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La casa del diavolo (The devil’s reject).

Dopo gli allucinanti eventi raccontati in House of 1000 corpses, la famiglia di Capitan Spaulding si trova braccata dalla polizia. La loro fuga si incrocia con un’orchestra di folk americano e con uno stranissimo bordello, gestito da un amico di infanzia del folle clown sanguinario.

Il cinema horror americano ha sempre fatto affidamento su una serie di luoghi topici che rendessero, in qualche modo, riconoscibile l’orrore.
Luoghi famigliari all’America rurale, considerati da sempre perfette oasi di pace e tranquillità.
La prima mazzata arrivò negli anni ’70 con il seminale The Texas chainsaw massacre (in Italia Non aprite quella porta) che dettò una legge fondamentale: se si vuole trascinare lo spettatore nell’orrore più insostenibile, immergi il racconto nella polvere, nel fango e nella sporcizia.
Da lì in poi c’è stata una messe di racconti che si rifanno alla tipologia dettata da Hooper.
Chi più chi meno ha realizzato pellicole inquietanti, forti di questa sensazione settica, malsana e putribonda.
Ultimamente l’horror si era smarcato da questi luoghi, dedicandosi ai college e alle famiglie borderline finchè non si è deciso di recuperare questo topos con il remake di quel chainsaw massacre e con un film che ne è la trasposizione ideale: house of 1000 corpses (in Italia La casa dei mille corpi, che dimostra ancora una volta quanto i titolisti italiani conoscano l’inglese: corpses è cadaveri, non corpi…ma tant’è).
Rob Zombie, che firmava quell’incredibile pellicola, viene dalla musica: titolare di un gruppo come i White Zombie e firmatario di alcune fra le canzoni più note fra le nuove generazioni di metallari.
Il nostro, che in foto sembra esattamente uno dei protagonisti dei suoi film, torna dietro la pellicola per girare un sequel del suo esordio, che sequel però non sembra esserlo (almeno secondo l’aurea regola di rispettare i luoghi dell’originale…o quantomeno le atmosfere ideali).
Se nel primo atto di questa macabra ed esaltante saga si notava una stasi (una casa) in questo The devil’s reject la forma è il movimento, la fuga: ci si muove verso un luogo sicuro, lasciando dietro di sé una devastazione senza precedenti.

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