11 I grandi giornali nazionali

A maggio mi telefona un noto giornalista di una grande testata del Nord. Mi chiede se sono io Pietro Satriano, l'autore di "Il raccoglitore di rifiuti'. Ha una voce pacata, è cortese, e mi dice di parlare lentamente, perché sta registrando. Poi comincia: "Allora, professore, ha creato un bel putiferio, con questa storia de rifiuti".

“Guardi che non è una storia inventata. Purtroppo è la realtà. Com’è vero che c’è un sistema editoriale marcio fino al midollo, e che certamente non è all’altezza della situazione. Sarà perché le case editrici si sono sempre avvalse dei fondi dello stato e non gli interessava valutare le opere migliori, ma solo quelle dei raccomandati. Insomma, gli editori danno il miele ai lettori, e questi hanno dimenticato com’è fatto il pane”.

“Mi sembra un po’ polemico”.

“E come vuole che sia, dopo quello che mi è successo?”.

“Ma lei con chi ce l’ha, in particolare?”.

“Ovviamente, con le case editrici e con i loro metodi di scelta. Ma la colpa di quanto avviene è anche dei critici, che non aiutano i giovani, ma li fanno impazzire. E come sono accondiscendenti con i potenti, i critici. Non hanno mai osato stroncare un libro di Andreotti, così ora tutti i politici scrivono. Il giornalista non si scompone. La sua voce rimane serena. E’ conscio della distanza che comunque rimane fra uno del sud e loro del nord. Dice: “Non può farne una colpa ai critici e alle case editrici se la gente vuole leggere determinate cose”.

“D’accordo, ma le persone leggono anche quello che gli viene imposto e non mi dica che non è una noia il panorama letterario italiano! Sempre gli stessi nomi. Scrittori o presunti tali che da anni monopolizzano la scena.. Ma non hanno addormentato a sufficienza le nostre coscienze? Possibile che si sia creato questo meccanismo diabolico fra critici, case editrici, autori e tv, come una ragnatela peggiore di ciò che è stata la politica negli ultimi decenni? Quando potremo assistere a una rivoluzione nell’ambito letterario? Non è forse la letteratura anche una ricerca, una sperimentazione, piuttosto che il riproporre stanche visioni e intrecci desueti? Possibile che il secolo si chiuderà e nessuno spiraglio di novità si sarà aperto? E cosa può fare uno come me, che da anni elemosina un po’ d’attenzione, rinunciare o continuare a supplicare?”.

“La prego parli piano, altrimenti dopo non riuscirò a venirne fuori”.

“Mi scusi”.

“A proposito, ma è vero che ha stabilito un record di rifiuti?”.

“Sì, almeno in Italia. Nel nostro Paese, dove tutti parlano di democrazia e di meritocrazia, si continua a sbattere la porta in faccia a chi non porta voti a un qualsiasi partito, a chi non è inserito nei salotti buoni, a chi non è sostenuto dalle logge massoniche e sinistrorse; e tanto più le si sbattono, quando a chiedere attenzione non è che un povero terrone, un pezzente meridionale, di quelli che la storia, indirizzata da anni e anni di regime corrotto e arrogante, ha relegato al ruolo di passivi fruitori della cultura inscatolata nelle sedi dei partiti politici, dei giornali, delle televisioni, delle case editrici asservite al potere”.

“Beh, ma siamo pur sempre in un paese libero, dove ognuno può fare le sue scelte”.

“Un paese è libero quando vi è spazio per le coscienze critiche. Invece, in questa terra appassita non esiste più libertà se non quella concessa dietro pagamento di tangenti morali. Il mio caso può apparire di infima importanza, ma è indice di un malcostume tutto italiano, cioè quello, ripeto, di dare spazio solo a chi è raccomandato. E questo si può verificare in ogni settore, dalle università agli ospedali: dappertutto vige il nepotismo. Solo i figli, i nipoti, gli amici, i portaborse dei baroni e dei viceré possono inserirsi agevolmente in ogni gerarchia; gli altri … tutti a guardare la televisione e seguire le partite di pallone in tv (panem et circenses). Ma quando cambierà? Quando sarà possibile colmare il vuoto creatosi fra le attese di chi merita e chi vive da parassita? Qui si possono avere le idee più brillanti di questo mondo, ma poi bisogna affidarsi a degli stupidi per farle accettare. Tutta la libertà di questo mondo non addolcisce l’amaro di non veder riconosciuto il proprio operato, per cui, dopo, non bisogna meravigliarsi se si scade in posizioni di totale sfiducia e rabbia, a detrimento dell’intera società”.

“La sua sembra quasi una minaccia”.

“Non mi sento in grado di minacciare nessuno, io, perchè, tutto sommato, sono un terrone paziente e, in certa misura, me ne frego, ma prenda i giovani, che sono più fragili. Quanti di loro si danno alla droga per sfiducia nei confronti di tale società? Insomma, è triste sapere che qualcuno può fare delle ottime cose, ma che poi si deve dannare tutta la vita per farle notare”.

“Lei però ci è riuscito. Ha fatto sentire la sua voce. Ma è vero che ha coinvolto anche un’ambasciata straniera?”.

“Non una, ma tutte quelle di cui avevo l’indirizzo. Ho scritto loro una lettera chiedendo asilo editoriale”.

“Questo è interessante… asilo editoriale ha detto? Me ne parli”.

“Bene, non ho fatto altro che scrivere in inglese le seguenti parole: ‘Signor Ambasciatore, chiedo asilo editoriale. Questa richiesta è dettata da una grave e prolungata ingiustizia perpetrata in Italia nei miei confronti. Sono uno scrittore che non riesce a trovare in alcun modo una casa editrice, nonostante circa 50 fra i più dotti accademici italiani, scrittori e critici di vaglia, abbiano valutato positivamente la mia opera. Ma il sistema editoriale, per strane e incomprensibili logiche, si rifiuta di prendermi in considerazione. Si sperava che l’Italia si stesse avviando verso un futuro di pluralità e democrazia, di apertura alle idee moderne, ma la sua struttura più intima, composta dalle logge clerico-marxiste, imperanti nei salotti come nelle sedi dei giornali, e più ancora nell’ossatura del potere politico, non consente spiragli a chi è figlio di nessuno, nel senso che non ha amicizie altolocate o appoggi politici. Ecco pertanto la mia richiesta, che elevo per il Suo tramite ad un Paese dove le parole Libertà ed Uguaglianza hanno trovato la massima espressione. Nell’augurarmi di ricevere accoglienza, La prego di accettare i sensi della mia più viva cordialità. Con ossequio’ “.

“Qualcuno le ha risposto?”.

“Mah, per la verità solo un addetto consolare di una repubblica centrafricana, e per altri motivi”.

“Lei m’incuriosisce. Posso sapere di cosa si trattava?”.

“Mi proponeva di insegnare privatamente l’italiano ai suoi due figli”.

L’intervistatore accenna una risata. “Capisco… ma poi finalmente ce l’ha fatta. E’ riuscito a pubblicare!”.

“Si, finalmente, però volevo solo pubblicare un libro, non diventare un fenomeno da circo”.

“Andiamo, un po’ di pubblicità non guasta. Oggi è necessaria”.

“Però a volte è mostruosa. Ho visto un tizio in tv ultimamante. Presentava il suo nuovo polpettone e rispondeva alle domande di un mellifluo Arnaldo Bagnasco. Ma sa di cosa parlava? Del fatto che a 60 anni si era ritrovato con i suoi vecchi compagni di scuola, e sa dove?, nel gabinetto del suo liceo di Alessandria, e lì avevano fumato per riprovare l’ebbrezza di farlo di nascosto. Ecco i termini in cui si parla di libri, in Italia”.

“Non sia così severo. Si può concedere qualche trasgressione”.

“D’accordo, ma credo che la nostra vita sia un atto irripetibile e vedo che niente cambia nel frattempo, anche perché si continua a scivolare nei luoghi comuni”.

“Lei ce l’ha con gli scrittori…, con i critici…, con la televisione… Ma mi dica un’ultima cosa: in fondo, cos’è che la turba?”.

“Mi consenta di citare Marilyn Monroe. ‘Ogni giorno ci avviciniamo alla morte’ ha detto, ‘però non c’insegnamo ciò che conosciamo veramente, è molto triste’.

Dopo qualche giorno compare l’intervista, ma è solo un quarto di quanto abbiamo detto e non contiene neanche una frase intera di quelle da me pronunciate.

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