Nonna Caterina

Quando, da bambino, provavo la sensazione di essere troppo abbandonato alle incongruenze e alle fatalità, agli umori della gente, andavo alla ricerca di un punto fermo a cui appoggiarmi. Di solito lo trovavo nella natura, piante e paesaggi, che più di ogni cosa ha la capacità di rilassare e pacificare l'anima, ma avrei voluto trovare anche fra i miei simili qualcuno che fosse allo stesso modo affidabile. Cercavo insomma, anche se allora non sapevo come definirlo, un qualcosa di 'assoluto'.

Intorno a me vedevo invece solo degli esseri troppo umani, vittime sempre di qualche passione che li rendeva, benché meritevoli e attendibili per alcune cose, come fuochi di paglia per altre. Uno spiraglio lo intuivo in quei vecchi contadini con la pipa di creta in bocca, sull’uscio di casa, col cappello verso il sole. Essi mi sembravano il riflesso della tranquillità e della sapienza, ma allora era troppo presto perché potessi capire esattamente la grandiosità di quell’assenza di vitalità e apprezzarla.

Solo più tardi ho ripensato con intenzione ai gesti lenti, alle risposte caute, alle emozioni contenute: i vecchi contadini reagivano con poche parole alle tante domande; si soffermavano a lungo sulle piccole cose e non degnavano di considerazione le notizie sensazionali. Padroni del microcosmo, erano tolleranti e rinviavano le attese; l’attività frenetica li faceva sorridere. I loro discorsi si incrinavano appena di commozione parlando d’innesti fatti a primavera, di piante d’ulivo, del grano. La loro visione era più chiara: la pioggia; il sole.

A volte mi sembrava addirittura che alcuni pregustassero già la fine; che trovassero conforto in quella verità e che non cercassero più. Qualcuno di loro doveva aver già avuto la propria illuminazione.

8- Nonna Caterina dovette lottare e lavorare molto, mentre gli uomini della famiglia erano in guerra. Nata a Castelgrande, era convinta di discendere da Sciarra Colonna e di avere anche sangue spagnolo nelle vene, ma sapeva come badare alla masseria e ai campi, alla vigna e ai cavalli. E teneva sempre in ordine il suo giardino.

Un giorno scavò una profonda buca nel terreno e vi nascose le patate, l’olio e il vino, per evitare di perdere tutto al passaggio dei soldati tedeschi che si ritiravano, e ogni sera buttava acqua sulle fiamme nel camino e chiudeva le imposte alle finestre perché un aereo aveva lasciato cadere due bombe sulla casa, una notte in cui erano vivi i bagliori del fuoco. Per fortuna avevano mancato il bersaglio, ma quelle fosse provocate dalle esplosioni ci sono ancora, sempre piene d’acqua, Là si affrettavano i cavalli di ritorno dal pascolo.

In quel periodo buio, chi avrebbe guardato il suo giardino? Eppure lei potava e dissodava ogni giorno, allevando un solo esemplare per pianta, cosicché anche la rosa sembrava un albero. Diceva che le piante vegetano insieme e si infoltiscono per superare il gelo dell’inverno, come gli uomini formano i paesi per vincere la paura. Ma la pianta sola, come l’uomo solo, se non è vittima del gelo, o della paura, cresce fino alle dimensioni di un gigante.

Raccontava di come sua madre ancora ragazza, aprendo la porta di casa una mattina, avesse trovato sull’uscio un enorme ceppo di legno e di come, in seguito a questo, fosse stata condotta dal padre nella piazza del paese sul dorso di un cavallo, per conoscere chi le avesse fatto quella proposta di matrimonio. Infatti il ceppo rappresentava il focolare che si voleva costruire e il padre andava a chiedere che il pretendente di sua figlia si presentasse davanti a tutti.

Poi la nonna si ammalò e cominciò ad avere degli incubi tremendi. Diceva che c’era un cane che la perseguitava, che l’aspettava di notte, appena usciva di casa. Una volta l’aveva anche visto sul pozzo, con gli occhi di brace, e un’altra volta ancora sul salice: secondo lei era il demonio. Non uscì più di casa e si stava lentamente riprendendo finché una notte, mentre dormiva, avvertì sul petto un peso enorme che la schiacciava e, contemporaneamente, sentì un ansimare affannoso.

Non ebbe il coraggio di aprire gli occhi, ma sapeva che si trattava di quel cane. Fu solo dopo che ebbe sentito il rumore di un tonfo sul pavimento e il petto di nuovo leggero che si mise a gridare, a lungo. Ricordo una delle ultime volte che l’ho vista: era nel bosco e con una scopa di saggina spazzava le foglie secche dal sentiero. Ma quel bosco non è mai riuscita a vederlo in ordine.

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