Intervista a Irene Ester Leo

Da poco è stata pubblicata la sua nuova silloge edita Edizioni della Sera: con noi Irene Ester Leo

Cari lettori abbiamo intervistato Irene Ester Leo, autrice della silloge “Una terra che nessuno ha mai detto” Edizioni della Sera, 2010

In primis chi è Irene Ester Leo?

Parlare di se stessi è la cosa più complicata che possa esserci, idem scrivere di se stessi.
Mi perdonerete, credo, se non sarò esauriente in merito, come si converrebbe.
Comincerò col dire di me procedendo per “sottrazione”:
Non amo troppo le prime file, i palchi, le luci, ( non fraintendetemi trovo sano, il confronto e l’incontro) non amo le mezze tinte, o le fibre sintetiche siano esse riferite ai tessuti e agli esseri umani. Non so scrivere per puro esercizio estetico, ed è improbabile che io lo faccia senza aver nulla da dire. Non mi diverte l’assenza di spessore nel pane come nelle persone, nelle cose, nella vita. Non so correre dietro alle mode del momento o ai luoghi comuni. Non riesco ad inseguire meccanismi troppo contorti, quelli del viver comune intendo. Tendo a retrocedere di fronte al mio scrivere poetico, facendo andare avanti le parole. Contano i testi un po’ meno l’autore. Io sono solo un mezzo, niente di più. Il mezzo del quale si serve la Poesia, in questo caso.
Ho 29 anni, sono un critico d’arte free lance con un insano amore per la scrittura, la fotografia e per tutte le diverse forme di comunicazione possibili.
Irene Ester Leo, se vale ancora il notevole adagio nomen omen è un po’ pace e luce, ed un po’ spirito ferino, privo di condizioni.

Come è nata la passione per la poesia?

Sì il termine “passione” mi piace. Rende l’idea circa il mio rapporto con la Poesia. Lo diceva Garcia Lorca che “la poesia non cerca seguaci, cerca amanti.” Pertanto è un qualcosa che trova radici lontane, un vero e proprio innamoramento per la stessa. Ero bambina, avevo la treccia, un quaderno colorato, penne e tutto da inventare di sana pianta. Cominciai col disegnarlo prima, e a scrivere poesie poi. La folgorazione avvenne con Rimbaud a circa dieci anni, ma non saprei definire una data esatta. Leggevo molto, e più leggevo Poesia, più il mondo si apriva innanzi ai miei occhi, come alla Marion di Wenders nel Cielo sopra Berlino quando alza lo sguardo e vede le cose comuni divenire miracoli.

Quando hai iniziato a scrivere?

Sì, circa a dieci anni dicevo, con una gran voglia di dire di fare, di comunicare la mia visione più densa delle cose. Questo modo, si è poi arrestato, o meglio ha continuato a coesistere con molto altro ma in maniera distratta. Da circa dieci anni a questa parte sono ritornata a farlo, a scrivere in maniera impegnata e seria. E mi rendo conto che la scrittura ha il sapore di una greve maledizione, perchè è un eterno viaggio, un’eterna evoluzione, e non conosce punti di arresto, almeno per me. Pertanto si conosce l’alfa e non l’omega… nel mio caso l’alfa è tutte le volte che le parole si incanalano sino a diventare carta, vedi ad esempio: ”Io innalzo fiammiferi” LietoColle, o ancora l’ultimo nato ”Una terra che nessuno ha mai detto” per Edizioni delle sera. Pertanto io re-inizio a scrivere molto spesso.

Come vivi la tua condizione di poetessa?

Non vivo una condizione ‘’specifica”. Sono sempre la stessa creatura contraddittoria che non beve caffè, porta un ombrello in borsa anche se non piove e si perde volentieri in libreria delle ore intere. La Poesia, cerco di vivere la Poesia, più che di badare ai ruoli cerco di concentrarmi sulla finalità unica: prestare la mia assenza alla Musa affinché si compia tutte le volte la sottile alchimia che amo.

Quale libro stai leggendo in questo periodo e quale credi dovremmo assolutamente leggere?

Ho ripreso a leggere un testo che avevo acquistato un po’ di tempo fa: “La Tigre Assenza” di Cristina Campo, e mi consola tutta questa bellezza che vi ho trovato racchiusa.
I Classici della letteratura e della poesia, non solo italiana: prima di spingersi nell’altrove contemporaneo occorre acquisire una buona bussola, vi invito a leggerli e a riscoprirli.

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