
Il primo lungometraggio di Charlie Chaplin ha ormai più di ottanta anni ed ancora qualcosa da elargire: piccole risate, occhi bagnati di dolce commozione, accorata partecipazione, accurata retorica.
Canaglia di un Chaplin!!! Sapeva elevare al massimo ogni sorta di prosaico sentimentalismo. Comico per eccellenza, aveva imparato - primo di tutti- a far convivere formidabilmente in un unico intruglio, risate, lacrime e anche denuncia morale e sociale.
Proprio di questa denuncia morale e sociale Chaplin si dava gran cruccio e se qualche maligno (leggasi Buster Keaton) sostenne che Chaplin era divenuto artista “impegnato” solo perché montatosi la testa da un articolo di giornale che gli aveva dato del “Sublime mestro di satira”, poco importa.
Charlie Chaplin aveva travalicato inesorabilmente i miseri limiti della “SLAPSTICK COMEDIES” in voga allora, gratuite comicacce basate su torte in faccia, scivolate, schiaffi e calci.
Aveva imposto alla “Comica” una sua pienezza artistica, una sua dignità espressiva…
Ne “IL MONELLO” vediamo la sua creatura CHARLOT intrufolarsi più che mai in una comicità amara, di denuncia, svelatrice delle contraddizioni di una Nazione sogno di libertà per eccellenza, con tutte le sue disuguaglianze, i suoi poveri che lottano per la sopravvivenza e si scontrano con le istituzioni…
La storia de “IL MONELLO” la conosciamo tutti…Comincia con la seguente frase nei titoli:”UN FILM CHE VI FARA’ RIDERE E FORSE PIANGERE”. Ed infatti c’è subito una ragazza madre abbandonata che è costretta a sua volta ad abbandonare la sua creatura…Il bebè finisce nelle braccie di Charlot…Sarà lui a prendersene cura. Passano pochi annetti e il neonato e diventato un tenero monellarello (si trattava del piccolo Jackie Coogan che poi diventato grande combinò poco…ma diventato anziano diventò lo zio Fester nel telefilm degli Addams). Fra il vagabondo e il monello c’è una fruttuosa società: il monello tira sassate ai vetri delle case e il vagabondo - vetraio di professione - casualmente passa di lì pronto alla riparazione…
I due
messi a camminare uno accanto all’altro - il piccolo Coogan trotterellando e Charlot con la sua classica camminata a un quarto alle nove - sono una grande trovata che riempe il cuore di illimitata dolcezza (solo Charlot si poteva permettere di non essere oscurato in simpatia da un bambino di quattro anni come Jackie Coogan)…
Ma l’unione fra i due è messa a repentaglio dalle solite crudeli istituzioni che si adoperano per separarli…Il bambino viene portato via (le lacrime dello spettatore cominciano a scendere sempre meno quietamente…solo i più forti riescono a non piangere)…Con una travolgente sequenza Charlot riesce a recuperare il bambino…Struggente ricongiungimento (quì cedono anche i più forti…e non in lacrime ma in doppi lacrimoni grondanti).
Dopo tante peripezie c’è sempre un lieto fine: la Mamma (Edna Purviance, una delle attrici preferite di Chaplin) è diventata ricca e famosa e si prenderà cura sia del piccolo bambino che del piccolo omino…
Eccesso di sentimentalismo??? Ma no!!! Forse Charlie Chaplin più che sentimentale era sentimentalista (specialista del sentimento)…Su un punto comunque non si discute: sir Charles Spencer Chaplin è stato “Un sublime maestro di satira”. Indipendentemente da come tale vocazione gli sia nata.

Alessia Mocci









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