10 Smuovere le acque

Circa dieci anni fa ho avuto una specie d'illuminazione, una visione. Ma non una di quelle visioni che hanno i pazzi o le persone psicologicamente fragili, bensì una specie di 'satori', di quelli descritti nelle letterature orientali. Forse mi accadde proprio perché in quel periodo stavo leggendo tutto ciò che riguardava la filosofia zen, non so, fatto sta che, mentre guidavo di ritorno da scuola (allora insegnavo in un paesino molto distante da Capo Saraceno), ebbi l'impressione che l'universo si stesse rivoltando, fino a prendere le sembianze di un '8' rovesciato, che è il simbolo dell'infinito.

E’ difficile da spiegare, e forse questi particolari non sono importanti, ma è rilevante il fatto che, dopo questo fenomeno, fui invaso da una grande leggerezza, una sensazione di levità mai provata prima. Per alcuni secondi, fui oltremodo consapevole della mia vita e della vita in generale. Fu come se un mistero mi si rivelasse. Intuii come niente avesse effettiva consistenza, al di là del flusso ininterrotto della coscienza, e che tutto fosse già finito e che pertanto nessuna preoccupazione o attesa fosse importante. E mi prese anche la voglia di ridere e dire a me stesso: “Lo vedi, il tempo si è fermato, non c’è posto dove andare, rilassati”.

Ripeto: è una cosa difficile da spiegare, e non ho raccontato a nessuno di quest’esperienza, perché a raccontarla a voce mi sentirei imbarazzato, ma il fatto che mi sia rimasta così impressa nella mente vuol dire che ha una certa fondatezza. Ora ne sto scrivendo: è più facile da dire in questo modo, perché nessuno può obiettarmi niente, ma può solo leggere fra le righe.

A febbraio mi telefona un amico, Gigi Palmisano, con cui ho fatto il militare insieme, a Palmanova del Friuli. Dopo il servizio militare, ha lavorato in una televisione locale e poi, per meriti politici, ha avuto la direzione di un quotidiano regionale, su cui mi ha dedicato anche un servizio corredato da una fotografia. Mi chiede, dal momento che stanno potenziando la pagina culturale, di scrivere un pezzo di argomento letterario. Va bene, gli rispondo, e mi metto alla macchina da scrivere. Il giorno dopo gli mando un articolo dal titolo ‘Gli scrittori inutili’.

“L’avventura del libro, che ha visto il suo massimo splendore negli anni Ottanta, quando sui quotidiani, in aggiunta alla ‘terza pagina’, cominciarono a proliferare le rubriche dedicate alle letture e venivano istituiti pian piano gli oltre 1200 premi letterari, è terminata con una crisi generale del libro.

Intendiamoci, non crisi dei libri in quanto tali, poiché se ne pubblicano oltre trentamila all’anno, ma del libro di valore e dell’amore per la lettura.

Colpa della tv, certo, e del computer, che sottrae all’uomo il tempo di leggere (la stessa Divina Commedia è stata edita su floppy disk nell’89) ma anche, e forse soprattutto, delle case editrici, capaci solo di proporre sempre gli stessi nomi, a intervalli precisi. La cultura è ristagnata perché l’impresa editoriale non ha voluto rischiare e non ha cercato di far crescere la coscienza omologata del lettore. Di conseguenza, poche le novità, ma solo ‘vecchi’ scrittori appassiti: scrittori che hanno continuato a sopravvivere in osmosi col potere politico.

Non più uomini con tormenti spirituali e alla ricerca dell’Assoluto, ma un’orda di consiglieri, consolatori, divulgatori: ecco gli scrittori di fine secolo. Hanno solo dato vita a un genere letterario che predica, dice ovvietà, dispensa saggezza. Sono i ‘nuovi confessori’, che poi approdano in tv. Le tirature record di Alberoni, Bocca, Biagi, e dei best-seller estivi, insegnano. Troppa attenzione, inoltre, viene dedicata ai temi sociali, ai temi dell’emarginazione, e quindi a una sorta di populismo che perde di vista le idee universali.

E’ il tempo degli scrittori d’occasione, dunque. Giornalisti, cantanti, sequestrati, attori, calciatori, etc., tutti alla ricerca spasmodica del best seller, attenti solo a ben miscelare gli ingredienti necessari, in percentuale: sesso, giallo, indagine sociologica, azione, mistero. Ma si tratta di libri per la maggior parte senz’anima. Questi scrittori senz’anima io li condannerei al silenzio, perché riflettano sui loro peccati. E mi piace fare dei nomi.

Enzo Biagi: non è uno scrittore ma una multinazionale della penna. Non può accadere niente al mondo senza che lui ci scriva un libro sopra. Non appena scompare un suo libro dalle classifiche di vendita, ne compare un altro, con una programmazione paurosa. Sa tutto lui, in ogni campo: la storia, la sociologia, la geografia, la politica, i fumetti, la gente: tutto viene filtrato dalle sue considerazioni. Ma Biagi, ripeto, non è affatto uno scrittore, solo uno che non smette mai di scrivere. Francesco Alberoni: sembra che alcuni divulgatori si siano lottizzati i campi del sapere. Lui si occupa di rendere banal-popolari i temi psicologici e sociali. Giorgio Bocca: cerca di tenere dietro a Biagi. Indro Montanelli: giornalista fra i piu celebrati, assimilabile a Biagi e Bocca per presunzione ideologica, ha contibuito a reggere il regime politico italiano dal dopoguerra a oggi (prima fascista, poi democristiano, poi berlusconiano e infine di sinistra), fin quando il suo ultimo giornale è fallito ed è andato in pensione, finalmente.

Luca Goldoni: ha scritto una trentina di libri. E’ uno snob che vorrebbe illuminarci sulle nostre manie, che sono anche le sue, che contribuisce ad alimentare da decenni. Guido Ceronetti: la sua filosofia è che le tenebre c’invadono, e vede la nostra situazione esistenziale come resistenza all’invasione. Può darsi che abbia ragione, ma lui ne è convinto fino al fanatismo. Pietro Citati: ’scrive come se lavorasse all’uncinetto’, ha detto qualcuno, e io ci credo. Elemire Zolla (che nome assurdo!): è uno studioso di dottrine esoteriche, predica un ritorno all’arcaico per affrontare il futuro, e dice di voler difendere i valori spirituali dell’uomo, soffocati dal materialismo moderno. Perbacco!

Claudio Magris: da saggista, ha proposto a noi poveri di spirito la bellezza della cultura mitteleuropea e del mito asburgico, ma ci sembrano fantasmi evocati a stento.

Oliviero Beha: ha scritto ‘Anni di merda’, quelli da noi vissuti grazie a tanti intellettuali come lui.

Antonella Boralevi: ha scritto ‘Far salotto’, che è sicuramente un titolo emblematico della nostra cultura. Baget-Bozzo: mezzo prete e mezzo socialista; tutto è possibile, in Italia. Buzzati Traverso: è uno scienziato; ha scritto ‘Morte nucleare in Italia’, in cui esamina l’impatto di ordigni nucleari sulle città italiane. Il bello di questi scienziati è che non vedono l’ora di mettere a punto ordigni di morte per poi condannarli. Norberto Bobbio: analizza e sintetizza, ma è uno dei pilasti della cultura democristiana.

E poi ci sono i giovani. Alessandro Baricco, Daniele Del Giudice, Alessandro Golinelli, Paolo Maurensig: scrittori d’allevamento. E ci sono editori come Ferruccio Parazzoli e Livio Garzanti, che invece di fare il loro mestiere imitano quello degli altri. Per non parlare di cantanti, attori, show-man, fumettisti e militari, tutti a fare gli scrittori: Francesco Guccini, Vittorio Gassman, Adriano Celentano, Giobbe Covatta, Renzo Arbore, Lino Banfi, Nino Frassica, Tiziano Sclavi, Michele Serra, il generale Angioni… Se l’editoria si regge su questi pilastri, vuol dire che non stiamo parlando di letteratura, ma del varietà”.

Firmato: Pietro Satriano.

Ma questa breve ricognizione, che poteva servire, con mio grande piacere, a provocare il risentimento di qualcuno e smuovere un po’ le acque, non è stata mai pubblicata, né l’amico Palmisano mi ha ritelefonato. Ripenso a quando lo incontrai in caserma, dopo che un sottotenente ci aveva incastrato con la domanda: “C’è qualcuno che sa scrivere a macchina?”. Noi due imbecilli avevamo alzato la mano e il piccolo ducetto graduato ci aveva portato a scaricare, da un vagone frigorifero, alla stazione di Udine, i quarti di bue provenienti dall’Argentina, dov’erano stati macellati anni prima. Poi li avevamo caricati sul camion e li avevamo portati alla mensa del battaglione.

In seguito scioperammo insieme per il rancio, cosa mai vista prima in una caserma, e quando andavamo in libera uscita, a Palmanova, ci recavamo a bere ‘graspa’ in una bettola fuori fuori dalle opprimenti mura della cittadina a forma di stella. Eravamo amici veri allora e, sempre insieme, cercavamo anche, inutilmente, di abbordare delle ragazze. E un’altra volta, a Capo Teulada, in Sardegna, l’ho incoraggiato perché stava tremando e l’ho aiutato a estrarre un proiettile inesploso dal mortaio, che avrebbe potuto scoppiarci in faccia da un momento all’altro. Tutte cose che dovrebbero avere un senso, ma non esiste niente, neanche l’amicizia e allora vai a quel paese, stronzo di un censore, tu e la tua paura di dispiacere al tuo padrone.

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