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Totò Peppino e la malafemmina

Italia 1956 - di Camillo Mastrocinque - Con Totò, Peppino De Filippo, Mario Castellani, Teddy Reno, Dorian Gray, Vittoria Crispo, Nino Manfredi

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“Perché il giovanotto è
uno studente che studia, che si deve prendere la laura, che deve tenere
la testa al solito posto, cioè sul collo”.

Qualcuno racconta che la famosa e indimenticabile
scena della “lettera”, non era nemmeno contemplata dal copione originale.

L’idea venne fuori in una di quelle passeggiate che Totò e Peppino
De Filippo erano soliti farsi tenendosi a braccetto in giro per il set
tra una pausa e l’altra. Le riprese del film erano quasi finite e Totò
alla perfetta riuscita del film avvertiva come la mancanza di qualcosa:
“Si potrebbe inserire una lettera…Come avveniva nelle commedie
di Scarpetta… dove c’era sempre una lettera”
disse Totò ad un solidale
Peppino.

I due non potevano immaginare che, nel realizzare questo espediente
antico e al tempo stesso inedito, entravano a pieno diritto a far parte,
ancora oggi dopo tanti anni, nell’erario culturale di tantissimi e sconfinati
Totolai
a getto continuo sparsi in ogni occasione sempre pronti a citare,
abusare, sbrindellare, fare a pezzi, i punti più salienti e memorabili
di tale lettera, tipo :“Signorina, veniamo noio a dirvi una parola”
oppure:“Scusate se sono poche ma 700mila lire a noi non ci
fanno specie, che c’è stata una grande moria delle vacche”
.

Ma in “TOTO PEPPINO E LA MALAFEMMINA” quello della lettera non è
certo l’unico momento divenuto oggetto di culto. Sono infatti tantissime
le perle irresistibili e indimenticabili: Totò e Peppino imbacuccati a
Milano che si tengono per mano, che chiedono informazioni a un vigile scambiato
per  comandante austriaco “Noi volevm savoir”, i dispetti e
le liti con Mezzacapa (il sempre straordinario Mario Castellani).

L’uomo di mondo Totò e il sempliciotto  Peppino nei panni dei
fratelli Capone che da Napoli giungono a Milano per salvare e redimere
il nipote scellerato (Teddy Reno) che invece di studiare se ne va dietro
alla soubrette (la bella Dorian Gray), sono letteralmente travolgenti e
trasbordanti come una marea. Furoreggiano con continui colpi di genio in
rapida successione, uno su tutti: Peppino che stremato dallo scrivere la
famigerata lettera tira fuori il fazzoletto e si asciuga il sudore.

La loro è una vitalità incontrollata e misurata, non
c’è mai ombra di superfluità nel continuo gioco di rimando
tra i due grandi attori, in una recitazione ad alto tasso di reattività,
ad alta voglia di giocare in libertà.

Il regista Camillo Mastrocinque, molto più di un semplice mestierante,
ha fiducia e lascia fare.

Il film scorre così, visto e insaziabilmente rivisto un’infinità
di volte senza mai venire a noia.