Poesia creativa?

“Allora, stasera ce ne andiamo al corso di poesia creativa della professoressa Carlino. Mi raccomando. E’ un pozzo di scienza. E’ una cosa con i controcoglioni, la professoressa Carlino. Mi raccomando, puntuale.”

“Allora, stasera ce ne andiamo al corso di poesia creativa della professoressa Carlino. Mi raccomando. E’ un pozzo di scienza. E’ una cosa con i controcoglioni, la professoressa Carlino. Mi raccomando, puntuale.”

“Cazzo, la professoressa Carlino”, dice Berto.

“Già, proprio lei. Un bel corso di poesia creativa. E’ ora che facciamo un salto di qualità.

Basta con quelle insulse poesie in cui non si capisce nulla. Merda, le ho lette le tue ultime cose. Ogni tre versi c’è la parola cazzo”, faccio io.

“Beh ma… Io scrivo così. Ho sempre scritto così”

“Ed è ora che cambi. E’ ora che scriviamo qualcosa che possa interessare al grande pubblico. E’ ora di puntare in alto.”, chiudo io.

Questo alle sette di sera.

Alle otto e venti siamo in macchina a sfidare la nebbia.

“Al liceo classico. La professoressa Carlino tiene il suo corso al liceo classico”, dico.

“Ho portato questo bottiglione di vino”, fa Berto, “credo che dovremmo presentarci con qualcosa. Non ci siamo neanche iscritti, al corso…”

“Uhmm”, farfuglio io “non credo che la professoressa Carlino sia un’amante dell’alcool…”

“Beh”, fa Berto, “in tal caso scoliamocelo noi”

Questo alle otto e trenta minuti. Alle otto e quarantacinque siamo davanti al liceo classico. Mezzi sbronzi.

“Non c’è un posto libero a pagarlo oro”, dico. “Dove cazzo parcheggiamo?”

“Lì, lì è libero”, biascica Berto.

“Ma è davanti all’entrata. E’ libero perché c’è divieto!”, faccio io.

Con una manovra alcolica sistemo la Panda alla meno peggio davanti all’entrata.

Intanto Berto ha cominciato a scrivere su un foglietto. Me lo legge: “Per il vigile, siamo al corso di poesia al liceo. Non ci sono altri posti liberi. Siamo in ritardo. Poche palle”

“Merda, tu ci vuoi far mettere dentro!”, urlo.

“No, non capisci, bisogna mostrare sicurezza, se no è multa assicurata”

“Hum”, borbotto io “forse non hai tutti i torti. Ma almeno mettici un grazie”

“Ok”, accetta Berto. Scrive a chiusura: grazie di tutto. E infila il foglietto tra il vetro e il tergicristallo.

Varchiamo il portone del liceo classico ondeggiando.

“Forse abbiamo esagerato un po’, col vino”

“No, no”, mi rassicura Berto “vedrai, faremo un figurone. Ci scambieranno per dei poeti maledetti”.

Alle nove entriamo nell’aula del corso, Berto davanti spavaldo, io a seguirlo.

“Buongiorno a tutti”, biascica Berto.

Le quattro persone presenti, sedute in ordine sparso fra i banchi, si voltano a guardarci.

Una quinta persona si alza, ci scruta con sguardo sospettoso e dice: “I signori desiderano?”

“Siamo qua per il corso”, comincia Berto. “Siamo un po’ in ritardo, è vero, e ce ne scusiamo.

Siamo dei suoi ammiratori, professoressa”. E’ un treno, fila via dritto che è un piacere.

“Beh ecco, io…”, farfuglia la professoressa Carlino.

“In effetti non ci siamo iscritti”, intervengo io. “Abbiamo saputo del corso in ritardo”.

La professoressa Carlino mi guarda. E’ una donnetta spigolosa con occhi da furetto dietro un paio di occhiali pesanti ed enormi.

“Beh, non sarebbe la prassi…”, comincia la Carlino. “Ma dal momento che siete qua…

Prego, scegliete un posto”. Lo dice con un tono di voce poco convinto, come sospinta in quella direzione da eventi imprevedibili.

Seguo Berto che si infiltra tra i banchi e gli sussurro : “Che cazzo vai a dire buongiorno che sono le nove di sera!”

“Ah già”, mormora lui “Poco male, avranno capito di che pasta siamo fatti”

“Sei sbronzo!”, gli sussurro di rimando.

Mi ritrovo seduto accanto all’unica ragazza presente. Una bonazza in minigonna con maglietta striminzita e attillata. Una di quelle con piercing al naso e capelli lisci lunghi fino alle tette.

“Allora”, dice la professoressa Carlino, “riprendiamo da dove eravamo rimasti: l’incipit poetico”.

La professoressa comincia a sproloquiare e io mi deconcentro immediatamente, non seguo nemmeno una frase, non raccolgo nemmeno un consiglio per migliorare le mie merdone poesie. Mi perdo a osservare i presenti.

C’è un vecchietto bianco e avvizzito, un ciccione che sbuffa a prendere appunti, un ragazzo slavato con barba incolta e lei. La mora alla mia destra. Una cosa d’altri tempi. Due autostrade al posto delle gambe, due tette dritte e massicce, due biglie nere negli occhi.

“Interessante”, le dico a bassa voce strisciando i miei occhi sulle sue cosce.

La mora si volta dalla mia parte ma pare non capirmi.

“La lezione”, faccio.

La mora sospira e alza le spalle.

“…ed è per questo”, continua intanto la Carlino “che ora chiedo a ognuno di voi di alzarsi e dire a tutti gli altri che cos’è, in definitiva, secondo il proprio parere, la poesia”.

Tra i presenti scende il gelo.

“Ben detto”, dice Berto stravaccato sulla sedia, accanto al barbuto; gli da una pacca sulle spalle. Il barbuto si volta a guardarlo ed emette una specie di singulto. “Tosta la tipa, eh?”, gli dice Berto.

“Bene”, fa la professoressa Carlino, “comincia pure tu”.

Si alza il ciccione ma non dice nulla. Guarda in basso, non sa cosa dire.

“Che cos’è per te la poesia”, lo spinge la Carlino con un sorriso tirato.

Silenzio. Silenzio assoluto e fastidioso. Berto comincia a sghignazzare. La Carlino si sta per spazientire. “Avanti”, gli dice con una tonalità di voce più alta, trattenuta a stento, “quello che ti viene in mente”.

Ma il ciccione se ne sta muto a guardare il pavimento. Praticamente è una balena arenata sulla spiaggia.

La mora intanto si sposta verso di me e mi dice all’orecchio: “Che domanda del cazzo. La poesia è nulla. Tutto e il contrario di tutto”.

“Già, è vero”, asserisco io. Del suo discorso ho capito soltanto le ultime due parole, di tutto, il resto non è stato altro che il soffio della sua voce a stuzzicarmi l’orecchio e vampate del suo profumo a obnubilarmi la mente. Mi assale il terrore di non riuscire a trattenermi e di saltarle addosso. Mi immagino la Carlino inorridita che chiama rinforzi o la Carlino sbiancata che cade svenuta o Berto ubriaco che grida rivoluzione.

Intanto il ciccione si è seduto e ora c’è Berto in piedi: “La poesia è…”, comincia.

Poi si ferma per qualche secondo.”La poesia è…” riprende. “No, non posso. Non posso rispondere a una tale domanda in questo momento. Avrei bisogno di … stimoli maggiori alle spalle, avrei bisogno di un contesto diverso, non so se mi capisce, professoressa. Mi spiace, non posso proprio rispondere. Nulla di personale”. Dice così e si siede.

La Carlino ora è senza parole. Non sa più che pesci pigliare.

“Comunque”, sussurro intanto alla mora “sei di qua? non ti ho mai vista in giro”.

“Non ho nessun giro”, risponde lapidaria.

Mi fa male guardarla, comincio a pensare a come uscircene insieme da quel covo di pazzi.

“Insomma”, alza la voce la professoressa Carlino, ora pare sul punto di esplodere, “c’è qualcuno, qua dentro, che mi sappia dire che cosa è la poesia?”.

Nessuno si fa avanti per un tempo indefinito. Poi si alza il vecchietto canuto. Si schiarisce la voce e parte: “Ecco, egregia signora, non per contestare la sua domanda, ma…l’unica risposta che mi sovviene è la seguente; le riporto una citazione datata XVIII secolo.

Questo disse Jhonson, e cioè che è molto più facile dire che cosa non è, la poesia. Noi tutti sappiamo che cosa è la luce, ma non è facile dire che cosa essa sia”.

La Carlino rimane allibita. “Beh, ma… questo… che significa, non…”, comincia imbarazzata.

“Infatti”, esclama allora il ciccione, “io questo volevo dire. Allora non ho sbagliato!”.

“E’ una domanda del cazzo, signora”, interviene la mora, “la poesia è tutto e il contrario di tutto”.

“Già”, faccio io dandole a priori ragione.

L’unico a rimanere zitto è il barbuto.

La professoressa Carlino comincia ad annusare aria di ammutinamento e anarchia. Sa bene che se non riprende in mano la situazione quell’aula potrebbe trasformarsi in una bomba a orologeria. “Ok”, dice cercando di nascondere la bile che le sta salendo. “forse non siete ancora pronti. E’stato un mio errore di valutazione. Mea culpa”. Sorride ma è tutta un nervo, è tesa come una corda di violino. “Faremo allora un esercizio. Vi farò toccare con mano la poesia, cercherò di farvi utilizzare…”, continua così per un po’ ma ancora una volta non la ascolto, la mora mi attira gli sguardi e i pensieri. Ora accavalla le gambe, fa il gesto di tirarsi giù al ginocchio la sua micro gonna. Penso: ma che cazzo vuoi tirare giù, saranno al massimo cinque centimetri di stoffa.

Intanto la Carlino ha spento la luce. E’ buio totale, non si vede a un palmo.

“Che succede?”, chiedo alla mora.

“L’esercizio”, mi risponde

“Quale esercizio”

“Quello che dobbiamo fare ora. Non hai ascoltato?”

“No, effettivamente stasera ho forti problemi di concentrazione”

“Beh, in pratica ora la Carlino passa e lascia sul banco di ognuno di noi un oggetto. Lo devi toccare, tastare e annusare per poi scrivere, sempre al buio, quello che ti viene in mente”

“Cazzo”, dico io.

Intanto la Carlino è passata anche da noi. Prendo in mano quello che al tatto mi pare essere una puntatrice.

“Tu che cos’hai”, mi chiede la mora spostandosi lievemente dalla mia parte e sferzandomi le narici con una ventata di profumo. Perdo il controllo.

“Ho voglia di te, ecco cosa ho”, le sussurro accarezzandole una coscia.

La mora lascia fare, non mi dice nulla. Imbaldanzito dal suo tacito consenso vado avanti e supero l’orlo della gonna e punto in alto.

“Ehi”, dice lei stringendo le gambe, “non starai correndo un po’ troppo?”

“Sì, ma troppo poco per una come te”, sparo fuori.

Nel contempo ride e mi allontana la mano.

“Andiamocene fuori”, dico.

“Fuori?”

“Fuori, andiamo da qualche altra parte. Andiamo da te”

“E la Carlino?”, dice lei.

“Fanculo la Carlino”.

In un attimo ci alziamo e sgattaioliamo dall’aula, abbandonando alle nostre spalle lo stupore della professoressa.

“Ho la macchina. Proprio davanti qua”, dico.

Ma ovviamente, una volta fuori dal portone, della macchina nessuna traccia.

“Cazzo”, dico. “Fottuto d’un vigile”.

“E’ rimozione forzata, qua”, dice la mora indicando la segnaletica.

“Pure il biglietto gli avevamo lasciato. Bastardo”.

“Poco male”, fa la mora. “Ho qua vicino lo scooter”.

La bonazza guida da spavento, pesta il gas che è un piacere, tira dritto per le curve e sorpassa a pelo le biciclette. Io le sto aggrappato dietro e sbircio le sue gambe.

In meno di dieci minuti siamo su da lei. Mi porta diritto in camera. “Ecco dove sto”, mi dice.

Ora viene l’ostacolo maggiore: devo trovare un appiglio per portarla sul letto senza che se ne accorga. Mi guardo attorno. Scaffali pieni di libri. Qualche cd. Lo stereo. Sulla scrivania un libro aperto. Leopardi.

“Pessimismo cosmico. Ci vai già pesante”

“Che?”, sputa fuori la mora, non capisce.

“Leopardi”, dico io afferrando il libro e muovendomi verso di lei con noncuranza.

“Leopardi, uno dei miei preferiti”, butto là sfiorandole la spalla e dirigendomi al letto.

“Ah, il libro”, fa la mora, “deve averlo lasciato qua mio padre. I miei li vedi lassù”.

In uno scaffale sopra al letto campeggia una serie di libri di cucina.

“Ah… ti interessa il mondo culinario”, faccio cercando una nota di interesse.

“Sì”, dice la bonazza stirandosi e mettendo in mostra ancor più quelle meraviglie che si ritrova sul davanti. “In effetti mi ero iscritta al corso di cucina creativa, ma per errore hanno inserito il mio nominativo in quello di poesia. Io non ho contestato, mica bisogna scherzarci, col destino. Sarà stato il mio karma, mi sono detta”.

“Già”, dico, “cucina creativa, eh?”.

“Sì, quello della cucina è un mondo astruso… è tutto e il contrario di tutto”.

“Ma va?”, dico. “E poi ho sempre desiderato una ragazza cuoca”.

“Ora ce l’hai qua davanti a te”.

“Già… ma sempre troppo distante”, sussurro e mi avvicino.

La mora socchiude gli occhi e io lo prendo come un invito. In qualche secondo le sono appiccicato contro e vortico le mani su tutto quel ben di Dio. Le sfilo la maglietta. Reggiseno nero di pizzo: come previsto. L’aria si fa calda. Sfilo anche il reggiseno. Due tette dritte e grosse, previsto pure questo. Comincio a divertirmi sul serio. In quel mentre: “Malika? Sei in camera?”

La mora si stacca fulmineamente da me e si riveste in un sospiro.

“Sì, pà, con un amico”.

Ok, non si combina più niente, questo è chiaro. Infatti: “Beh, credo sia meglio che non ci vediamo più”, mi dice.

“Uhmm, io non sarei così frettoloso. Ti chiami Malika?”.

“Malika. Con la elle. Comunque… no, è meglio di no. Si vede che non era destino. Mica posso andare contro il destino, io. Poi che succede al mio karma?”.

Insomma, eccomi fuori nella nebbia, e per di più a piedi. Telefono a Berto.

“Berto? Che fai?”

“Il corso è finito. Ci hanno inculato la macchina. Fottuto d’un vigile”.

“Lo so”, sospiro.

“Allora, la moraccia?”

“Niente da fare, dice che non era destino”.

“Tutte uguali queste strafighe”

“E la lezione?”, chiedo.

“Niente. Quando siete usciti alla Carlino le è preso un colpo. Non è più riuscita a tenere banco. L’abbiamo rovinata, cazzo. Stroncata. Pareva sul punto di piangere. Non ha carisma, quella donna”.

Saluto Berto e me ne torno a casa a piedi. Che serata di merda. In qualche modo devo esorcizzarla, però. Non mi rimane altro che scriverci una poesia. O magari uno schifo di racconto.

BIOGRAFIA – CURRICULUM

di

Francesco Dell’Olio (11/01/1974)

Via Cassino, 83 48100 Ravenna

0544/403835 – 340/2213748 – fdello@libero.it

Francesco Dell’Olio è nato l’11 gennaio del 1974 a Ravenna. Ha compiuto gli studi delle scuole superiori al liceo classico Dante Alighieri; una volta raggiunto il diploma ha scelto di proseguire gli studi iscrivendosi a giurisprudenza (Bologna) e ha studiato diritto nei ritagli di tempo, dedicandosi più che altro alle letture di Freud, Jung e spulciando nei mercatini di libri usati alla ricerca di materiale riguardante i poeti beat e il movimento hippy. Nel frattempo ha conseguito (giugno 2000) la laurea con una tesi sulla “Differenziazione trattamentale per il detenuto tossicodipendente” (diritto penale avanzato), e successivamente ha lavorato per due mesi come impiegato presso le Poste S.p.A., collaborando nel contempo con un settimanale locale. Attualmente lavora presso una ditta di computer come Coordinatore Agenti Esterni. Durante l’arco di tutto questo tempo ha scritto (e continua a farlo) poesie e racconti, decidendo poi di inviarne alcuni ai vari concorsi sparsi per tutta Italia: finalista in vari concorsi, Menzione Speciale Giuria al Premio di narrativa “Apollo” di Nicola Calabria Editore; Menzione Giuria al 17° Premio di poesia inedita Città di Faenza; Menzione Giuria al 23° Concorso Nazionale di poesia giovane 2002 del gruppo Artistico Fara; Segnalazione di merito al concorso di narrativa e poesia “Piero della Francesca” di Onlus Mecenate; Menzione d’onore – Giuria al premio “Il Convivio 2002” dell’Accademia Internazionale Il Convivio; 2° classificato al concorso nazionale di poesia “Ugo Bubani” (2002); 4° classificato al concorso nazionale “Les Nouvelles” (2001) della rivista letteraria Prospektiva; classificato al concorso nazionale di poesia “Les Lyriques” (2002); 1° classificato al Concorso d’Estate del sito letterario di Mondo d’Arte, Trofeo Brontolo all’8° Concorso nazionale Brontolo 2001. Pubblicazioni sulla rivista letteraria Scrittinediti, L’emergente sgomita, Il foglio clandestino, Prospektiva, Il Foglio Letterario, Fernandel… Un suo lavoro fa parte di una raccolta di racconti (“Ibla, 11 gennaio 1693”) che è stata data alle stampe da Rem Edizioni. E’ uscito un suo volume di poesie per i tipi di Prospettiva Editrice, dal titolo “L’ombra sul cuore”. Nell’anno 2002 è stato insignito della nomina di membro Honoris Causa del C.D.A.P. U.P.C.E. (Centro Divulgazione Arte e Poesia Unione Pionieri della Cultura Europea).

Uscirà a breve per Il Foglio, la raccolta di racconti “Un angelo seduto tra i rifiuti”.

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