
Di tanto in tanto abbassavano la voce, nei punti cruciali della narrazione, per non impressionare noi bambini, credo, ma era peggio, perché io riempivo quegli spazi e quelle frasi non dette con elementi fantastici e orribili. Spesso mi perdevo in quelle fantasticherie e, preso dalla paura, mi ritrovavo a guardarmi intorno per vedere se le cose e le persone che conoscevo erano le stesse o se, per sortilegio, mi fossi trovato immerso in una situazione sgradita e irriconoscibile…
Parlavano di un albero, grande, secolare, e di gente che ci si impiccava. ‘Andare alla quercia’ era come dire ‘mi tolgo la vita’. E quella maniera contadina, di utilizzare un attrezzo di tutti i giorni, la corda, e un albero, la natura stessa amata e odiata, doveva esercitare un richiamo strano e prepotente, oscuro, visto che molti se n’erano andati così, in silenzio. Volevano tagliarlo, ma volevano anche rispettare le credenze secondo cui le anime dei morti gravitavano nelle vicinanze e nessuno se la sentiva di mostrarsi irriverente o di attirarsi le maledizioni di quegli spiriti in pena.
Passò lentamente l’inverno e della quercia non si parlò più, La primavera portò altri problemi ma poi finì in un turbinio di lucciole e la vita sembrò rivelare aspetti più lieti, sconfiggendo molte paure. Dopo un periodo di assenza ripresi anche ad andare a scuola: i sentieri, che durante le piogge erano più simili a torrenti impetuosi, erano di nuovo praticabili e la mattina mi alzavo e m’incamminavo a piedi verso il paese. Era un lungo tragitto e non sempre ero in orario: spesso ero ancora lontano e già sentivo la sirena che squarciava l’aria, annunciando l’ora d’ingresso a scuola.
Pensavo al maestro, alla bacchetta di legno, ai compagni, e poi correvo all’impazzata figurandomi il bidello, che aveva il compito di picchiare i ritardatari, nell’atto di fregarsi le mani davanti al portone. Ma ora avevo più coraggio, era passato un altro anno e io ero cresciuto e se mi capitava di essere in ritardo inventavo delle scuse, riuscivo a difendermi.
Un giorno però, volendo guadagnare tempo per arrivare in orario, mi inoltrai per un sentiero che sapevo essere una scorciatoia. Camminando, facevo attenzione a dove mettere i piedi perché non volevo infangarmi molto le scarpe e di tanto in tanto alzavo gli occhi per controllare la distanza che mi separava dalle prime case del paese. Cercavo, nello stesso tempo, di cogliere l’eco di voci dai viottoli lontani. A volte mi ricongiungevo con dei compagni e allora tutto diventava più facile: la stanchezza del cammino svaniva e quasi diventava un gioco mostrare chi fosse più resistente e veloce, saltando leggeri da una pietra all’altra.
Improvvisamente, alzando gli occhi dal sentiero per l’ennesima volta, vidi una strana cosa penzolare da un ramo di un albero: sembrava un cencio. Aguzzai subito la vista, col cuore già in tumulto, mentre i ricordi delle cose sentite si affollavano nella mia mente. C’era un uomo che pendeva grottescamente da una corda tesa, con il collo lungo e la testa reclinata da un lato, inerte.
Mentre quella visione m’investiva violentemente, la paura mi ripiombò addosso come una cappa e si impossessò di me. Mi misi allora a correre furiosamente, rifacendo la strada verso casa, e senza mai voltarmi indietro… per non vedere le orde di fantasmi che m’inseguivano.

Marina Bisogno








