La festa

Così la mente si lascia andare a rievocare i ricordi, che finora non sapevo neanche fossero tanti e lontani. Si serbano gelosamente, i ricordi, con pudore o con vergogna, con tenerezza o prepotenza, e poi d'un tratto non sono altro che vecchi ricordi.

Mi rivedo percorrere l’antica strada consolare romana. I paracarri sui bordi sembrano pietre miliari e il tempo comincia a scorrere alla rovescia, ma illogicamente, a mano a mano che mi inoltro nella pianura che si apre davanti ame e che fu la culla del mio paese.

I casolari, i monti in lontananza, le pietre stesse sono testimonianze del mio passato. Ecco la casina rossa, dove abitava il cantoniere con sua figlia Bettina, e il vecchio cascinale ormai sepolto dal verde, dove i fratelli Antonio e Francesco annegarono cadendo nel tino col mosto. Quanti morti nella mia vita: la bella Virginia di dodici anni e Vincenzo, che una volta aveva sognato le travi di legno del suo soffitto frantumarsi e fuoriuscire.

Mi stupisco della velocità con cui si ricreano queste storie nel mio cervello. I ricordi diventano una presenza, come nei sogni, quando la logica onirica porta la mente a creare dal nulla lo spazio e il tempo che le servono e in un attimo avvolge centinaia di cose.

3- Per chi viveva in campagna i divertimenti non erano tanti. L’inverno era lungo e, seduti intorno al camino, non c’era molto da scegliere: o ascoltare le vecchie storie oppure leggere e rileggere i soliti pochi libri. Bisognava spettare l’estate per poter finalmente correre a piedi scalzi nei prati, arrampicarsi sugli alberi carichi di frutta o andare al fiume, a pescare col setaccio. Quando poi era festa in paese, allora l’attesa diventava vera insofferenza e per tutti i giorni precedenti si lavorava di gran lena, per evitare che degli imprevisti potessero rovinare all’ultimo momento l’atteso, sperato divertimento.

Il giorno della festa di S. Marco fu tutto un andirivieni fra casa e campi, ma la sera saremmo andati in paese e questo ci avrebbe ricompensato della gran fatica. Cento volte mi ero figurato tutto quanto: la gente, le bancarelle illuminate, la giostra e ogni sorta di dolciumi. Non vedevo l’ora di tuffarmici, per rilassarmi e scrollarmi di dosso per qualche ora il peso di una esistenza sempre governata da una estrema sensibilità e responsabilità, intrisa di dovere e ribellione, speranza e delusione.

Inoltre, sebbene la folla mi facesse un po’ paura, ne ero attratto allo stesso tempo, perché, nel fare le stesse cose che facevano gli altri avevo l’impressione di non rimanere indietro, di poter accumulare esperienze da raccontare, come facevano i compagni più grandi. Infatti a scuola, durante l’intervallo, quando aspettavamo di prendere la dose quotidiana di quell’orribile ‘olio di fegato di merluzzo’, non potevo certo parlare della vita nei campi. Avevo bisogno di altre cose per comunicare.

Nel pomeriggio ci avviammo, mia madre e io, verso il paese. Con passo veloce, perché dovevamo raggiungere e oltrepassare il fiume prima della ‘piena’. Ogni giorno infatti, la diga che a monte creava un bacino artificiale per l’alimentazione della centrale idroelettrica, si apriva per la fuoriuscita dell’acqua in eccedenza e nella pianura arrivava allora un’ondata fangosa e rapida, impedendone l’attraversamento. Non c’erano ponti; solo una passerella di legno sospesa, molto più a valle.

Giungemmo al fiume, ma mentre ci apprestavamo a superarlo, con l’aiuto di grosse pietre sporgenti sistemate alla meglio dai contadini, sentimmo il fragore della marea che sopraggiungeva: troppo tardi ! Essendo ormai rischioso tentare di passare dall’altra parte, ci affrettammo a risalire sull’argine, al sicuro; ma la festa era sfumata.

Mentre ritornavamo sui nostri passi, la vista del fagottino che avevo fra le mani mi divenne improvvisamente insopportabile: erano le uova che avrei dovuto barattare con le caramelle. Con la rabbia che avevo dentro le avrei scagliate lontano verso il cielo, e invece… responsabilmente le portai di nuovo a casa.

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