
Ciò può apparire naturale, dal momento che per ognuno di noi è importante solo la propria vita, ma non del tutto, perché anche ciò che vi è stato prima dovrebbe appartenere a noi, come pure chi verrà dopo. Noi stessi, oggi così “moderni”, saremo solo dei ricordi sbiaditi nel giro di un paio di generazioni, buffe fotografie capaci di strappare commenti spiritosi ai nostri nipoti, che pure saranno nostre emanazioni, così come noi siamo scaturiti dai nostri avi, in uno strano gioco di scatole cinesi…
C’è un episodio che, se pur non legato direttamente alla mia vita, l’ha caratterizzata in maniera determinante: accadde durante il mese di maggio del 1908, in una bella giornata di sole, come ho saputo in seguito. Quel giorno da Raiconsine, zona collinare nei pressi di Muro Lucano, i contadini si affrettavano giù verso la via Appia, “la strada che portava fino a Roma”, perché si era sparsa la voce che la prima automobile sarebbe arrivata in paese passando di là.
L’agitazione aveva contagiato tutta la campagna e, sebbene molti ne avessero già sentito parlare, vedere con i propri occhi sarebbe stato un avvenimento eccezionale. Oggigiorno solo qua e là spiccano dei lembi di terra appena arata sulle creste montuose che circondano il paese, e i pastori non ci sono più, ma in quegli anni la campagna era viva. Le montagne erano infatti popolate di mandrie e guardiani e i contadini curavano tutto il terreno utile fino in alta collina, mentre canti e voci si levavano nell’aria da ogni podere.
Una notizia importante come quella veniva gridata da valle fino a monte in un baleno, e così accadde quel giorno. Anche i miei bisnonni, Marco e Donatella, accorsero, lasciando il figlioletto di quattro mesi, il mio futuro nonno, in consegna alla sorella maggiore, che a malincuore si arrese agli ordini dei genitori. La sorellina, che aveva allora otto anni, aveva badato spesso al piccolo e tutto andava bene finché questi non cominciava a strepitare, perché allora la disperazione l’assaliva e non sapeva cosa fare per farlo smettere.
Quel giorno cercava di reggere delicatamente il fratellino in braccio per prolungare la sonnolenza in cui era caduto. Era abbastanza pesante, nonostante fosse un neonato, perché allora si fasciavano i bambini con lunghe strisce di panno che venivano avvolte intorno al corpo per tenere le ossa dritte, o almeno così si credeva. Quasi sempre anche le mani venivano inglobate nell’avvolgimento e una spessa coperta completava l’abbigliamento, causando di certo una gran sofferenza a quei bambini, che non potevano muoversi per intere giornate.
Dopo un periodo di silenzio, però, il piccolo cominciò a piangere. La sorellina lo cullò a lungo fra le braccia e infine, non ottenendo alcun risultato, commise una di quelle leggerezze di cui talvolta si rendono colpevoli i fratelli maggiori. Per acquietarlo, infatti, si avvicinò alla finestra aperta: chissà che, vedendo le piante e i fiori nel giardino, non smettesse di piangere. Ma, appoggiandosi al davanzale, nel tentativo di sistemarsi meglio e alleviare in parte il peso, ebbe un attimo di estrema disattenzione, per cui il bambino le scivolò di mano e cadde giù sul terreno battuto del cortile, compiendo un volo di oltre tre metri.
La ragazza si precipitò fuori in preda al panico, ritenendo di aver causato la morte del fratello e pensando anche, in quegli attimi di grande disperazione, che avrebbe fatto meglio a uccidersi per non incorrere nell’ira del padre. Raccolse tremante il bambino, che era rotolato sul fianco dopo essere caduto, a quanto sembrava, in piedi, e constatò che né il viso né la testa presentavano ferite. Svolse allora le fasce, aspettandosi di veder fuoriuscire del sangue da un momento all’altro, ma anche il resto del corpo era integro e lei lo ripulì dalla polvere e lo riportò di sopra, sistemandolo nella culla.
Qui gli stette vicino, pregando affannosamente per tutto il tempo, e controllandone il respiro. Al suo ritorno, la madre si accorse che qualcosa non andava e interrogò la ragazza, che però mentì. “Dimmi la verità!” insisté la madre. “Non è successo niente!” replicò lei e mentalmente ringraziava le fasce che avevano attutito la caduta, impedendo al corpo di subire l’urto, come delle molle. Quella giornata finalmente ebbe termine e il mattino seguente il bambino aprì gli occhi, riprendendosi. Per circa due settimane, però, mangiò pochissimo e non profuse neanche un gemito, mentre la sorellina si andava convincendo che tutto si sarebbe risolto bene. E così avvenne. La verità su quanto era accaduto quel giorno si seppe dopo trent’anni: la ragazza infatti osò rivelare il segreto che aveva custodito per tanto tempo solo dopo la morte del padre.
Mille volte ho ripensato anch’io a quella caduta dalla finestra e a quelle fasce, al bambino e all’automobile. Tante volte mi sono stupito di come il destino abbia combinato le cose e mi sono chiesto se qualcuno chissà dove abbia raddrizzato l’inclinazione di quel volo. Razionalmente, forse, non ha senso immaginare le cose che avrebbero potuto essere e non sono state, le occasioni perdute e ciò che non è mai accaduto, ma come abituarsi all’idea di essere semplicemente figli della coincidenza?

Marina Bisogno








