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Il Miglio Verde, 10 anni dopo

A dicembre 1999, ormai quasi 10 anni fa, usciva nelle sale Il Miglio Verde, splendido film tratto da Stephen King.

Immagine del film

Quasi 10 anni fa, a dicembre 1999, nelle sale americane si proiettava in prima visione Il Miglio Verde, film di Frank Darabont tratto dal romanzo di Stephen King pubblicato a puntate quattro anni prima.

Ancora oggi, a rivederlo, non si può rimanere indifferenti di fronte alla bellezza, al fascino, ai buoni sentimenti, alla pietà cristiana, alla commozione pura che fuoriescono dalle immagini di questa pellicola.

Dopo il già sontuoso lavoro compiuto su Le ali della libertà, Darabont conferma di sapere come nessun altro trattare per il cinema la materia narrativa di King (e lo sottolineerà di nuovo con The Mist, appena uscito in Dvd). Qui va con estrema calma, si prende tutto il tempo di cui ha bisogno (180 minuti), e dipana senz’alcuna fretta questa storia anti-razzista in cui il “nero grande e grosso”, John Coffey (“come la bevanda, ma scritto in maniera totalmente diversa”), altro non è se non un Angelo di oltre due metri, sceso dal cielo per provare ad estirpare un po’ del Male assoluto che regna nell’imbecille razza umana.

Attorno a lui, alla sua pantagruelica bontà, in un circolo drammaturgico in cui ogni pedina è posta esattamente al punto giusto, ci sono i quattro secondini del Miglio Verde, tutte brave persone che imparano ad aprire il loro cuore e credere nell’impossibile, e un piccolo topolino, Mr. Jingles, che recherà sollievo all’Io narrante Paul Edgecomb per tanto e tanto tempo a venire, fino a desiderare la morte senza ottenerla.

Darabont ha preso in mano uno dei più bei romanzi dell’intera carriera di King, e l’ha trasformato in film lavorando obbligatoriamente di sottrazione, ma tenendo ben saldi tutti i punti fermi della storia. Ha poi avuto il merito di scegliere un cast sontuoso e credibile, al cui cospetto non si vede come si potesse fare di meglio: impegnato e solidissimo Tom Hanks, granitico e bravissimo “Brutal” David Morse (attore che non ha mai avuto il successo che meritava), puntuale Barry Pepper (che si confermerà poi ai massimi livelli ne La 25a ora), perfetto il gigantesco attore-per-caso Michael Clarke Duncan (nominato all’Oscar), ottimamente piazzati tutti i ruoli di contorno (dal folle Sam Rockwell alla “risorta” Patricia Clarkson).

Una messinscena melliflua, candida, dal sapore classico, che ricalca la grande Hollywood degli anni ’30 (a partire dal delizioso inserto-omaggio di inizio film, tratto da Cappello a Cilindro, in cui Ginger Rogers & Fred Astaire ballano “Cheek to Cheek”, poi ripreso quando John guarda estasiato le immagini sul grande schermo prima di morire). Una favola senza tempo in cui trovano spazio crudeltà, sentimenti, vendette, condanne, fantastico, magia, orrore, sogno, solidarietà, amore, amicizia, virilità, forza e disperazione.

180 minuti pieni di divertimento e lacrime, ironia e vivida commozione. Indimenticabile.

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