
Tutto era così pulito ! Gli alberi accumulavano sui rami delle grosse quantità di neve e si inarcavano sotto il peso, mentre dalle grondaie pendevano enormi pugnali di ghiaccio. Mio padre la sera diceva di aver visto le orme dei lupi che si erano aggirati intorno a casa, perché in montagna non trovavano più nulla da mangiare, ed io ero costretto a rimanere al chiuso per tutto il tempo.
Arrivò il Natale: mio padre aveva più tempo libero e mi disse come fare per catturare i passeri. Avrebbe sistemato un tavolo rovesciato nell’aia, dopo aver spalato via la neve, e sotto il tavolo, rialzato e tenuto su da un piolo, avrebbe disposto delle briciole di pane. Collegato al piolo un lungo filo, che io dovevo tendere e al momento opportuno, quando sotto il pesante legno ci fossero molti uccellini, tirare.
Fu una strage, perché i passerotti erano affamati e si tuffavano continuamente sotto il tavolo, incontro alla morte. Io ero spaventato ma allo stesso tempo affascinato da quanto facevo: mi dispiaceva, eppure continuavo a tirare la corda, cercando di cogliere il momento favorevole. La sera mangiai quelle zampette e qui petti magri…
Un altro giorno mio padre portò in casa un alberello di abete e, quantunque non avessimo molto da metterci su, cominciammo ad abbellirlo, riuscendo a ricreare l’atmosfera della festa. C’era l’abete, il vischio, l’agrifoglio, e la sera, alla luce delle candele, brillavano persino i mandarini, appesi all’albero al posto delle palline colorate.
Mia madre addolcì dei sorbetti di neve con della crema di vino e tutto sembrava allora più bello; e lo diventò per davvero quando mi dissero che avrei avuto il regalo che attendevo da tempo. A rompere la solitudine di quelle sere buie e fredde, e a dividere con me la bellezza di quelle bianche distese di neve, mi sarebbe finalmente giunto un fratello.
6- Era ancora il tempo in cui non c’erano trattori né altre macchine agricole e nei campi il lavoro veniva sbrigato tutto a mano dai contadini; ma era pure il tempo in cui si lavorava tutti insieme in allegria, di solito sotto la guida del patriarca. Una delle donne rimaneva in casa a preparare il pranzo; i bambini erano addetti al trasporto dell’acqua e facevano la spola dalla sorgente fino ai campi, mentre le ragazze badavano ai fratelli più piccoli. Gli altri tutti a mietere o a dissodare il terreno. A mezzogiorno ci si raggruppava sotto la frescura di un grosso albero e mangiare diventava un picnic sull’erba, d’estate.
L’unico rimpianto era che i bambini non venivano considerati se non in rapporto al lavoro che potevano svolgere, mai per la sensibilità o la problematica che potessero avere. Durante la giornata, infatti, si raccontavano tante storie, ma era inutile chiedere spiegazioni, perché le cose rimanevano inevitabilmente nel vago: solo in seguito ho capito che neanche gli adulti conoscevano bene ciò di cui parlavano e che arriva il momento avvilente in cui si scopre che non hanno più molto da dire…
Poco lontano da casa c’era una vasta zona pianeggiante, attraversata da un torrente. Le sue rive spesso si allagavano durante le piene invernali e mio padre aveva costruito degli argini; dietro quegli argini aveva seminato il grano e quando giunse l’estate stavamo mietendo. Eravamo in molti: contadini cotti dl sole e donne dalle guance colorate, con spessi fazzolettoni sulla testa, tutti curvati, intenti a falciare e innalzare covoni.
Di tanto in tanto qualcuno interrompeva il lavoro per asciugarsi il sudore o per bere con abilità dall’orcio, senza cioè che fosse accostato alle labbra. Capitò così che d’improvviso si sentì gridare: “Guardate là, nel cielo !”. Guardai anch’io: sembravano specchi che cadevano, diventando a mano a mano più scuri, e voleggiavano nell’aria cambiando velocità e direzione. Nessuno seppe dire cosa fossero. Una di quelle ‘cose’ cadde al di là degli alberi, oltre il fiume, e tutti si precipitarono a vedere. Prima però, pur nello scompiglio, ci furono ordini alle donne di badare ai bambini.
Anch’io dovetti rimanere dove mi trovavo e così, guardando incerto verso il cielo, attesi il racconto degli altri. Mentre aspettavo di saperne di più, mille domande mi si affollavano in testa. Erano i pezzi di qualche aereo ? E in tal caso non avevamo sentito alcun rumore. Erano bombe, come qualcuno, memore della guerra, aveva detto ? E da dove provenivano, e perché non erano esplose ? Tutte le supposizioni si rivelarono inadeguate.
Finalmente gli uomini tornarono: avevano trovato l’oggetto nell’erba e, dopo essere rimasti a guardarlo per un po’, per paura che potesse esplodere o altro, si erano avvicinati e l’avevano esaminato con cautela.
“Che cos’è?” chiesi.
“Mah, non si capisce” rispose mio padre.
“Ma com’è fatto?”
“Sembra una lastra di ferro” disse uno.
“A me pareva di ottone, o di rame” disse un altro.
“Comunque non si capisce che cos’è; ha una forma strana, irregolare” riprese mio padre.
“E’ grande?” domandai.
“E’ lunga circa cinque metri, larga intorno ai tre; molto leggera”.
Purtroppo finì lì e tutti i commenti e i tentativi di spiegare lo strano fenomeno non furono molto soddisfacenti. Come desiderai ardentemente saperne di più! Avrei voluto che il mondo si fermasse, in attesa di capire ciò che ci veniva nascosto. Com’era possibile ritornare a lavorare sotto il peso di tanta incompiutezza !
Nei giorni seguenti andai io pure, di nascosto, per vedere, ma non c’era più niente. Un contadino disse che un tale aveva caricato la lastra su di un carro e se l’era portata via. Per parecchio tempo continuai a chiedere notizie sulla caduta di quegli oggetti, ma la mia curiosità sembrava fuori luogo, dal momento che nessuno dava più peso all’accaduto.
Passarono degli anni e solo di rado ormai mi tornava alla mente quell’episodio, perché mi ero a poco a poco convinto che, per quanto avessi cercato di capire gli avvenimenti intorno a me, sarebbe rimasta sempre una parte di verità nascosta. Le speculazioni sulla vita si erano in parte affievolite e i tanti interrogativi di un tempo avevano lasciato il posto a più pressanti problemi, ma un giorno che mi trovavo in paese mi capitò di riascoltare quella storia.
A parlarne era un mio conoscente che stava rievocando i tempi andati e fu come un lampo che innescò tutte le domande sopite dentro di me: era il ritorno nella mente di quell’attimo indelebile, quella stessa emozione, vissuta e raccontata questa volta da un altro.
“Voglio sapere tutto” gli dissi.
“Più che parlare, ti mostro qualcosa” rispose.
Mentre lo seguivo verso la parte vecchia del paese, a casa di una persona che non conoscevo, rividi vividamente, come in un sogno ad occhi aperti, quegli oggetti che ondeggiavano nel cielo; quell’anello fra me e il mistero del mondo. Giungemmo nel rione Pianello e qui, nell’abitazione cadente di un vecchio, vidi, in bella mostra appese alla parete, una diecina di pentole lucide: erano state ricavate da una lastra caduta dal cielo e si erano rivelate di grande utilità! Ecco cosa siamo, pensai deluso: piccoli artigiani del mistero.

Marina Bisogno








