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IL TERRORE DEL BLUE JOHN GAP

Arthur Conan Doyle

 
Il seguente resoconto fu trovato fra le carte del dottor James Hardcastle, morto di tisi il 4 febbraio del 1908, in Upper Coventry Flats 36, South Kensington. I suoi migliori amici, pur rifiutandosi di esprimere un’opinione riguardo allo scritto in questione, sono unanimi nell’asserire che egli era un uomo dalla mente sobria e scientificamente dotata, privo del tutto di immaginazione, e incapace di inventare una serie di avvenimenti abnormi. Il documento era chiuso in una busta che recava la scritta: “Breve resoconto degli avvenimenti che si svolsero nella scorsa primavera nei pressi della fattoria delle signorine Allerton nel North-West Derbyshire”. La busta era sigillata, e sul retro vi era scritto a matita:

“Caro Seaton, “Ti potrà interessare, e forse addolorare, di apprendere che l’incredulità con cui accogliesti il mio racconto mi ha impedito di riparlare in seguito del problema con chicchessia. Lascio questa breve documentazione che andrà letta dopo la mia morte; potrà forse succedere che degli sconosciuti avranno più fiducia in me che non il mio amico.”

Le indagini successive non hanno appurato chi fosse questo Seaton.

Potrei aggiungere che la visita del defunto alla fattoria delle Allerton e il motivo dell’allarme che si ebbe nei dintorni, sono stati verificati e controllati, al di fuori di questa particolare spiegazione. Con questa premessa, faccio seguire il suo resoconto esattamente come lui lo ha lasciato. E’ sotto forma di un diario, alcuni brani del quale sono stati ampliati, altri cancellati.

17 aprile. Già sento i benefici di questa meravigliosa aria di collina. La fattoria delle Allerton è a quattrocentotrenta metri sopra il livello del mare, ed è quindi comprensibile che qui il clima sia tanto tonificante. Tranne la solita tosse del mattino, ho pochissimi altri disturbi e, con l’aiuto del latte appena munto e il montone allevato sul luogo, credo proprio che riuscirò a ingrassare un po’. Penso che Saunderson sarà contento.

Le due signorine Allerton sono deliziosamente bizzarre e gentili, due tesori di zitelle laboriose e instancabili, pronte a versare la piena del loro affetto, di cui avrebbero potuto colmare marito e figli, su uno sconosciuto, e invalido per giunta. Invero, la zitella è una figura di grande utilità, una delle più preziose riserve della comunità. La gente parla della donna superflua, ma come se la caverebbe un poveraccio superfluo senza la sua dolce presenza? A proposito, nella loro ingenuità hanno subito lasciato sfuggire il motivo per cui Saunderson mi raccomandò la loro fattoria. Il Professore è di umili natali, e credo che trascorse la sua infanzia giocando proprio in questi campi.

E un luogo assai solitario e le passeggiate sono estremamente pittoresche. La fattoria consiste in terreni da pascolo che giacciono in un fondovalle. Sui due lati sorgono delle fantastiche colline calcaree, formate da pietra così morbida che la si può sgretolare con le mani. L’intera regione è una cava. Se la si potesse percuotere con un gigantesco martello, rimbomberebbe come un tamburo, o forse sprofonderebbe del tutto, rivelando uno sconfinato mare sotterraneo. Un grande mare indubbiamente ci deve essere, perché ovunque i ruscelli scompaiono dentro alla montagna stessa, senza più riapparire. Le rocce sono piene di crepe, e se si entra in una di esse ci si trova poi in enormi caverne, che si insinuano nelle viscere della terra. Ho una piccola lampada a pila, ed è per me una gioia continua portarla in queste misteriose solitudini, e vedere i meravigliosi effetti argentei e neri che si formano, quando getto la sua luce sulle stalattiti che pendono dalle altissime volte. Spengo la lampada, e mi trovo nella più assoluta oscurità. La accendo, ed è una scena da “Mille e una notte”.

Ma vi è una di queste strane aperture nella terra che riveste un interesse particolare, poiché non è opera della natura, ma dell’uomo. Non avevo mai sentito parlare di Blue John quando sono venuto da queste parti. E’ il nome che danno a uno strano minerale di un bellissimo color viola, che si trova soltanto in uno o due luoghi in tutto il mondo. E’ così raro, che un vaso qualsiasi di Blue John avrebbe un valore astronomico. I romani, con lo straordinario istinto da loro posseduto, scoprirono che lo si poteva estrarre in questa valle, e scavarono un profondo pozzo orizzontale nel fianco della montagna. L’imboccatura della loro miniera viene chiamata Blue John Gap, ed è un arco ben delineato nella roccia, la cui apertura è tutta ricoperta di cespugli. E’ un pozzo ben lungo, quello che i minatori romani scavarono, e incrocia alcune grandi caverne erose dall’acqua, cosicché chiunque entrasse nel Blue John Gap, farebbe bene a stare molto attento e a portarsi dietro una buona provvista di candele, altrimenti rischierebbe di non rivedere mai più la luce del sole. Per ora non mi ci sono inoltrato di molto, ma oggi stesso mi sono fermato all’imboccatura ad arco del tunnel, e, sbirciando nelle sue nere profondità, ho giurato a me stesso che, non appena mi fossi rimesso in salute, avrei dedicato alcuni giorni di vacanza ad esplorare quelle misteriose profondità e a scoprire fin dove i romani sono penetrati nelle colline del Derbyshire.

Strano come siano superstiziosi questi contadini! Non l’avrei detto del giovane Armitage, poiché egli è un uomo di una certa istruzione e di carattere, e un ottimo giovane per la sua condizione sociale. Io mi trovavo in piedi vicino al Blue John Gap, quando attraversò il campo per venire verso di me.

“Be’, dottore” mi disse “non si può dire che lei abbia paura.”

“Paura!” gli risposi. “Paura di che?”

“Di quello” disse, indicando con il pollice il nero antro. “Del Terrore che abita nella caverna del Blue John.” Com’è assurdamente facile che una leggenda nasca in una campagna solitaria! Lo interrogai sui motivi della sua strana convinzione.

Pare che alcune pecore siano scomparse a intervalli dai campi, portate via di peso, stando ad Armitage. Che le pecore avessero potuto allontanarsi di propria iniziativa e perdersi sulle montagne, era un’ipotesi alla quale lui non volle dare credito.

Una volta trovarono una pozza di sangue, e dei ciuffi di lana.

Anche quello, gli feci notare, poteva avere una spiegazione del tutto naturale. Inoltre, le notti in cui le pecore sparivano, erano immancabilmente notti nuvolose e senza luna. Controbattei molto logicamente che erano proprio quelle le notti che un normale ladro di pecore sceglierebbe per svolgere il suo lavoro. Una volta, mi disse, era stata praticata un’apertura in un muro, e alcune delle pietre erano state ritrovate a una considerevole distanza. Anche questo, secondo me, poteva essere opera di un uomo. Infine, Armitage pose fine alla discussione dicendomi che lui aveva udito la Creatura con i propri orecchi, che, anzi, chiunque poteva udirla se si fermava per un po’ davanti al Gap.

Era un rombo lontano di immenso volume. Non potei trattenere un sorriso a questa uscita, conoscendo, come io conosco, gli strani riverberi provocati dai corsi d’acqua sotterranei che scorrono fra le voragini di una formazione calcarea. La mia incredulità irritò Armitage, tanto che mi voltò le spalle e si allontanò bruscamente.

Ed ora vengo alla parte più strana di tutta la faccenda. Ero ancora ritto vicino all’imbocco della caverna, intento a riflettere a proposito delle varie asserzioni di Armitage e a come si potessero facilmente spiegare in modo logico, quando improvvisamente, dalle profondità del tunnel accanto a me, emerse un suono straordinario. Come posso descriverlo? In primo luogo, sembrava che venisse da molto lontano, dalle viscere stesse della terra. In secondo luogo, nonostante questa impressione di lontananza, era molto forte. Infine, non era un rombo, né un tonfo, come potrebbe essere prodotto da una cascata d’acqua o dal rovinio di una pietra ma era piuttosto un lamento altissimo, tremulo e vibrante, quasi come il nitrito di un cavallo. Certo che era un’esperienza notevole e tale, lo ammetto, da dare un nuovo significato alle parole di Armitage. Attesi vicino al Blue John Gap per una mezz’ora e più, ma quel suono non si ripeté, e così tornai alla fattoria, piuttosto sconcertato da quanto era accaduto. Senz’altro esplorerò quella caverna quando mi sarò rimesso in forze. Naturalmente, la spiegazione di Armitage è troppo assurda per essere presa in considerazione, eppure quel suono era molto strano. Anche adesso, mentre scrivo, lo sento ancora risuonare nelle orecchie.

20 aprile. Negli ultimi tre giorni ho fatto varie spedizioni al Blue John Gap, e mi sono anche inoltrato per un breve tratto, ma la mia lampada a pila è così piccola e debole che non oso allontanarmi troppo. Mi organizzerò meglio. Non ho più udito alcun suono, e potrei quasi convincermi di essere rimasto vittima di un’allucinazione, suggerita, forse, dalle parole di Armitage.

Naturalmente, è una cosa assurda, eppure debbo confessare che quei cespugli all’imbocco della caverna danno l’impressione di essere stati calpestati da un’enorme creatura. Comincio a essere profondamente interessato. Non ho detto niente alle signorine Allerton, poiché esse sono già abbastanza superstiziose, ma ho comprato delle candele, e intendo indagare per conto mio.

Stamattina ho osservato che, fra i numerosi ciuffi di lana di pecora cosparsi fra i cespugli vicino alla caverna, ve n’era uno intriso di sangue. Naturalmente, la ragione mi dice che, se le pecore si avventurano in luoghi scoscesi, è facile che si feriscano, eppure in qualche modo quella macchia cremisi mi ha dato un improvviso tuffo al cuore, e per un istante mi sono trovato ad arretrare inorridito da quell’antico arco romano.

Pareva che un alito fetido si sprigionasse dalle nere profondità nelle quali scrutavo. E’ davvero possibile che qualche oggetto innominato, qualche spaventosa presenza, si nasconda laggiù? Sarei stato incapace di simili pensieri all’epoca in cui godevo di buona salute, ma si diventa più nervosi e fantasiosi quando la salute vacilla.

Lì per lì, pensai di rinunciare al mio progetto e di lasciare che il segreto dell’antica miniera, se pur esisteva, restasse insoluto per sempre. Ma stasera il mio interesse si è ravvivato e i miei nervi sono più saldi. Spero che domani riuscirò ad approfondire la questione.

22 aprile. Voglio tentare di descrivere il più accuratamente possibile la mia straordinaria esperienza di ieri. Mi incamminai nel pomeriggio verso il Blue John Gap. Confesso che le mie paure mi riassalirono quando mi trovai a scrutarne le nere profondità, e mi pentii di non essermi portato dietro un compagno con cui compiere l’esplorazione. Finalmente, con un ritorno di coraggio, accesi la mia candela, mi feci strada attraverso i rovi e mi inoltrai nel pozzo roccioso.

Il pozzo scende ad angolo acuto per una quindicina di metri, e in questo tratto il terreno è ricoperto di pietre. Da lì si diparte un lungo corridoio diritto, tagliato nella roccia. Non sono un geologo, ma il rivestimento di questo corridoio è indubbiamente di una materia più dura che non la pietra calcarea, poiché vi erano alcuni punti dove riuscivo a vedere i segni lasciati dai picconi degli antichi minatori, altrettanto freschi che se fossero stati lasciati ieri. Incespicando, percorsi questo strano, antico corridoio, mentre la debole fiamma della mia candela gettava attorno un tenue chiarore, che rendeva ancora più nere e minacciose le ombre che mi stavano davanti. Infine, arrivai in un punto dove il tunnel romano si apriva in una caverna prodotta dalle acque: un enorme antro, dal cui soffitto pendevano innumerevoli, lunghi ghiaccioli bianchi di deposito calcareo.

Aguzzando la vista, riuscii a vedere che da questa sala centrale si dipartivano un gran numero di diramazioni, formate da torrenti sotterranei, le quali si inoltravano nelle viscere della terra. Me ne stavo lì fermo, chiedendomi se mi convenisse tornare indietro, o se avevo l’ardire di avventurarmi oltre in quel pericoloso labirinto, quando il mio sguardo cadde su qualcosa ai miei piedi, che attirò prepotentemente la mia attenzione.

Il pavimento della caverna era in genere ricoperto da massi di pietra e da dure incrostazioni di calcio, ma in quel particolare punto vi era stato uno sgocciolio dal soffitto, che aveva lasciato una vasta chiazza di fango molle. Nel bel mezzo di questa, vi era un’enorme infossatura, un segno dai contorni mal definiti, profondo, largo e irregolare, come se vi fosse caduto un pesante masso. Eppure non vidi nessuna pietra rotolata lì vicino, né qualsiasi altra cosa che potesse giustificare quel segno. Era molto, troppo grande per essere l’orma di un qualsiasi animale e, inoltre, ve ne era una sola, e la chiazza di fango era di una misura tale che nessuno avrebbe potuto superarla con un solo passo. Quando rialzai la testa dopo aver esaminato quella singolare traccia e mi fui guardato attorno, in quelle ombre nere che mi circondavano, debbo confessare che provai per un istante uno sgradevole senso di paura e, per quanto tentassi di dominarmi, la candela tremò nella mia mano protesa.

Ben presto comunque riacquistai il mio sangue freddo, riflettendo come fosse assurdo associare una così vasta e informe traccia con l’orma di qualsiasi animale noto all’uomo. Neppure un elefante avrebbe potuto lasciarla. Decisi pertanto che non avrei permesso a delle vaghe e informi paure di impedirmi di portare a termine la mia esplorazione. Prima di proseguire, presi accuratamente nota di una bizzarra formazione calcarea nella parete, dalla quale avrei potuto riconoscere l’entrata del tunnel romano. Era una precauzione indispensabile, poiché la vasta caverna, fin dove potevo vedere, era intersecata da diramazioni. Essendomi garantito il ritorno, e dopo aver riesaminato la scorta delle candele e dei fiammiferi, presi ad avanzare lentamente sul terreno roccioso e sconnesso.

Fu allora che mi capitò l’improvviso e agghiacciante disastro. Un torrentello con poca acqua ma largo cinque o sei metri, attraversava il mio cammino, e io percorsi una certa distanza lungo la riva per trovare un punto che mi permettesse di attraversarlo senza bagnarmi i piedi. Infine, giunsi in un punto dove un unico masso piatto affiorava proprio in mezzo al corso, e che io potevo raggiungere con un solo passo. Purtroppo, invece, sotto la superficie del masso, la pietra era stata consumata dallo scorrere delle acque, cosicché quando ci appoggiai il mio peso si inchinò e mi catapultò nell’acqua gelida. La mia candela si spense, e mi ritrovai immerso nella più completa e totale oscurità.

Mi rialzai incespicando, più divertito che spaventato dalla mia avventura. La candela mi era caduta di mano e si era persa nel fiume, ma ne avevo altre due in tasca, quindi la perdita non era di nessuna importanza. Ne approntai un’altra, e tirai fuori la mia scatola di fiammiferi per accenderla. Soltanto allora mi resi conto della situazione. La scatola si era inzuppata durante il mio tuffo nel fiume. Era impossibile accendere i fiammiferi.

Quando mi resi conto di quel fatto mi sembrò che una gelida mano mi ghermisse il cuore. L’oscurità era densa, orribile, così totale da farmi alzare una mano al viso, come per respingere qualcosa di solido. Rimasi immobile, dominandomi con uno sforzo. Tentai di ricostruire nella mia mente una mappa della caverna, come l’avevo vista per l’ultima volta. Ahimè, gli orientamenti che si erano impressi nella mia mente erano in alto sulle pareti, e non avrei potuto ritrovarli al tatto. Comunque, ricordavo vagamente come fossero disposte le pareti, e sperai, strisciando, di arrivare prima o poi all’entrata del tunnel romano. Muovendomi lentamente, e battendo di continuo contro le rocce, mi accinsi a questo disperato tentativo.

Ben presto però mi resi conto di come fosse impossibile. In quell’oscurità nera e ovattata, l’orientamento si perdeva di colpo. Prima che avessi percorso dieci passi, ero completamente confuso e non avevo la minima idea di dove mi trovassi. Lo scroscio del corso d’acqua, l’unico suono percettibile, mi indicava dove si trovasse, ma, non appena ne abbandonavo la riva, ero irrimediabilmente perso. L’idea di ripercorrere i miei passi nella totale oscurità in quel labirinto di pietra era chiaramente un’impresa impossibile.

Mi sedetti su un masso, e riflettei sulla mia situazione. Non avevo detto a nessuno che intendevo scendere nella miniera, ed era improbabile che mi venissero a cercare laggiù. Dovevo quindi fare affidamento sulle mie sole forze per cavarmi d’impiccio. Vi era una sola speranza, e cioè che i fiammiferi si sarebbero asciugati.

Quando ero caduto nell’acqua, soltanto una metà del mio corpo si era bagnata. La mia spalla sinistra era rimasta fuori dall’acqua.

Perciò presi la scatola di fiammiferi e la misi sotto l’ascella sinistra. La mia speranza era che il calore del mio corpo vincesse l’aria umida della caverna, ma anche nel migliore dei casi, sapevo che non avrei potuto accendere un fiammifero per molte ore. Nel frattempo, non potevo fare altro che aspettare.

Per mia fortuna, mi ero ficcato parecchi biscotti in tasca prima di lasciare la fattoria. Li divorai, buttandoli giù con un sorso d’acqua di quel maledetto ruscello che era la causa di tutte le mie disgrazie. Poi mi diedi da fare per trovare fra i massi un sedile comodo e avendo trovato un posto dove poter appoggiare la schiena, allungai le gambe e mi preparai all’attesa. Ero bagnato e infreddolito, ma tentai di rallegrarmi pensando che la medicina moderna prescrive per la mia malattia le finestre aperte e le passeggiate col brutto e col bel tempo. Pian piano, cullato dal monotono gorgoglio del fiume e dalla profonda oscurità, caddi in un sonno agitato.

Non so dire quanto dormii. Forse un’ora, forse parecchie ore.

Improvvisamente balzai a sedere sul mio letto di roccia, con ogni nervo percorso da un fremito, e ogni senso all’erta. Al di là di ogni possibile dubbio, avevo udito un suono, un suono molto diverso dal gorgoglio dell’acqua. Era passato, ma l’eco perdurava ancora nei miei orecchi. Si trattava forse di una spedizione di salvataggio? Ma in quel caso, mi avrebbero certamente chiamato, e per vago che fosse il suono che mi aveva svegliato, era molto diverso dalla voce umana. Rimasi immobile, tremante, incapace di respirare. Eccolo di nuovo! E di nuovo! Adesso era diventato continuo. Era un passo, sì, certamente era il passo di qualche creatura vivente. Ma quale passo! Dava l’impressione di un peso enorme portato da piedi spugnosi, che emettevano un suono attutito e pur pieno. L’oscurità era sempre assoluta, ma il passo era deciso e regolare. E veniva senza alcun dubbio nella mia direzione.

Al suono di quel passo poderoso e risoluto mi si rizzarono i capelli e mi si ghiacciò la pelle. Vi era una creatura lì e, a giudicare dalla velocità con cui avanzava, era un essere che poteva vedere al buio. Mi appiattii sulla roccia, tentando di diventare tutt’uno con essa. I passi si avvicinarono ancora di più, poi si fermarono, e ben presto fui conscio di un rumoroso sciacquio e gorgoglio. La creatura stava abbeverandosi al fiume.

Poi vi fu nuovamente silenzio, interrotto da una successione di respiri e grugniti di tremendo volume e energia. La creatura aveva colto il mio odore? Le mie proprie narici furono colpite da un puzzo fetido, mefitico, abominevole. Poi udii nuovamente i passi.

Adesso erano sulla sponda del fiume dove mi trovavo. Le pietre scricchiolarono a pochi metri di distanza da me. Mi rannicchiai sulla mia roccia, trattenendo perfino il respiro. Poi i passi si allontanarono. Udii gli schizzi mentre la Creatura attraversava nuovamente il fiume, poi il suono si allontanò nella direzione dalla quale era venuto, fino a scomparire del tutto.

Rimasi a lungo disteso sulla roccia, troppo terrorizzato per potermi muovere. Ripensai al suono che avevo udito, proveniente dalle nere viscere della caverna, ripensai alle paure di Armitage, alla strana orma impressa nel fango, ed ora a quest’ultima e irrefutabile prova che vi era davvero qualche inconcepibile mostro, qualcosa di ignoto e di spaventoso, che stava in agguato nel cuore della montagna. Non potevo farmi alcuna idea della sua forma o della sua natura. La lotta fra la ragione, che mi diceva che simili cose non esistono, e i miei sensi, che mi dicevano che esse esistono, infuriava dentro di me mentre giacevo. Infine, ero quasi disposto a convincermi che questa esperienza era stata parte di un angoscioso incubo, e che le mie anormali condizioni di salute avrebbero potuto evocare un’allucinazione. Ma dovevo ancora affrontare un’ulteriore esperienza, la quale rimosse ogni possibile dubbio dalla mia mente.

Avevo preso i fiammiferi dalla mia ascella e li avevo tastati.

Sembravano perfettamente asciutti e rassodati. Chinandomi verso una fessura fra le rocce, tentai di accenderne uno. Con mia grande gioia, prese immediatamente fuoco. Accesi la candela e, con un’ultima occhiata terrorizzata verso le oscure profondità della caverna, mi affrettai in direzione del tunnel romano. Così facendo, passai davanti alla chiazza di fango sulla quale avevo visto la gigantesca orma. Rimasi inchiodato dallo stupore, poiché ora vi erano tre orme uguali sulla sua superficie, enormi di misura, irregolari di contorno, e di una profondità che rivelava il peso poderoso che le aveva impresse. Allora una paura incontrollabile si impossessò di me. Chinandomi e riparando la fiamma della candela con una mano, corsi in preda a un parossismo di paura verso l’arco di pietra, mi affrettai su per la salita, senza mai fermarmi finché, i piedi doloranti e i polmoni in fiamme, non ebbi superato l’ultimo tratto, non mi fui aperto un varco fra i rovi, e non mi fui gettato esausto sulla morbida erba sotto la tranquilla luce delle stelle. Erano le tre del mattino quando raggiunsi la fattoria, e ancora oggi sono agitato e sconvolto dalla mia spaventosa avventura. Per il momento non ne ho parlato a nessuno. Bisogna agire con prudenza. Che cosa potrebbero pensare queste povere donne sole, o questi contadini ignoranti se raccontassi loro la mia esperienza? E’ meglio che mi rivolga a qualcuno in grado di capirmi e di consigliarmi.

25 aprile. Sono dovuto restare a letto due giorni dopo la mia incredibile avventura nella caverna. Adopero l’aggettivo nel suo senso più autentico, perché nel frattempo mi è capitata un’esperienza che mi ha sconvolto quasi quanto l’altra. Ho detto come intendessi cercare qualcuno che mi potesse consigliare. Vi è un certo dottor Mark Johnson che esercita a pochi chilometri da qui. E’ stato il professor Saunderson a raccomandarmelo. Andai a trovarlo, quando mi fui sufficientemente rimesso, e gli raccontai la mia strana esperienza. Egli mi ascoltò attentamente, poi mi visitò con cura, con particolare riguardo ai miei riflessi e alle pupille degli occhi. Quando ebbe terminato, si rifiutò di parlare della mia avventura, dicendo che non era di sua competenza, ma mi diede un biglietto per il signor Picton di Castleton, consigliandomi di andare immediatamente da lui e di raccontargli la storia esattamente come l’avevo raccontata a lui. Il signor Picton era, secondo lui, l’uomo che faceva al caso mio. Andai dunque alla stazione, e mi recai nella piccola cittadina, che dista una quindicina di chilometri. Il signor Picton doveva essere un tipo di una certa importanza, poiché la sua targa di ottone faceva bella mostra di sé sul portone di uno dei più grossi edifici alla periferia della città. Stavo per suonare il campanello, quando fui assalito da un dubbio e, attraversata la strada, entrai in un negozio, chiedendo all’uomo dietro al banco ragguagli sul signor Picton.

“Ma come” mi disse “è il miglior medico alienista di tutto il Derbyshire, e quello è il suo manicomio.” Come potete bene immaginare, mi affrettai a lasciare Castleton e a tornare alla fattoria, maledicendo tutti i pedanti privi di fantasia, incapaci di concepire che possano esistere delle cose nel creato, che essi non abbiano toccato con mano. Dopotutto, adesso che sono più calmo, sono disposto ad ammettere che io stesso non fui più comprensivo nei confronti di Armitage di quanto il dottor Johnson non lo sia stato con me.

27 aprile. Da studente, avevo la fama di essere un uomo coraggioso e intraprendente. Ricordo che quando andammo a caccia di fantasmi a Coltbridge, fui io a vegliare nella casa frequentata dagli spettri. Sono gli anni (ma, dopotutto, ne ho soltanto trentacinque), o è questa malattia fisica la causa della mia degenerazione? Certo che il mio cuore trema di paura, quando penso a quell’orribile caverna nella collina, e alla certezza che in essa risiede qualche mostruoso occupante. Che cosa debbo fare? Mi dibatto continuamente in questa incertezza. Se non dico niente, allora il mistero rimane insoluto. Se viceversa parlo, ho l’alternativa di gettare un angoscioso allarme su tutta la zona, o di suscitare un’assoluta incredulità che potrebbe farmi finire in manicomio. Visto e considerato il problema, credo che mi convenga aspettare, e preparare una spedizione più metodica e meglio organizzata dell’ultima. Il primo passo è stato di recarmi a Castleton per ottenere alcune cose indispensabili: per incominciare una grossa lanterna ad acetilene, e una buona doppietta da caccia. Quest’ultima l’ho noleggiata, ma ho acquistato una dozzina di cartucce per la caccia grossa, capaci di atterrare anche un rinoceronte. Adesso sono pronto per il mio amico troglodita. Se mi sarà concessa un po’ di salute e un pizzico di energia, mi sentirò in grado di affrontarlo. Ma chi e che cos’è quella creatura? Ah! è questa la domanda che si frappone fra me e il sonno. Quante ipotesi continuo a formulare, solo per scartarle ad una ad una! E’ tutto così inconcepibile. Eppure il grido, l’orma, il passo nella caverna, nessun ragionamento può farli scomparire. Penso alle antiche leggende di draghi e di altri mostri. E’ possibile dunque che non fossero, come noi le ritenevamo, puro frutto di fantasia? E’ possibile che fossero basate su fatti realmente accaduti, e sono proprio io, fra tutti i mortali, quello prescelto per svelarli?

3 maggio. Per alcuni giorni sono stato costretto a rimanere a letto, grazie ai capricci della primavera inglese. Durante quei giorni vi sono stati degli avvenimenti il cui vero e sinistro significato non può essere compreso da nessuno, tranne che da me.

Aggiungo che ultimamente abbiamo avuto una serie di notti nuvolose e senza luna che, stando alle mie informazioni, erano quelle in cui le pecore sparivano. Be’, alcune pecore sono scomparse. Due pecore delle signorine Allerton, una del vecchio Pearson di Cat Walk, e una della signora Moulton. Un totale di quattro, in tre notti. Di esse non è rimasta traccia alcuna, ma nella zona circolano voci sulla presenza di zingari e ladri di bestiame.

E’ accaduto però un fatto più grave di questo. E’ scomparso anche il giovane Armitage. Ha lasciato la sua casetta nella brughiera mercoledì sera di buonora, e da allora non se ne è più saputo niente. Viveva solo, quindi la sua scomparsa ha destato meno scalpore di quanto non avrebbe fatto se avesse avuto famiglia. La gente dice che lo ha fatto per sfuggire ai suoi debitori, che avrà trovato lavoro da qualche altra parte, e che ben presto scriverà per farsi mandare i suoi effetti personali. Ma io ho dei gravi dubbi. Non è più probabile che la recente scomparsa delle pecore lo abbia indotto a un’azione che potrebbe aver provocato la sua fine? Potrebbe, per esempio, avere teso un trabocchetto alla creatura mostruosa e anonima ed essere stato da essa ghermito e portato nella tana nella montagna. Quale inconcepibile sorte, per un inglese civilizzato del ventesimo secolo! Eppure io sento che è possibile, e perfino probabile. Ma in tal caso, fino a dove sono io responsabile, sia della sua morte che di qualsiasi altro disastro che possa accadere? Sicuramente, essendo al corrente di alcuni fatti, dovrei far prendere qualche provvedimento, o, se necessario, dovrei prenderli io stesso. Ma credo proprio che non mi resti che quest’ultima soluzione, poiché stamattina mi sono recato al posto di polizia locale, e ho raccontato la mia storia.

Mentre parlavo, l’ispettore segnava qualcosa in un grosso libro e poi mi accompagnò alla porta con encomiabile serietà, ma prima che fossi arrivato in fondo al viottolo del suo giardino, udii uno scoppio di risa. Certamente stava raccontando la mia avventura alla sua famiglia.

10 giugno. Sto scrivendo questi appunti seduto a letto; sono passate sei settimane dalle mie ultime annotazioni in questo diario. Ho subìto uno choc terribile, sia psichico che fisico in seguito a un’esperienza che raramente può essere accaduta a un essere umano. Ma ho ottenuto il mio scopo. La fonte del terrore che sopravviveva nel Blue John Gap è scomparsa per sempre. Almeno io, povero invalido, ho fatto questo per il bene comune. Lasciate che racconti il più chiaramente possibile ciò che è accaduto.

La notte di venerdì, 3 maggio, era buia e nuvolosa, proprio il tipo di notte in cui il mostro si sarebbe spinto fuori dalla sua tana. Verso le undici, sono uscito dalla fattoria con la mia lanterna e il mio fucile, dopo aver lasciato un biglietto sul tavolo in camera mia, in cui dicevo che se non fossi tornato, avrebbero dovuto mandare una squadra di soccorso in direzione del Blue John Gap. Mi recai all’imbocco della miniera romana e, dopo essermi appostato fra i massi vicino all’arco, spensi la lanterna e attesi pazientemente con il fucile carico a portata di mano.

Fu un’attesa malinconica. Vedevo lungo il fondovalle le luci sparse delle fattorie, e da lontano giungevano i rintocchi del campanile di Chapel-le-Dale. Questi lontani segni di vita servirono soltanto a farmi sentire più solo, e a rendere necessario uno sforzo maggiore per superare il terrore che mi istigava continuamente a tornare alla fattoria e ad abbandonare per sempre questa pericolosa impresa. Eppure ogni uomo possiede, radicato in sé profondamente, un forte amor proprio che gli rende difficile di abbandonare un’impresa una volta che l’abbia incominciata. Questo orgoglio fu la mia salvezza, e fu soltanto quello a tenermi inchiodato lì, quando ogni mio istinto mi avrebbe trascinato lontano. Adesso sono felice di averne avuto la forza.

Nonostante tutto ciò che mi è costato, la mia dignità non ha subìto affronti.

Suonarono le dodici al lontano campanile, poi l’una, e le due. Era l’ora più buia della notte. Le nuvole vagavano basse, e neanche una stella riluceva nel cielo. Non vi era alcun suono, tranne l’occasionale grido di una civetta e il dolce respiro del vento.

Poi improvvisamente li udii, Da molto lontano in fondo al tunnel, udii quei passi attutiti, così dolci eppure minacciosi. Udii anche il crepitare dei sassi mentre cedevano sotto a quel passo gigantesco. I passi si avvicinarono sempre di più. Mi furono a ridosso. Udii un rovinio fra i cespugli attorno all’imboccatura, e poi a malapena intravidi delinearsi nell’oscurità una forma enorme, una mostruosa creatura rudimentale, che usciva veloce e silenziosa dal tunnel. Fui paralizzato dalla paura e dallo stupore. Per quanto avessi atteso a lungo, adesso che la creatura era veramente apparsa, ero impreparato al colpo. Rimasi disteso, immobile, senza respiro, mentre l’enorme massa scura mi passò accanto e scomparve nella notte.

Mi preparai al suo ritorno. Nessun suono giungeva dalla campagna immersa nel sonno, a raccontare del mostro che vi vagava in libertà. Non potevo in alcun modo giudicare a quale distanza fosse andato, che cosa stesse facendo, o quando sarebbe tornato. Ma il mio coraggio non mi avrebbe abbandonato di nuovo, il mostro non sarebbe passato indisturbato una seconda volta. Lo giurai a denti stretti, mentre appoggiavo il mio fucile puntato sulla roccia.

Eppure, per poco non accadde. Non ebbi alcun avviso che la creatura stesse attraversando il campo. Improvvisamente, come un’enorme ombra vagante, l’immensa mole mi si parò nuovamente davanti, diretta all’ingresso della caverna. Provai ancora una volta quella paralisi della volontà, che mi inchiodava l’indice impotente sul grilletto. Ma riuscii a liberarmene con uno sforzo disperato. Nell’istante stesso in cui i cespugli stormirono, e la mostruosa bestia si confuse con l’ombra del Gap, feci fuoco su quella forma fuggente. Alla luce della fiammata del fucile, intravidi una grande massa irsuta, un qualcosa rivestito di un irto e ruvido pelo di un grigio stinto, che si faceva bianco nelle parti inferiori, il cui corpo enorme poggiava su corte zampe, tozze e ricurve. Ebbi quell’unica fugace visione, poi udii un rotolio di sassi mentre la creatura fuggiva nella sua tana. In un attimo, con una trionfale e improvvisa rivoluzione di sentimenti, avevo gettato le mie paure al vento, e scoprendo la mia potente lanterna, con il fucile in mano, balzai giù dalla mia roccia e mi precipitai dietro al mostro lungo la vecchia miniera romana.

La mia magnifica lampada gettava davanti a me un potente raggio di luce, molto diverso dal tremulo bagliore giallastro che mi aveva rischiarato il cammino soltanto dodici giorni prima. Mentre correvo, vedevo l’immane bestione caracollare davanti a me, con la sua enorme mole che riempiva tutto lo spazio da una parete all’altra. Il suo pelo, simile a una massa di ruvida stoppa sbiadita, ricadeva in lunghi folti ciuffi che ondeggiavano a ogni passo. Il suo vello lo faceva somigliare a un’enorme pecora mai tosata, ma la sua mole oltrepassava quella del più grande elefante, e la sua larghezza era tale quale la sua altezza. Adesso che ci ripenso, sono stupito di aver avuto il coraggio di inseguire un simile mostro nelle viscere della terra, ma quando il proprio sangue bolle nelle vene e la preda ha le ali ai piedi, si risveglia l’antico, primitivo istinto del cacciatore e ogni prudenza viene messa da parte. Fucile imbracciato, correvo a tutta velocità all’inseguimento del mostro.

Mi ero reso conto che la creatura era veloce. Ora dovevo scoprire, a mio danno, che essa era anche molto astuta. Avevo creduto che stesse fuggendo in preda al panico, e che io dovessi soltanto inseguirla. L’idea che potesse rivoltarsi contro di me, non aveva neppure sfiorato la mia mente esaltata. Ho già spiegato come il tunnel lungo il quale correvo, si aprisse in una vasta caverna centrale. Mi precipitai in questa caverna, temendo di perdere ogni traccia del bestione. Ma questi si era girato improvvisamente, e l’istante dopo ci trovammo l’uno di fronte all’altro.

Quell’immagine, vista alla bianca e brillante luce della mia lanterna, è scolpita per sempre nel mio cervello. Il mostro si era impennato sulle zampe posteriori come farebbe un orso, e mi sovrastava, enorme, minaccioso, una creatura come neanche il peggiore degli incubi aveva mai evocato alla mia mente. Ho detto che si era impennato come un orso, e infatti vi era qualcosa dell’orso, se si riesce a concepire un orso dieci volte più grande di qualsiasi orso mai visto sulla terra, nella sua posizione e nel suo atteggiamento, nelle sue grandi zampe anteriori ricurve munite di artigli bianco-avorio, nella sua pelle rugosa, e nelle sue fauci spalancate e rossastre, orlate di mostruose zanne. Soltanto in una cosa esso differiva da un orso, o da qualsiasi altra creatura esistente, e anche in quell’istante supremo, quando vidi che gli occhi che rilucevano al raggio della mia lanterna, erano degli enormi bulbi sporgenti, bianchi e privi di vista, un brivido di orrore mi percorse. Per una frazione di secondo le sue gigantesche zampe rotearono sopra la mia testa. Poi cadde in avanti sopra di me, io e la mia lanterna rotta precipitammo a terra, e non ricordo altro.

Quando ripresi conoscenza, mi trovavo nella fattoria delle Allerton. Erano trascorsi due giorni dalla mia terribile avventura nel Blue John Gap. Pare che fossi rimasto tutta la notte nella caverna, privo di conoscenza in seguito a commozione cerebrale, con il braccio sinistro e due costole fratturati. La mattina dopo era stato trovato il mio biglietto, una dozzina di contadini avevano organizzato una spedizione di soccorso, ed io ero stato trovato e riportato nella mia camera, dove da allora ero rimasto in preda al delirio. Pare che non vi fosse traccia del mostro, né alcuna macchia di sangue a testimoniare che la mia pallottola lo avesse colpito mentre mi passava davanti. Tranne le mie condizioni e le orme nel fango, non vi era niente che dimostrasse che ciò che dicevo era vero.

Adesso sono passate sei settimane, e io sono nuovamente in grado di sedere all’aperto, sotto i tiepidi raggi del sole. Proprio dirimpetto a me si erge la ripida collina, grigia di rocce porose, e laggiù, sul pendio, c’è la nera fessura che segna l’imbocco del Blue John Gap. Ma essa non è più fonte di terrore. Non passerà mai più, per quel sinistro tunnel, alcuna mostruosa creatura per avventurarsi nel mondo degli uomini. Le persone istruite e gli uomini di scienza, il dottor Johnson e i suoi simili potranno sorridere del mio racconto, ma le semplici genti della regione non hanno mai dubitato della sua veridicità. Il giorno dopo che io ebbi ripreso conoscenza, essi si radunarono a centinaia attorno al Blue John Gap. Ecco il resoconto del “Castleton Courier”:

“Non è servito a nulla che il nostro corrispondente, o parecchi degli avventurosi giovanotti convenuti da Matlock, Buxton, o altri villaggi, si offrissero di scendere, di esplorare la caverna fino in fondo, e di mettere finalmente alla prova lo straordinario racconto del dottor James Hardcastle. I contadini locali si erano impadroniti della situazione, e fin dalle prime ore del mattino avevano lavorato di lena per bloccare l’ingresso del tunnel. Vi è una ripida discesa subito dopo l’imbocco, e centinaia di mani volonterose hanno spinto un gran numero di enormi massi giù per la china, finché il Gap non è stato completamente ostruito. Così si conclude l’episodio che ha destato tanta agitazione in tutto il paese. L’opinione locale è ferocemente divisa sulla questione. Da una parte, vi sono quelli che fanno notare come la salute del dottor Hardcastle sia compromessa, per cui ci sarebbe la possibilità di lesioni cerebrali di origine tubercolare che hanno dato luogo a strane allucinazioni. Secondo loro, qualche “idée fixe” ha spinto il dottore ad avventurarsi nel tunnel, e una caduta fra le rocce è più che sufficiente per spiegare le sue ferite. D’altra parte, una leggenda a proposito di una strana creatura nel Gap circolava già da vari mesi, e i contadini considerano il racconto del dottor Hardcastle e le sue lesioni come la prova decisiva. Così l’episodio si conclude nell’incertezza, e nell’incertezza perdurerà, poiché ormai non ci sembra più possibile alcuna soluzione definitiva. Una spiegazione scientifica che possa chiarire quanto Hardcastle afferma, trascende le possibilità della mente umana.”

Forse, prima che il “Courier” pubblicasse queste parole, sarebbe stato più saggio mandare da me il loro cronista. Ho riflettuto a lungo sull’accaduto, più di quanto chiunque altro possa aver fatto. E’ quindi possibile che io avrei potuto eliminare alcuni aspetti apparentemente incredibili del mio racconto, rendendo più plausibile una spiegazione scientifica. Lasciate che esponga l’unica spiegazione che secondo me può chiarire ciò che ho imparato a mie spese, e che so corrispondere a verità. La mia teoria potrà sembrare altamente improbabile, ma perlomeno nessuno oserà dire che sia impossibile.

La mia opinione è, e me la sono formata, come il diario dimostra, prima della mia avventura, che in questa regione dell’Inghilterra esiste un vasto lago o mare sotterraneo, alimentato da numerosi corsi d’acqua che si infiltrano attraverso la pietra calcarea.

Dove esiste una grande quantità di acqua, deve esistere anche dell’evaporazione, nebbia o pioggia, e la possibilità di una determinata vegetazione. A sua volta ciò suggerisce che possa sussistere una vita animale, derivante, allo stesso modo della vita vegetale, da quei semi e da quei prototipi che furono introdotti in un’epoca antichissima della storia del mondo, quando la comunicazione con il mondo esterno era più facile. Questo luogo aveva sviluppato a quei tempi una flora e fauna particolari, ivi compresi dei mostri simili a quello che io ho visto e che potrebbero essere benissimo l’antico orso delle caverne, enormemente ingrandito e modificato dalle nuove condizioni ambientali. Per un numero incalcolabile di millenni, quei due mondi, uno interno e uno esterno, sono rimasti divisi, allontanandosi l’uno dall’altro sempre di più. Poi si deve essere prodotta qualche crepa nelle profondità della montagna, che ha permesso a una di queste creature di salire e, per mezzo del tunnel romano, di raggiungere l’aria aperta. Come tutti gli abitanti del mondo sotterraneo, essa era priva della vista, ma indubbiamente la natura aveva provveduto a dotarla di altre capacità. E’ certo che avesse un sistema per orientarsi e per cacciare le pecore sul pendio della collina. In quanto alla sua scelta delle notti oscure, fa parte della mia teoria che la luce è intollerabile per quegli enormi bulbi oculari bianchi, per cui essi possono tollerare soltanto un mondo immerso nella oscurità più completa. Può, anzi, darsi che fu proprio il riverbero della mia lanterna a salvarmi la vita in quello spaventoso istante in cui ci trovammo faccia a faccia. E’ così che io spiego l’enigma.

Lascio questi fatti ai miei posteri, e se voi potete spiegarli, fatelo pure; o se preferite diffidatene pure. Né la vostra fiducia né la vostra incredulità possono mutarli, o influire in modo alcuno su una persona il cui compito è quasi terminato.

Così finiva lo strano racconto del dottor James Hardcastle.