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A tu per tu con Stefania Nardini

Una giornalista che ha fatto della professione un modus vivendi

Sig.ra Nardini, lei è giornalista e scrittrice, sempre in movimento, sempre viva. Come è nata in lei la passine per il giornalismo?

Lei l’ha definita passione. Ed io sono una passionale. Un mestiere, direi, inevitabile per chi, come me non ama le ingiustizie, ha curiosità e desiderio di raccontare la vita. Il giornalismo è un tarlo che si sviluppa con l’amore per la scrittura. Fin da ragazzina sentivo il bisogno di esprimere ciò che mi colpiva. Coniugare la scrittura con la realtà è stata per me la soluzione per essere felice. Una felicità che con il giornalismo ho sentito condivisa. Con i lettori, con i protagonisti degli argomenti che trattavo. Certo parlo di un’epoca molto diversa da oggi. Il giornalismo era una professione ma anche un impegno civile. Una forma di militanza regolata dagli equilibri che la professione impone. Quando parlo di equilibri mi riferisco alla doverosa analisi dei fatti. Da ragazzi imparavamo che era indispensabile sentire tutte le campane. Verificare le notizie. I giovani cronisti di allora crescevano con il culto del lettore. Perché il giornale era dei lettori. E stava ai lettori e solo a loro deciderne le sorti. Quindi la professione imponeva una disciplina al ragionamento.

Crede nella formazione “scolastica” del giornalismo? Lei come ha iniziato?

Conosco giovani colleghi che vengono dalle scuole di giornalismo. Alcune sono molto serie. Però, e non lo dico da nostalgica, il mestiere si impara sul campo. Avere una buona formazione oggi significa saper confezionare un buon prodotto da un desk. In realtà la crisi che vive la professione è nella disumanizzazione. Un processo che è iniziato da più di un decennio quando le appartenenze politiche hanno massacrato il criterio della professionalità. Oggi ci sono capi delle cronache che valutano la bontà dei colleghi dal presenzialismo redazionale. Il giornalismo che ho imparato io era quello della redazione che si riempiva dopo una certa ora. Perché si andava fuori. Si parlava con la gente. Si cercavano le notizie. Tutto questo le scuole non lo offrono.

Io ho iniziato giovanissima. Il mio debutto fu in una radio di quartiere a Roma poi, dopo una serie di esperienze, a vent’anni iniziai la gavetta seria a Il Messaggero. Un ricordo meraviglioso. Il capo della cronaca era Silvano Rizza. Un eccellente giornalista che, confesso mi faceva paura dietro il vetro che lo separava dalla stanza della cronaca. Successivamente altro mio maestro fu Vittorio Roidi. Anche lui bravissimo e con la generosità di avere pazienza con noi giovani. Ma devo dire che sapeva gestire il nostro entusiasmo. Era diventato direttore Vittorio Emiliani, voluto dalla redazione. Un direttore che era giornalista fino al midollo. Poi ho fatto tante altre esperienze. Ma il ricordo più bello è legato a quegli anni. Perché imparai molto.

Quali sono gli aspetti più interessanti della sua professione e come ha inciso sul suo essere donna?

Degli aspetti di oggi non saprei cosa dire. C’è un giornalismo che non mi piace. Infatti in piena carriera ho lasciato Il Mattino, dove ho lavorato dieci anni. Feci una lettera di dimissioni politica. Nella quale esprimevo il mio disagio nel vivere la professione in un clima e con un’ impostanzione che non condividevo. Mi dimisi anche dal Comitato di redazione. Naturalmente molti colleghi pensarono che mi ero organizzata un’alternativa. Non era vero. Me ne andai nel mio casale in Umbria … Il giornalismo per me è un fidanzato, un amante. E non riesco ad amarlo a metà o con delle mediazioni. E’ una professione che mi ha dato moltissimo. Che ha profondamente inciso sulla mia formazione di persona. Sul mio essere donna è stato il coronamento del desiderio di parità. Anche se poi, come tutte le donne, gestire una famiglia e fare questo lavoro ha comportato sacrifici. Ma non è impossibile. E’ una questione di organizzazione e di qualità nelle relazioni famigliari. Insomma non avrei mai sposato un uomo che non condividesse un elemento così importante della mia vita. Come donna devo dire che essere giornalista è stato importante. Ha significato portare alla ribalta fatti e storie di discriminazioni che sarebbero rimaste nell’anonimato se nelle redazioni ad un certo punto non fossero entrate le donne.
Oggi la professione la vivo in una sorta di nicchia. Ma con grande libertà. Curo una pagina libri per il Corriere Nazionale, uno spazio che mi interessa perché oggi i libri vanno sempre più sostituendo il ruolo che avevano i giornali. Insomma sono tra quelle persone che vive in simbiosi con il computer e che grazie alla tecnologia lavoro sia se sono in Italia sia se sono in Francia.

Cosa direbbe ad una ragazza come me sta muovendo i primi passettini nel ginepraio del giornalismo?

Auguri di cuore! A parte le battute mi sento di dire che nonostante le condizioni in cui versa il nostro paese bisogna crederci. E’ importante volare in alto e prendersi cura della propria intelligenza e professionalità. Alla fine sono le due carte vincenti. C’è sempre necessità di chi lavora bene. E bisogna pensare che i sogni si realizzano. Ci vuole costanza. E , oggi in particolare, umiltà e correttezza. Difendendo la propria dignità. In particolare se si è donne. Costa fatica, è vero. Ma cos’è la fatica di fronte alla felicità?

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