del protagonista. Sorridendo ironicamente, ci sussurra soltanto: “La politica!”.

Il giorno della premiazione siamo in una sala del ristorante ‘L’eucalipto’, che è sta scelta come luogo della cerimonia. Abbiamo stilato la nostra graduatoria, valendoci soprattutto dell’efficienza di Bianca Maria Patella e ora possiamo concederci una sigaretta in santa pace, in attesa degli ospiti e degli invitati. Il discorso ricade sulla poesia.

“Mi sembra che ci sia una riscoperta della grande poesia del bla bla bla” afferma Amedeo Baldi, ritoccando il nodo della sua cravatta con disegni di farfalle. “Sono state ripubblicate tutte le opere bl bla bla. Ormai possiamo dire che si tratta bla bla”.

“E bla bla bla? Non è forse bla bla bla” chiede il preside Ianni. “Nella sua poesia c’è bla bla bla, opulenti”.

“Ma a me, quello di bla bla”, ribatte Onofrio Panecuccoli, che indossa una giacca di due misure più grande della sua, da dove a stento spuntano le dita. “I poeti che meglio esprimono la seconda parte del bla bla bla “.

“Allora è meglio bla bla bla” replica Ianni. “Riesce a creare un magma linguistico, fatto da latino, dialetto veneto, e bla bla bla”.

“Secondo molti, invece, uno dei più grandi poeti del bla bla bla” ci dice Amedeo Baldi.

“Andiamo!” esclama Ianni, accarezzandosi i capelli argentei. “Ma lui si è occupato solo di bla bla bla”.

“Ma io stavo parlando dia bla bla”, risponde alquanto confusamente il giornalista.

Anche la scrittrice, per una volta, dice la sua: “Ci sono in giro molti bravi poeti, ma non sono certo all’altezza di bla bla bla. E’ proprio quest’ultimo, secondo me, il più grande poeta degli ultimi decenni. Ha saputo narrare la quotidianità, con un bla bla bla”.

“Ma non è questo che ci si aspetta dai poeti…” comincia a dire il preside Ianni, ma proprio allora veniamo interrotti da una graziosa ragazza in costume tradizionale, che ci invita ad accomodarci al tavolo della giuria. E così entriamo in scena.

La cerimonia è abbastanza noiosa. Dopo un discorso introduttivo dell’assessore, che loda l’iniziativa della giunta comunale e si augura che ogni anno si ripeta la manifestazione, e dopo un discorso del presidente onorario e un più breve saluto del preside Ianni, comincia la distribuzione delle targhe, seguite dalla lettura della motivazione. I poeti sono emozionati e alcuni, forse anche perché stanchi del lungo viaggio intrapreso da vari angoli della penisola, si commuovono.

Al terzo posto, e quindi vincitore di una targa e una pergamena, è risultato il libro ‘Enervazioni’, del poeta Oscar Valente, edito dalla casa editrice ‘Spes’ di Carlo Giubileo. Contento lui. Il giovane che ritira il premio è alto, longilineo e ha i tratti efebici. Pare che ad ogni passo si spezzi: sarà il peso della poesia. Appare commosso e sinceramente onorato per la sua affermazione. Non sa, però, che ho pregato io i colleghi giurati di inserirlo nella terna finale, nonostante le sue ‘enervazioni’ siano alquanto superficiali e indolori.

Tre ore dopo, a cerimonia finita, siamo davanti a un bel piatto di fusilli. Almeno, questa volta la cena è a cura dell’organizzazione, ed è ottima. Insieme a noi giurati, ci sono anche il presidente onorario e l’assessore, più servile che mai nei suoi confronti. Quest’ultimo, da parte sua, loda l’ospitalità degli indigeni e mostra di gradire le portate, che innaffia abbondantemente con vino aglianico. Il discorso cade ancora sulla poesia.

Dice Samaritano: “Ho conosciuto personalmente bla bla bla. Sapete, ha la mia stessa età, è nato anche lui nel bla bla”. Poi mi chiede: “Lei conosce bla bla?”:

Mi rendo conto che Samaritano mi è antipatico, così cerco di frenare il suo entusiasmo. “Come non conoscerlo? Per anni ha teorizzato bla bla bla bla bla”.

Sulla tavola cade il gelo. L’assessore mi guarda con aria di rimprovero. Gli altri commensali si concentrano sul piatto che hanno davanti e la conversazione si sposta su altri temi. “Dicono che sarà un’estate caldissima” commenta il preside Ianni. Più tardi, siamo nel parcheggio del ristorante. Ci sono i saluti. Tutti ci stringiamo la mano e facciamo i complimenti agli organizzatori del premio ‘Cerere d’Argento’.

Samaritano, mentre ci congediamo, si rivolge di nuovo a me e osserva: “Allora, professore, Satripanti non le piace proprio?”.

“Ma no” gli rispondo sorridendo, “non ce l’ho con Satripanti. La mia voleva essere una provocazione. Intendevo dire che la bla bla bla, e così l’articolazione dialettica della società italiana rischia di trasferirsi in una bla bla bla”.

Il presidente onorario mi guarda perplesso; dopo un po’ dice: “Sì, la sua analisi mi sembra corretta; lei è simpatico, spero di rivederla”. E mi stringe la mano.

E’ così facile essere intellettuali. Ci vuole così poco per diventare amici.

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