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Scrittura maschile e scrittura femminile

Tratto dalla rivista letteraria "I quaderni di Panta" Bompiani editore

Ho avuto modo di leggere un’interessante intervista a Lidia Ravera sulle differenze tra la scrittura maschile e quella femminile. Di primo acchito mi è parsa una stupidaggine, ma poi, riflettendo, ho riscontrato che la scrittrice muove giuste osservazioni.

Secondo la Ravera la grande differenza è sostanziale: “le donne si sottomettono, cedono al racconto, si fanno orecchio, riproducono rumori e sentimenti, emozioni, e ogni minimo dettaglio di paesaggio interiore ed esteriore (…). Gli uomini invece si difendono dal narrare, strutturano, edificano, ingombrano di idee, puntellano e fortificano con digressioni ed erudizioni, non cedono, più difficilmente si lasciano possedere dal fluire affascinante della vita.”

Nelle donne la scrittura coinciderebbe con un momento di autoanalisi. Ripercorrono sentieri intimi e tirano fuori l’essenza della vita. Gli uomini invece non ci riescono, concentrandosi di più su quello che accade fuori. è il punto di vista che cambia, secondo l’autrice. “Si tratta di un carattere istintivo della scrittura femminile, perché le donne sono creature degli interni.” Ma ogni generalizzazione lascia il tempo che trova. Infatti spesso si scade, e la ripetitività della scrittura femminile è dietro l’angolo. Il rischio è quello di raccontare le emozioni a caldo, errore in cui nessuna scrittrice dovrebbe mai cascare.

Stilisticamente “la scrittura femminile solitaria, quella di sfogo, è forse più sincera e autentica, ma è più sciatta. La scrittura maschile, già messa in relazione con il mondo, è più ripulita e composta”.

Ci sono grandi scrittrici così come ci sono grandi scrittori, ma i capofila dei due generi hanno tendenze diverse. La donna scandaglia gli anfratti dell’animo umano, l’uomo crea mondi paralleli e realtà immaginifiche. Nessuno è migliore dell’altro. Quello che conta è saper scrivere.

“Quello della scrittura è un dono di natura da coltivare negli anni. E negli anni diventa una forma di prigionia della parola, una sorta di incubo della tua vita, nel senso che non puoi esistere senza di essa. Per cui non ti interessa se diventi un paralitico della vita attiva”.

Buona scrittura a tutti, uomini e donne!

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