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THE BLUES BROTHERS

USA 1980. Regia di John Landis. Con John Belushi, Dan Aykroyd, James Brown, Aretha Franklin, Carrie Fisher, John Candy, Ray Charles, Cab Calloway. Durata 129 minuti.

“GESU’ HA COMPIUTO IL MIRACOLO, HO VISTO LA LUCE”.

John Belushi aveva la camminata tesa del disperato. Aveva in corpo, in voce e in faccia un mastodontico estremismo allo stato radicale,una corpulenta ribellione allo stato brado.

E aveva la grazia dello sgraziato.

Dan Aykroyd comunicava agile, guizzante e irriverente, follia ben controllata, irrazionalità ben armonizzata.

I vestiti che indossavano da agenti della CIA, con occhiali Rayban servivano a dare un tocco di diversiva parvenza di uniforme a ciò che uniformato non sarebbe potuto essere mai.

Messi insieme i due sono stati splendidi, rivoluzionari, brevi ed eterni.

Un film di sfrenata esagerazione, votato ad una religiosa demenzialità vissuta come scelta di vita, come voglia di scorribanda fracassatrice del sopruso e delle regole.

Istituzioni, perbenismo, polizia, esercito, nazisti dell’Ilinois. Niente riesce a catturare la corsa inarrestabile della BLUESMOBIL dei nostri due intrepidi e strampalati fratelli, impegnati a portare la somma necessaria per salvare la chiusura di un orfanotrofio. Inseguimenti, macchine scassate, tutto è esagerato e tutto deve essere esagerato, è la presenza di Belushi a pretenderlo, quella esagerata, incontrollabile, torreggiante presenza a cui bastava anche un semplice gesto, una semplice immobilità, per creare eccessi di magnetismo, per aprire varchi di ilarità.

Come quando lo vediamo in ginocchio dalla sua ex fidanzata (Carrie Fisher, ex principessa Leila di Guerre Stellari che nella vita all’epoca era la fidanzata di Dan Aykroyd) che è stata abbandonata il giorno del matrimonio e ora si vuole vendicare uccidendolo. Belushi prima le implora perdono alla sua maniera :”NON TI HO TRADITO, AVEVO UNA GOMMA A TERRA, AVEVO FINITO LA BENZINA, NON AVEVO I SOLDI PER IL TAXI, LA TINTORIA NON AVEVA PORTATO IL VESTITO, C’ERA IL FUNERALE DI MIA MADRE, L’INONDAZIONE, LE CAVALLETTE, LE CAVALLETTE….”, e poi dalla bellissima bruttezza del suo volto innalza il sopracciglio e quindi se stesso fino al paradiso dell’epica delle gesta degli attori immortali.

Ma la scena in assoluto più immortale è quella in cui spinto da Cab Calloway ad assistere alla messa di James Brawn. John ha prima un tremore e poi un alone di santità:”LA LUCE, HO VISTO LA LUCE…” e fra salti mortali e ruote inizia a danzare dimenandosi in tutta la sua sgraziata grazia.

Tutte le meraviglie sono destinate a non avere seguiti. Due anni dopo il film, John Belushi, “malato terminale di vita”, morì.
Dan Aykroyd, rimasto orfano dell’amico, ha rinunciato alla sua splendida follia, perpetrando una dignitosissima carriera di attore bravissimo e sottovalutato. Poco tempo fa, ha provato a far rivere il mito dei Blues Brother con un modesto film, ma il mito non continua, il mito è rimasto fermo all’indimenticabile corpo, voce e faccia di un insaziabile trangugitatore di vita, che non è vero che vide la luce, diventò egli stesso luce, ancora visibile e ancora rivoltosa per chi vuole vederla, stagliata in un cielo di un mondo ormai completamente uniformato, completamente globalizzato