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Wolf Creek

Tre amici attraversano l'outback australiano su una macchina presa a noleggio.

LA TRAMA
Tre amici attraversano l’outback australiano su una macchina presa a noleggio. Quando arrivano nel parco nazionale di Wolf Creek la loro auto subisce uno strano guasto. I cellulari non funzionano e non c’è nessuno nel raggio di miglia. Proprio quando i tre pensano al peggio giunge in loro soccorso Mick un uomo di poche parole che si offre di aiutarli. Ma l’uomo ha tutto fuorché buone intenzioni e una spensierata vacanza on the road si trasforma nel peggiore degli incubi…

PROFILO CRITICO
In un panorama horror sempre più anestetizzato e appiattito sulla moda dei remake che coinvolgono tanto i classici degli anni ‘70 e ‘80 quanto le più recenti pellicole orientali capita ogni tanto che qualche regista tiri fuori un prodotto valido forte di sostanza. Non necessariamente qualcosa di innovativo o particolarmente “personale” ma sono poi questi i parametri secondo cui andrebbe giudicato un film appartenente al genere ma un’opera che comunque riesca a rielaborare le influenze che denuncia con onestà non facendo mancare quell’immediatezza e quell’impatto grafico in grado di colpire allo stomaco e ai nervi dello spettatore. E’ciò che è successo con questo Wolf Creek che si segnala per un impatto visivo e un lavoro sulla tensione di tutto rispetto.

Non fa mistero delle sue influenze questo esordio nel lungometraggio dell’australiano Greg McLean: lo spunto di partenza ricorda l’hooperiano Non aprite quella porta particolarmente “saccheggiato” dall’horror degli ultimi anni basti pensare al remake ufficiale a La casa dei 1000 corpi a Wrong Turn… mentre l’ambientazione e il tono semidocumentaristico rimandano al più recente e discusso The Blair Witch Project. McLean che per sua stessa ammissione ha girato il film pensando all’impatto visivo dei film del Dogma 95 di Lars Von Trier ha usato una macchina da presa digitale saturando la fotografia con tonalità livide anche nelle scene diurne e donando al film un look antinaturalistico che fa respirare angoscia fin dalle prime sequenze appena sotto la patina da teen movie. Indugia sui misteriosi e selvaggi paesaggi dell’outback australiano il regista e fa montare la tensione lentamente preparando lo spettatore all’esplosione di follia e violenza al centro del film: non si dubita mai che qualcosa di spaventoso stia per accadere e McLean è bravo a giocare con i nervi dello spettatore rendendo l’attesa difficile da sostenere.
Nel suo insieme a livello di messa in scena il regista sembra insomma sapere il fatto suo con un’idea dell’orrore tutto umano e per questo ancora più disturbante molto precisa e ottimamente trasportata in immagini. Da segnalare infine la buona colonna sonora che controbatte con i suoi toni cupi sia la maestosità degli esterni che la claustrofobia del “carcere” dei giovani protagonisti e le buone prove attoriali tra cui spicca quella di John Jarratt che caratterizza il “mostro” con l’indispensabile dose di ironia dovuta per il ruolo.

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