La scuola

Non c'era la radio, allora, non c'era la televisione: solo gli adulti che parlavano e i piccoli da una parte ad ascoltare, cercando di capire. Non c'erano giocattoli. Quei discorsi accennati appena, quelle allusioni a persone e cose che non comprendevo, quel parlare per frasi spezzate, non facevano altro che aumentare l'impazienza e la voglia di capire cosa dicessero.

Di tanto in tanto abbassavano la voce, nei punti cruciali della narrazione, per non impressionare noi bambini, credo, ma era peggio, perché io riempivo quegli spazi e quelle frasi non dette con elementi fantastici e orribili. Spesso mi perdevo in quelle fantasticherie e, preso dalla paura, mi ritrovavo a guardarmi intorno per vedere se le cose e le persone che conoscevo erano le stesse o se, per sortilegio, mi fossi trovato immerso in una situazione sgradita e irriconoscibile…

Parlavano di un albero, grande, secolare, e di gente che ci si impiccava. ‘Andare alla quercia’ era come dire ‘mi tolgo la vita’. E quella maniera contadina, di utilizzare un attrezzo di tutti i giorni, la corda, e un albero, la natura stessa amata e odiata, doveva esercitare un richiamo strano e prepotente, oscuro, visto che molti se n’erano andati così, in silenzio. Volevano tagliarlo, ma volevano anche rispettare le credenze secondo cui le anime dei morti gravitavano nelle vicinanze e nessuno se la sentiva di mostrarsi irriverente o di attirarsi le maledizioni di quegli spiriti in pena.

Passò lentamente l’inverno e della quercia non si parlò più, La primavera portò altri problemi ma poi finì in un turbinio di lucciole e la vita sembrò rivelare aspetti più lieti, sconfiggendo molte paure. Dopo un periodo di assenza ripresi anche ad andare a scuola: i sentieri, che durante le piogge erano più simili a torrenti impetuosi, erano di nuovo praticabili e la mattina mi alzavo e m’incamminavo a piedi verso il paese. Era un lungo tragitto e non sempre ero in orario: spesso ero ancora lontano e già sentivo la sirena che squarciava l’aria, annunciando l’ora d’ingresso a scuola.

Pensavo al maestro, alla bacchetta di legno, ai compagni, e poi correvo all’impazzata figurandomi il bidello, che aveva il compito di picchiare i ritardatari, nell’atto di fregarsi le mani davanti al portone. Ma ora avevo più coraggio, era passato un altro anno e io ero cresciuto e se mi capitava di essere in ritardo inventavo delle scuse, riuscivo a difendermi.

Un giorno però, volendo guadagnare tempo per arrivare in orario, mi inoltrai per un sentiero che sapevo essere una scorciatoia. Camminando, facevo attenzione a dove mettere i piedi perché non volevo infangarmi molto le scarpe e di tanto in tanto alzavo gli occhi per controllare la distanza che mi separava dalle prime case del paese. Cercavo, nello stesso tempo, di cogliere l’eco di voci dai viottoli lontani. A volte mi ricongiungevo con dei compagni e allora tutto diventava più facile: la stanchezza del cammino svaniva e quasi diventava un gioco mostrare chi fosse più resistente e veloce, saltando leggeri da una pietra all’altra.

Improvvisamente, alzando gli occhi dal sentiero per l’ennesima volta, vidi una strana cosa penzolare da un ramo di un albero: sembrava un cencio. Aguzzai subito la vista, col cuore già in tumulto, mentre i ricordi delle cose sentite si affollavano nella mia mente. C’era un uomo che pendeva grottescamente da una corda tesa, con il collo lungo e la testa reclinata da un lato, inerte.

Mentre quella visione m’investiva violentemente, la paura mi ripiombò addosso come una cappa e si impossessò di me. Mi misi allora a correre furiosamente, rifacendo la strada verso casa, e senza mai voltarmi indietro… per non vedere le orde di fantasmi che m’inseguivano.

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