
Ero ancora un ragazzo
coloratissimo, con tantissima paura di contaminare l’essenza più pregiata che
possedessi: la pura libertà dei sentimenti. Non volevo controllare né arbitrare
niente di ciò che provavo perché era talmente appagante la vista di me che
pensavo e vagando visitavo ogni suggestione. La vita m’aveva avverso tanto nei
ricordi, ero un ragazzo un po’ troppo empatico al dolore per la mia età. Di
musica ne avevo suonato nessuna, ma intesa in modo eccezionale. La musica delle
esperienze confluite in libri di migliaia di scrittori efficaci. Giornate
nascevo con l’ardire di una frastagliata mente infallibile, altre reggevo la
zavorra di imprecise insicurezze che la mia età esprimeva. Mi chiedevo e mi
chiedo se sia sempre e solo un bene l’improvvisare del destino. Sono fermamente
deciso e persuaso che il migliore sistema di vita sia ridere estemporaneamente
del caso e di come esso ci si manifesti. I progetti non li ho mai graditi e mi
guardo sempre da servirne di troppo importanti. Ho una esile boa di ancoraggio,
la mia imperfezione imprescindibile su tutto e su tutti. La perfezione la odio,
è fastidiosa e conformista. L’imperfezione è crollo dell’orizzonte davanti allo
spazio nullo. Anche se vorrei in certe occasioni, non riesco a non concedermi
alcuni errori, subdoli o impercettibili non importa. La mia personalità è
perduta nel quasi e nell’approssimativo. È il mio tentativo eroico di
districarmi dalla prevedibilità delle facezie umane. Io non vorrei essere
migliore – relatività su sistemi non assoluti? – ma discrepante sì, l’ho sempre
voluto e non credo mi sia avverabile il contrario. Da bambino quando ero troppo
felice cercavo il dolore. Quando avevo il dolore cercavo lamentosamente il
ripristino. Sono schiavo dell’indeterminazione sempre e solo. I numeri senza
virgola non li sostengo. Ho bisogno di sentirmi in moto, comunque. Estremizzato
per biologia. Quindi fin dai primi anni, passavo da solarium d’estasi a morgue
in suppurazione, ciclicamente. Ma un giorno trovai una fonte inesauribile di
energia, e riuscii a codificare l’estratto di bellezza nella letteratura. Da
sempre avevo letto romanzi, ma la mia era una riparazione dal tedio
strangolante. Solo ora il suggello era catalizzato e non dovevo più schiantare
da un fuoco all’altro. La bellezza, quando riesci a contenerla, è probità
compiuta. Non serve quasi altro. Consola e guarisce da ogni malattia. Ora leggo
un’opera e si manifesta, per me solo, l’astrattezza, la madre partoriente
intelletto, l’anfratto obnubilato a mille chilometri sotto l’oceano di mormorio
salato. Ringrazio il responsabile per non avermi alleggerito del monito della
sofferenza, e lo ringrazio in altrettanta vastità per gl’occhi indaco trasalenti
dello scrittore che mi dipingerà d’amore, nel prossimo itinerario
cartaceo.
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Marina Bisogno








